Questioni di classe, questioni di casta (oltre le storielle sui bamboccioni)
Una riflessione sulle prospettive delle nuove generazioni nel nostro paese, sui costi della loro autonomia, sui vincoli e sulle molteplici motivazioni (sociali, economiche, culturali, psicologiche) che contribuiscono alla creazione di così forti (e spesso deteriori) legami nelle scelte e nelle opportunità di genitori e figli può basarsi su quanto emerge dagli studi sulla mobilità sociale e la trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze.
Tutti i dati e gli studi sulla mobilità sociale – sia che questa venga osservata attraverso le classi occupazionali (lavoratore dipendente, autonomo, manager, operaio, etc), sia allorché venga esaminata tramite la somiglianza dei titoli di studio di genitori e figli, sia nel caso in cui ci si concentri nella correlazione dei redditi di genitori e figli (vale a dire quanto il reditto dei secondi è simile o differisce da qullo dei primi) – mostrano che l’Italia è uno dei paesi occidentali “meno mobili”, ovvero uno di quelli in cui è più forte la trasmissione dei vantaggi socio-economici fra generazioni successive.
La misura più utilizzata dagli economisti per misurare in modo diretto l’impatto del tenore di vita dei genitori su quello, corrispondente, dei figli è il cosidetto coefficiente di elasticità intergenerazionale dei redditi che indica la persistenza media dei divari distributivi (esprime in che percentuale la differenza dei redditi nei genitori si “conserva” tra i redditi dei figli; un coefficiente pari a 0,5 ci dice, ad esempio, che se i redditi dei genitori differivano di 1.000 le distanze fra i figli sono di 500). Sulla base di questo indicatore emerge un chiaro quadro della graduatoria dei paesi in termini di trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze dei redditi (figura 1, dove si riporta l’elasticità dei salari percepiti da padri e figli). I paesi Nordici e il Canada sono caratterizzati da un grado di fluidità relativamente maggiore, mentre Stati Uniti (contrariamente alla visione romanzata della “terra delle opportunità”), Regno Unito e Italia sono (e di molto) i paesi avanzati con maggiore persistenza intergenerazionale delle diseguaglianze salariali.
Fig. 1: Elasticità intergenerazionali dei redditi stimate per alcuni paesi.
Le cause del pessimo risultato italiano sono molteplici e dipendono, in tutta probabilità, da meccanismi originati dall’interazione del capitale relazionale (il chi si conosce e la “qualita’” di chi si conosce), economico (il quanto si ha in termini di reddito e di patrimonio) e culturale (titoli di studio, “valori” e preferenze) della famiglia di origine. Anche se dal punto di vista analitico tali cause non sono semplici da accertare, molte ipotesi sui meccanismi di propagazione, suffragate da significativi indizi, possono essere formulate. In particolare, occorre concentrarsi su due distinti canali attraverso cui le diseguaglianze possono trasmettersi di genitori in figli: l’istruzione e il mercato del lavoro.
La correlazione tra titoli di studio di genitori e figli (vedi il paper di Gabriele e Raitano ) è, come noto, molto elevata nel nostro paese. Nonostante il lento, ma generalizzato, aumento della diffusione dei titoli di studio più elevati realizzatosi negli scorsi decenni, l’influenza del background familiare sugli esiti scolastici dei figli è rimasta molto elevata e pressoché immutata negli ultimi cinquant’anni. Il vantaggio relativo per chi proviene da contesti familiari più acculturati (e abbienti) non si manifesta, inoltre, in uno specifico punto del percorso formativo, ma si protrae in ogni fase della vita scolastica. Chi proviene da una famiglia “più avvantaggiata” con maggiore probabilità prosegue gli studi oltre l’obbligo, consegue un diploma superiore – e sceglie con maggiore probabilità i licei –, si iscrive all’università e infine si laurea, e con voti in media più elevati. Pertanto, chi proviene da un background più svantaggiato, anche se supera i primi stadi di selezione (ad esempio il diploma), continua ad essere molto penalizzato in termini di probabilità di conseguimento della laurea.
Nella letteratura economica si individuano solitamente i vincoli all’istruzione come lo snodo cruciale per spiegare la persistenza intergenerazionale delle diseguaglianze. Dato che, in media, più anni di studio sono associati a più alti salari (e ad una mansione lavorativa più gratificante), lo stretto legame fra istruzione di genitori e figli spiegherebbe quindi la successiva forte correlazione dei loro redditi.
Tuttavia, come mostrano alcuni recenti studi (vedi i lavori di Franzini e Raitano ), in Italia la spiegazione della correlazione fra bassi (alti) redditi di genitori e figli non si esaurisce affatto con la considerazione del minor investimento nell’istruzione dei figli di chi proviene da origini peggiori
A differenza di quanto accade nei paesi dell’Europa del Nord e nella gran parte di quelli Continentali, dove i figli dei più abbienti risultano avvantaggiati esclusivamente in relazione alla probabilità di proseguire negli studi, in Italia i vincoli sulle prospettive dei figli non si esauriscono una volta finito di studiare, ma le condizioni di vita dei genitori continuano ad incidere su quelle dei figli anche successivamente: differenze significative dei redditi per background di origine si manifestano, infatti, fra persone con analogo livello di istruzione.
Anche a parità di titolo di studio conseguito, i figli dei genitori più abbienti svolgono dunque professioni più qualificate e ricevono, in media, un salario più elevato (e il divario nelle remunerazioni si amplifica ulteriormente quando si osservano anche i redditi da lavoro autonomo). A conferma di ciò, basti citare alcuni dati: a parità di titolo di studio e professione svolta, i figli di dirigenti e professionisti ricevono una retribuzione del 13% più elevata rispetto ai figli degli operai; inoltre, fra chi lavora come dirigente o professionista, i figli di genitori anch’essi dirigenti e professionisti hanno un reddito annuo da lavoro del 10% superiore rispetto a chi è figlio di genitori che svolgevano professioni meno qualificate.
Le migliori prospettive di carriera, anche una volta terminato il percorso formativo, per chi proviene da origini migliori sembrano quindi dipendere da una serie di aspetti legati al background familiare, alcuni dei quali appaiono particolarmente fastidiosi in un’ottica di eguaglianza di opportunità e rispetto ai quali si potrebbe agire con delle politiche appropriate. Tra questi aspetti vanno sicuramente inclusi:
A parità di titolo di studio, una differente qualità (effettiva o segnalata) degli studi effettuati. I più abbienti (o quelli meglio informati) potrebbero, in altri termini, accedere a scuole e università migliori (o percepite dai datori di lavoro come tali) e questo favorirebbe l’ottenimento di posti più soddisfacenti e la dinamica salariale e di carriera.
Un effetto positivo del tenore di vita familiare su alcune caratteristiche individuali che condizionano poi significativamente (a parità di titolo di studio) le prospettive di carriera, in primis lo stato di salute e le cosiddette soft skills (gli elementi che formano le competenze sociali e relazionali: motivazioni, preferenze, avversione al rischio, estroversione, disponibilità al lavoro di gruppo, senso di disciplina o di leadership).
Un maggior costo opportunità di ricerca della migliore opportunità lavorativa, che, anche a causa di forti imperfezioni nei mercati dei capitali (da giovani non si può ottenere un prestito dando come garanzia la possibilità di alti redditi futuri connessi al proprio titolo di studio, ma bisogna disporre di elevate “garanzie reali” e, dunque, di genitori benestanti), induce i meno abbienti (e chi ha accesso a una rete di relazioni meno diffusa) ad “accontentarsi” del primo lavoro disponibile senza attendere quello che meglio soddisfa le loro aspirazioni (o offre migliori prospettive a lungo termine).
La trasmissione ereditaria del capitale fisico di imprese ed attività autonome (l’attività stessa ed il suo patrimonio) e del capitale relazionale ad esse associate (ad esempio la clientela di un rinomato studio professionale).
Il ruolo dei social networks, che potrebbe essere fortemente correlato al background. Chi ha origini meno favorevoli, presumibilmente, dispone di una rete sociale meno adatta ad aiutare a trovare in via informale i lavori più remunerativi (o ad ottenere consigli e informazioni adeguate nelle scelte professionali; in questa prospettiva si pensi anche alle modalità di accesso agli ordini professionali).
Per valutare correttamente i fenomeni in atto nella società italiana bisogna quindi riflettere attentamente sull’insieme dei vincoli che complicano la realizzazione di un’effettiva autonomia dei figli anche ben oltre il momento della conclusione del ciclo formativo e porre particolare attenzione sui meccanismi, spesso legati alle (arretrate) caratteristiche della struttura produttiva italiana, che regolano l’accesso al mercato del lavoro e le successive dinamiche di carriera.
Michele Raitano è economista alla Sapienza dove, per idealismo e una buona dose di masochismo, si occupa di welfare e diseguaglianze, soprattutto con riferimento all’Italia.
Commenti: (2)


Direi che il ragionanmento di Michele dovrebbe essere la base su cui costruire il programma e l’azione non solo della sinistra ma anche del sindacato. Se non parliamo noi di diseguaglianza, chi dovrebbe parlarne? La Marcegaglia? Renzo (Trota) Bossi?
[...] http://www.molecoleonline.it/2010/04/12/1raitano-2/ [...]