L’ascesa degli Inutiles Laborales in Spagna
Dai Bamboccioni agli Inutiles Laborales: anche in Spagna, la crisi travolge le giovani generazioni.
di Riccardo Pennisi
La Spagna è l’unico paese europeo che compete con l’Italia per il numero di giovani che vivono con i propri genitori: su cento ventenni, settanta italiani e settantadue spagnoli restano a casa fino a trent’anni. Un fenomeno che ha tanti punti in comune con quello italiano, ma anche più di una differenza. Come vuole la tradizione cattolica, il sistema sociale spagnolo lascia soprattutto ai genitori la cura di sostentare i figli durante gli studi o la ricerca del lavoro da quattro anni: il sussidio pubblico piu’ consistente è diretto a chi già lavora stabilmente da quattro anni. Inoltre, il matrimonio continua ad essere considerato il principale motivo per andarsene di casa (33 anni lui, 31 lei).
Ma, se le ragioni culturali possono essere significative, il fattore chiave della non emancipazione dei giovani resta sempre quello economico, soprattutto in termini di disoccupazione giovanile e stretta del credito bancario. La distruzione di posti di lavoro, dovuta alla crisi internazionale e all’esplosione delle bolle nazionali immobiliare e del consumo, ha preso il via all’inizio del 2008 e non si è ancora arrestata: il tasso di disoccupazione giovanile raggiunge (I trimestre 2010) la drammatica cifra del 40,5%, il doppio della media europea.
Il mercato del lavoro spagnolo è caratterizzato da una profonda dualità: i contratti a tempo indeterminato, di cui gode la fascia più anziana dei lavoratori e che stabiliscono un certo numero di protezioni e un costo per il licenziamento, e i contratti a tempo determinato: introdotti nel 1984 con l’obiettivo di combattere la disoccupazione, sono oggi la forma a cui si ricorre per il 91% delle assunzioni, quindi per quasi chiunque trovi un nuovo lavoro. Di solito sono contratti a 3 mesi, o a chiamata, o di sostituzione.
Questa dualità, accettata come un male passeggero negli anni in cui in Spagna si creava lavoro, permette in questi mesi alle imprese di scaricare sui lavoratori i costi della crisi, semplicemente non rinnovando i contratti alla scadenza. E i giovani (toccano naturalmente a loro i lavori di più bassa qualità), che formano buona parte dei quattro milioni e mezzo di disoccupati, sono ormai marchiati come generazione nè-nè: nè studio, nè lavoro. La facilità nel trovare impieghi (anche se di bassa qualità) prima della recessione aveva infatti convinto molti a lasciare gli studi: una scelta che con la crisi si è trasformata nello spartiacque tra quanti possono sperare di accedere ai contratti migliori, e gli altri, condannati alla precarietà per chissà quanto tempo.
Date le premesse, sembrerebbe che il paese si trovi sull’orlo della rivolta sociale, e invece non è così. Le banche, e specialmente alcuni istituti finanziari, in questi anni hanno aperto i rubinetti del credito fino a diventare dei veri e propri strumenti di distribuzione del reddito, basandosi su prospettive future di espansione ininterrotta (della fiducia, dell’occupazione, dei consumi). Un contratto di lavoro a tre mesi era sufficiente come garanzia per vedersi concedere un mutuo cinquantennale per comprare una casa, un prestito per aprire un negozio o un finanziamento per un viaggio a Bali.
La crisi ha smantellato questo sistema, perchè i giovani debitori che saltellavano da un posto di lavoro all’altro con la certezza di migliorare si sono trasformati in semi-disoccupati che lavorano un paio di volte l’anno, a forte rischio insolvenza: le banche preferiscono pensare ai loro bilanci e hanno prosciugato il flusso del credito. Secondo le stime, il 65% dei giovani che vivono da soli deve oggi essere aiutato dai genitori per tirare avanti, e il 42% del loro stipendio se ne va per l’affitto. Tuttavia, l’ottimismo dei lunghi anni di crescita del passato, che ha favorito un certo riflusso nel privato, è stato scalfito solo in piccola parte: non c’è ancora stata una mobilitazione (politica, sindacale, generazionale) per chiedere un cambiamento delle politiche con cui si affronta la crisi o del modello economico che ha portato all’esplosione della bolla.
Anche in Spagna non è mancato chi ha accusato i giovani di accettare per comodità e pigrizia la dipendenza dai genitori. Un articolo di forte risonanza apparso sul quotidiano La Vanguardia evoca la nascita di una classe di inutiles laborales (inetti al lavoro), incapaci di assumersi una minima responsabilità, inadatti a riconoscere il valore del lavoro (si citano casi di amorevoli madri che pregano i capouffici di accettare i ritardi al lavoro dei propri figli, perchè avevano diritto a fare un po’ tardi la notte).
Secondo la giornalista Nuria Chinchilla, la colpa è di quei genitori che hanno cresciuto i figli con un’educazione troppo permissiva e materialista, viziandoli fino a farli diventare dei veri e propri parassiti, persoone socialmente inette che rischiano l’emarginazione dal mondo del lavoro e non sanno nemmeno andare a votare.
Ci si interroga ancora sulla fondatezza di queste critiche. Intanto, alla vigilia di Natale, il governo Zapatero, con l’appoggio dell’opposizione di destra e il voto contrario dell’estrema sinistra, ha approvato la legge sullo “sfratto veloce”: se lo si è già fatto, basterà non pagare l’affitto una sola volta per poter essere cacciati di casa senza garanzie legali. Un provvedimento che darà ai bamboccioni spagnoli, veri o presunti che siano, un motivo in più per restare attaccati alle gonne di mammà.
Riccardo Pennisi

