Esperimenti contrattuali nel sistema moda
Negli ultimi anni il sistema produttivo della moda si è sempre di più strutturato in aziende leader, che detengono le fasi immateriali del processo produttivo (stile, logistica, controllo qualità, marketing, commercializzazione, ecc.), e in filiere di contoterzisti che svolgono la parte materiale, ovvero propriamente produttiva, della creazione del prodotto. Nella provincia fiorentina ciò è avvenuto in modo particolarmente marcato e si è assistito all’insediamento di numerosissimi brands. Questo processo, in larga misura, è stato determinato dall’alta qualità produttiva del tessuto di piccole imprese del settore nel nostro territorio ma contemporaneamente dall’impossibilità di quest’ultime di competere sui mercati globali commercializzando un marchio proprio. In questo contesto, per le aziende che detenevano i brands è stato sicuramente lucrativo poter fare affidamento su imprese contoterziste che garantivano qualità artigianale, flessibilità produttiva e contenimento dei costi (di cui l’azienda madre avrebbe dovuto farsi carico se avesse inteso produrre internamente), e contemporaneamente concentrarsi sulle parti del processo produttivo che garantiscono di incamerare il valore aggiunto del prodotto, ovvero quelle immateriali.
Il processo appena descritto altro non è che una delle tante facce che ha assunto il processo di scomposizione della grande impresa fordista che sta avvenendo da trent’anni a questa parte ed è uno dei tanti modi in cui può essere descritto il processo di globalizzazione. Questo processo permette alle imprese di scomporre il ciclo di creazione del proprio prodotto e di concentrarsi solo sulle fasi ad alto valore aggiunto, lasciando le fasi produttive classiche in una periferia localizzata dove sia più facile il contenimento dei costi e dove eventualmente sia meno dispendioso socialmente amputarle con celerità. Dal punto di vista sindacale ciò significa che abbiamo un numero elevatissimo di lavoratori che, per quanto concorrano a realizzare un prodotto, vivono condizioni materiali determinate dal livello di dipendenza economica che la propria azienda ha con l’azienda capofila per cui lavora. In sostanza i lavoratori si trovano nell’impossibilità di avanzare le proprie rivendicazioni verso l’azienda che indirettamente determina le condizioni di lavoro in cui si trovano ad operare (azienda che, per di più, può trovarsi dall’altra parte del mondo). Si può altrimenti dire che il processo di parcellizzazione del ciclo produttivo ha portato con sé anche un processo di scomposizione delle vertenze negoziali e quindi di diversificazione crescente delle garanzie e delle tutele sul lavoro.
Costruire vertenze che contrastino questo processo di individualizzazione delle condizioni di lavoro, è un obiettivo primario di innovazione sindacale. Non possiamo non dedicare le nostre energie al tentativo di riunificare i diritti, cimentandosi con ambiti inediti di contrattazione. In questo quadro acquista senso il tentativo di sviluppare delle contrattazioni che abbiano come perimetro di applicazione le catene di subappalto dei processi produttivi e che provino, nell’interlocuzione con le aziende implicate, a riportare ad una crescente omogeneità le condizioni di lavoro dei lavoratori impegnati nella stessa filiera produttiva.
Ma, per le cosa appena dette, affrontare una contrattazione di filiera è quanto mai difficile. Per prima cosa perché, nel susseguirsi della catena dei subappalti, è assai complesso anche solo mappare l’intera filiera . Inoltre l’azienda capofila ha costituito grossa parte della propria redditività attraverso questo processo di esternalizzazione della produzione e metterà in campo una forte opposizione a qualsiasi processo di assunzione di responsabilità nei confronti della propria catena di fornitura. In sostanza ci troviamo di fronte un interlocutore che non è il soggetto pubblico (che per definizione deve manifestare responsabilità sociale nei confronti del territorio su cui insiste la propria attività) né un’azienda soggetta alle leggi del subappalto (come le aziende edili che comunque sono vincolate per definizione a svolgere la loro attività in un dato territorio e quindi vincolate ad attenersi alle leggi vigenti in esso). Ci troveremmo quindi di fronte una controparte con scarsissima propensione a rendersi interlocutrice di questa inedita contrattazione.
E’ vero però che alcuni settori del sistema moda del territorio fiorentino, tra mille difficoltà, appaiono come dei contesti ottimali per questo tipo di sperimentazione sindacale. In particolare il settore della pelletteria ha una filiera che ancora oggi insiste prevalentemente (in alcuni casi esclusivamente) sul nostro territorio in un’area che segue il corso dell’Arno. Questo rende, almeno in teoria, percorribile il tentativo di tracciare e monitorare la filiera da parte delle organizzazioni sindacali, obiettivo indubbiamente ambizioso ma fuori dalla nostra portata se il ciclo produttivo fosse dislocato in vari territori, magari esteri. Inoltre in questo settore, le aziende leader, dal momento che l’immagine positiva del proprio brand e la collocazione di eccellenza nell’immaginario dei consumatori del proprio marchio, sono le caratteristiche fondamentali della competitività dei loro prodotti, coltivano con molta cura la propria reputazione e credibilità nei confronti del consumatore. Una sorta di responsabilità che riguarda non solo la qualità materiale del prodotto ma soprattutto il suo significato simbolico. Ma questo patrimonio simbolico (questa posizione dominante sul mercato dipendente più da ciò che il logo rappresenta al consumatore che dalle caratteristiche materiali del prodotto) rischia, in ogni momento, di essere minacciato dalla pessima immagine che deriva dalle continue denunce sulle condizioni di lavoro in cui si realizza il “prodotto moda”. Questo allarme e questa potenziale attenzione da parte delle case di moda permette anche al sindacato di fare pressioni perché la aziende si attrezzino per tutelare il significato simbolico dei propri prodotti, assumendosi la responsabilità, nei confronti del consumatore, di garantire che determinati standard di diritti e condizioni di lavoro siano controllati in ogni fase di lavorazione.
Forti di questa consapevolezza abbiamo rivolto, come Filtea (la Federazione dei lavoratori tessili della Cgil), la nostra attenzione a Gucci, in quanto azienda del territorio più rilevante e con relazioni sindacali più avanzate.
Già nel 2004 abbiamo sollecitato Gucci perché percorresse un processo di assunzione di responsabilità sociale sulla propria catena di fornitura e abbiamo così sottoscritto un primo accordo che impegnava Gucci ad intraprendere la certificazione sociale SA 8000 (uno standard sui diritti sul lavoro messo appunto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro – OIL) e a costituire internamente un comitato paritetico sindacato-impresa che fosse il soggetto che per Gucci si interfacciasse con l’azienda esterna titolare del processo di certificazione. La scelta di chiedere a Gucci di certificarsi attraverso lo standard SA 8000 aveva numerosi vantaggi: lo standard impone infatti di verificare che il rispetto dei diritti (leggi e Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro per le aziende in Italia, gli standard internazionali dell’OIL per le aziende dei paesi in via di sviluppo) avvenga in tutti i livelli della fornitura e subfornitura. Questo impone all’azienda di tracciare completamente la propria catena di fornitura (per averne il controllo, sulla pelletteria, Gucci ha limitato i subappalti a due livelli di subfornitura). Inoltre lo standard impegna non solo ad escludere violazioni di diritti nella filiera ma anche a non favorirle attraverso condotte commerciali con i propri fornitori.
L’adozione dello strumento del comitato paritetico (cioè composto pariteticamente da rappresentanti dell’impresa e rappresentanti dei lavoratori) ci ha invece permesso, da una parte, di garantire la trasparenza anche alle parti sociali della tracciabilità messa in atto e delle criticità riscontrate nei report dell’azienda di certificazione esterna, dall’altra, di possedere una sede in cui discutere degli avanzamenti e delle azioni correttive da mettere in atto nel corso del processo.
È alla luce degli impegni presi per l’ottenimento della certificazione SA 8000 che all’interno del comitato paritetico aziendale, nel corso degli anni, sono così maturate le condizioni per affrontare con Gucci il problema complessivo della sopravvivenza e della qualificazione della propria filiera ed ottenere un sostanziale impegno dell’azienda capofila per consentire la sostenibilità economica sociale e ambientale della filiera stessa.
Gli impegni emersi come necessari in questo percorso di confronto sono stati infine formalizzati in uno specifico accordo sindacale del Settembre del 2009. In esso le organizzazioni sindacali di Firenze, Confindustria, Confederazione nazionale Artigiani, e Gucci, costituendo un comitato congiunto, si impegnano ad adottare, in maniera condivisa, politiche che realizzino l’obiettivo della sostenibilità della filiera Gucci. In sintesi:
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Una costante attenzione sulle possibili criticità nel sistema della filiera; da una parte, per quanto riguarda l’applicazione degli standard OIL, delle leggi, dei CCNL, delle norme sulla sicurezza; dall’altra, promuovendo il corretto utilizzo degli ammortizzatori sociali in presenza di eventuali flessi produttivi, al fine di mantenere il più possibile la costanza di reddito dei lavoratori presenti nella filiera e tutelarne l’occupazione.
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Un monitoraggio della sostenibilità economica dell’intera filiera, con riferimento alle variabili più significative, favorendo a tutti i livelli la condivisione dei processi volti alla determinazione di corrispettivi adeguati, elaborati sulla base di metodologie trasparenti ad ogni livello della filiera. Un processo volto, cioè, a tenere sotto osservazione, ad ogni livello della filiera, le condizioni fondamentali che determinano i trasferimenti di valore nei rapporti di subfornitura al momento in cui un lavoro viene subappaltato.
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La promozione di politiche di consolidamento della qualità e della competitività delle imprese di filiera, quali iniziative di formazione di filiera, forme di sostegno all’innovazione tecnologica della filiera Gucci, percorsi tesi a ridurre i costi per l’accesso al sistema bancario per le piccole e medie imprese della filiera, etc.
Se gli obiettivi di quest’ultimo accordo saranno conseguiti, potremmo dire di essere di fronte ad una nuova articolazione della contrattazione territoriale, inedita e di forte impatto per molti lavoratori ai margini delle tutele e dell’azione sindacale. Assieme ad un livello di contrattazione nazionale ed uno aziendale, potremmo provare a praticare un livello di contrattazione territoriale che sembra assai più adeguato per rispondere all’esigenza di ricondurre ad unità i diritti che la globalizzazione ha frantumato e reso inesigibili.
Commenti: (6)


ciao,
l’idea della vertenza di filiera mi piace, anche perchè nel nostro settore spesso ci si dimentica dei tanti laboratori sparsi sul territorio e dove è difficile operare per la cgil! è vero ci sono anche i tanti laboratori esteri come quelli indiani e cinesi a cui si rifà l’azienda primaria, ma partire dal territorio ottenendo dei risultati si potrà poi affrontare il tema internazionale! dite che può essere difficile mappare le aziende estere…… smentisco!!!! perchè in azienda con buoni legami con gli uffici giusti, si possono ottenere queste informazioni….. concludo augurandovi un buon lavoro…..e ci voleva davvero questa rivista per tutti noi giovani che abbiamo idee che hanno bisogno di viaggiare…..
Esperienza interessante quella della contrattazione di filiera. Mi domando se possa essere estesa, con i dovuti adeguamenti, anche ad altri settori – penso all’edilizia – dove il sistema dei subappalti impera e rende estremamente complessa la presenza e l’attività sindacale, anche perchè probabilmente più frammentato rispetto al settore tessile. Questo tipo di contrattazione sicuramente consente al sindacato una maggiore visibilità su tutti gli anelli della catena dei subappalti, mi domando però quali azioni possano essere adottate sul piano collettivo, anche nei confronti dei committenti, qualora “un anello della catena” non rispetti i patti.
non sono un esperta nel settore edile ma presumo ci siano delle normative ben precise sulla committenza. il problema resta l’individuazione e il successivo controllo costante. abbiamo ad esempio i delegati di bacino e gli rls con i quali progettare delle azioni. questo tipo di contrattazione può spingere verso molti settori e in diverse direzioni, anche quelli a partecipazione pubblica! pensiamo al problema dei lavoratori che svolgono uguale mansione ma con diversa retribuzione e diverso trattamento normativo.
Bellissimo articolo scritto in italiano (non sindacalese!). Ci sono moltissimi spunti interessanti anche per affrontare la trattativa con le aziende che non delocalizzano ma tramite l’outsourcing affidano ad altre aziende parte dell’attività.
Grazie e in bocca al lupo!
Sono lusingato di rispondere a commenti e offrire precisazioni su questo accordo dal momento che è, vi giuro, una delle rarissime occasioni che ci è capitata come Filtea di Firenze per discutere e illustrare pregi e difetti di un lavoro svolto. (anche questo fatto meriterebbe una discussione …)
Sono d’accordo con Francesca quando sostiene che la tracciabilità delle filiere può essere realizzata anche con aziende che delocalizzano sia con il contributo dei lavoratori interni alle aziende in cui abbiamo rappresentanza, sia anche con consolidati rapporti con ONG dei paesi in via di sviluppo. Per la verità questa attività di mappatura dovrebbe essere l’obiettivo strategico di un sindacato internazionale e occasione di un rapporto continuo tra esso e chi opera sul territorio. (per inciso, gli strumenti per la mappatura possono essere molteplici; seguo aziende che, di recente, hanno iniziato a inserire dei cip nel loro prodotto e che, così facendo, rendono trasparente al consumatore l’intera storia produttiva di quel prodotto)
Volevo poi rispondere a Giovanni quando chiede quali azioni possano essere messe in atto se un anello della catena è fuori regola. L’azienda leader, di fronte a gravi violazioni che non vengono velocemente risolte, è nella condizione di interrompere il rapporto commerciale che la lega al “violatore”, pena perdere lei stessa la certificazione sociale e pagare lei, pubblicamente e come immagine, gli errori commessi dal fornitore.
Infine credo che il tema del subappalto abbia una sua particolarità nella moda, ma si riscontri, con declinazioni diverse, in ogni settore merceologico. Sarebbe fecondissimo discutere il tema, nelle sue varie forme, a livello intergategoriale.
Sono un Contoterzista di Gucci, anzi come tanti ANCh io lavoro per un partner di Gucci che prende il lavoro e lo smista ai vari laboratori. Per carita’ tutte belle le cose che ho letto ( sa8000, concertazione ecc…). Ho 26 anni, sono praticamente nato in pelletteria, i miei genitori producono borse di miu miu da quasi 20 anni e io lavoro Gucci da 2, vorrei spiegarvi il punto di vista di un Contoterzista.
1 con questa storia Dell sa 8000 ora minimo una volta al mese abbiamo in azienda a sorpresa un ispettore di una società che lavora per Gucci che oltre che farci perdere quasi 4 ore ogni volta, se trova lo sportellino del quadro elettrico aperto ha il potere di sospenderti tutte le lavorazioni. Non bastava l ispettorato del lavoro e la finanza….
2 la questione piu importante, cari sindacati, se davvero volevate risollevare le piccole medie imprese di contoterzisti della pelletteria l’ultima cosa che dovevate fare era l sa8000.
Fare l sa8000 equivale a dire ok Gucci ci sono stati vari scandali nel mondo della pelletteria vedi report del 2003 mi pare, con lavoro subappaltato in nero a cinesi ecc… quindi per evitare questo ti devi auto certificare e di conseguenza devi auto certificare tutti quelli che lavorano per te perche senno fanno i furbini.
Ma i sindacati forse dimenticano che i contoterzisti non fanno i furbini cosi, perche gli piace trasgredire, ma perche tutte le grandi griffe (Prada,Gucci,fendi) gli pagano le borse con le stesse tariffe del 1990, quando c erano la meta delle tasse da pagare, ed infatti tutte le pelletterie andavano bene e c’era un forte sviluppo in questo settore.
Vi posso garantire che fino al 1997 di cinesi in Italia che facevano le borse per conto degli italiani che lavoravano Gucci o Prada non ce n erano!! Tutti lavoravano regolarmente e pagavano quello che c era da pagare. Tutto questo perche le griffe avevano delle tariffe accettabili e nessuno sentiva il bisogno di far fare il lavoro ai cinesi. Ora invece a me Gucci mi sta pagando una borda che in negozio costa 590 euro la bellezza di 18 euro e 50…. Il lavoro di 1 ora e mezza pagato 18 euro e 50…. Pensate ad un meccanico quanto vi fa spendere per un ora di manodopera…. Minimo 30 euro, ecco noi che siamo gli artigiani italiani e che facciamo borse che sembrano opere d arte ci pagano una ventina di euro l ora.
E la beffa e’ che in piu ora dobbiamo anche essere certificati sa8000.
Ma scusate tanto cari sindacati lo sapete che se le grandi griffe tornassero a pagarci le borse a prezzi decenti,non dico buoni, ma decenti (perche a questo livello siamo) il problema degli scandali, del nero, dei cinesi cesserebbero tutti??? perche non avete proposto a Gucci di controllare i prezzi che i loro partner fanno ai terzisti?? Eppure quando c era Tom Ford in Gucci i prezzi li controllavano, perche ora Gucci paga 100 euro una borsa al partner, che non fa altro che smistarle ai vari laboratori che materialmente fanno la borsa dalla a alla z e si vedono pagata quella borsa 30 euro? Perche i partner devono speculare senza che ci sia nessun controllo da parte di Gucci?
Ogni tanto può capitare che mi tornino indietro delle borse perche con dei piccoli difetti, quasi sempre piccole disattenzioni dettate dalla fretta ( se non lo sapete quelli che fanno le borse per i grandi marchi lavorano tutti come in catena di montaggio, ad un ritmo incredibile, dimenticatevi l artigiano fiorentino che tiene solo alla qualita, per rientrare nei miseri prezzi che civengono pagati) quando faccio presente a questi signori che se ci pagassero quello che ci spetta non lavoreremo piu con l acqua alla gola, non avremo piu bisogno dei cinesi, e di conseguenza lavoreremo come una volta ovvero stando piu attenti alla qualita, loro mi rispondono “ma per la nostra azienda la qualita e a prescindere perche noi abbiamo un immagine e dobbiamo mantenerla”.
Cari signori la qualita non e mai a prescindere, altrimenti vi faccio le borse gratis cosi siete piu contenti!!!!
Non fatevi fregare sindacati non fatevi sviare, la colpa di tutto e la loro, e della politica delle griffe tutta volta ai tagli delle spese, e dove tagliano di piu??? Su chi materialmente gli crea la borsa da zero, ma vi sembra giusto???? L sa8000 non e altro che un ulteriore vessazione che subiamo noi contoterzisti, cioè cosi facendo loro impongono a noi di auto certificarci ma loro come al solito possono abbassare i prezzi, toglierei il lavoro ecc…
Spero che sappiate che la stragrande maggioranza dei contoterzisti in Italia lavora senza un contratto, mese per mese, pensate allo strapotere che le grandi firme hanno verso di noi…. Quando chiediamo un aumento di una tariffa di una borsa dobbiamo farlo a bassa voce, e se dicono di no una volta guai se ti azzardi a lamentarti, molte volte anche se ci sono sbagli da parte loro di invii materiali o cose varie noi dobbiamo abbassare la testa perche lavorando senza contratti dall oggi al domani possono non darci piu lavoro. Ecco perche in tutti questi anni la situazione e diventata cosi, non per colpa dei terzisti che fanno lavorare i cinesi perche altrimenti non sanno come starci dentro, ma per colpa delle griffe che hanno troppo potere e se tu ti rifiuti di fargli una borsa perche pagata una miseria, trovano altri 5 laboratori che fanno a gara al ribasso per potersi accaparrare il lavoro! Su questo giocano aziende come Gucci e Prada e badate bene non e colpa dei 5 laboratori perche uno quando nella sua vita sa fare solo le borse prende il lavoro anche se sa di non guadagnarci, la colpa e tutta loro che millantano questo caZzo di Made in italy e questa caZzo di sa 8000 e attuano politiche che vanno ad annientare i VERI artigiani quelli che le borse le fanno. Scusate lo sfogo.
Tito