La retorica della vittima impotente fa male ai giovani

Professoressa Saraceno, la retorica dei “bamboccioni” racconta di giovani italiani adagiati sulle comodità del prolungato accudimento familiare: quali sono le principali implicazioni che la lunga permanenza dei giovani nella famiglia d’origine produce sulla struttura della famiglia? E chi ne paga il prezzo?

Devo premettere che trovo insopportabile la retorica sui bamboccioni in un paese come il nostro che lascia totalmente a carico della famiglia di fare fronte ai rischi che apparecchia per i giovani (occupazioni precarie, mercato dell’affitto asfittico, servizi per l’infanzia scarsi, ecc.).

Detto questo, rispetto alla struttura della famiglia non avvengono significative modifiche, dato che i figli rimangono a vivere con i genitori fino a che non formano una propria coppia. Ma in famiglia si apre una lunga fase in cui tutti i componenti sono adulti, con le proprie esigenze e ritmi. E dove i figli sono insieme adulti, con le proprie aspettative di autonomia comportamentale, ma spesso ancora in qualche modo dipendenti dai genitori, finanziariamente (non pagano affitto, spese di casa, ecc.) e anche praticamente (non si fanno il bucato, non devono preoccupasi della gestione domestica, ecc.).

Specie per i figli maschi questo può costituire un vincolo all’acquisizione di capacità e responsabilità nella vita quotidiana, che potrebbe rendere più difficili le negoziazioni di coppia, dato che oggi le giovani donne si aspettano un po’ più di condivisione. Apparentemente ai giovani italiani le cose stanno bene così, dato che la maggioranza dichiara di non sentire il bisogno di uscire di casa fino a che non decide di vivere in coppia. Ed anche i genitori per lo più non fanno molto per spingerli fuori.

Sembrerebbe quindi una situazione che va bene a tutti….le conseguenze però non sono di poco conto. Questo stato di cose comporta un ritardo nell’acquisizione di una autonomia pratica, nella vita di coppia e, per chi vuole, nelle decisioni di fecondità. E, ancora, un ulteriore aspetto negativo è che una così forte e prolungata dipendenza dalla famiglia d’origine cristallizza le disuguaglianze sociali.

Inoltre occorre distinguere tra chi “si adagia” nella comodità del sostegno famigliare e chi vorrebbe essere autonomo, ma non può permetterselo. E tra i giovani uomini e le giovani donne. Le seconde collaborano molto più dei primi alla gestione della vita domestica, quindi si fanno meno “accudire” (oltre ad uscire prima di casa). Inoltre non necessariamente e non sempre chi esce dalla famiglia d’origine è davvero autonomo finanziariamente o altro dai genitori, anche negli altri paesi. Anche se imparare a gestire un bilancio, sia pure con l’aiuto finanziario dei genitori, e a organizzare la quotidianità è importante e dovrebbe essere incoraggiato.

Individuare le difficoltà dei giovani nel percorso verso l’autonomia, così come denunciare la gerontocrazia della società italiana, rischia di produrre improprie generalizzazioni. Noi, con questa rivista, vorremmo tentare una lettura più in profondità delle fratture che attraversano il magmatico universo giovanile. Se tali fratture esistono, dove hanno origine? Il problema sta nella dotazione economica della famiglia di origine o risiede anche in altri tipi di “capitale”?

Prima di tutto va chiarito che le difficoltà che i giovani incontrano nell’uscita dalla casa dei genitori sono oggettive in mancanza di un mercato dell’affitto accessibile, di redditi da lavoro decenti (i giovani italiani hanno i redditi da lavoro tra i più bassi in Europa), di un sistema di protezione sociale che spesso non li protegge.

Per tutte queste ragioni l’uscita di casa rappresenta un rischio, che si può correre solo se si ha una famiglia alle spalle che può funzionare da rete protettiva. Oppure se si è costretti, ma senza rete. Aggiungo che:
a)escono più presto da casa i giovani di famiglie in condizione economica modesta, perché le loro famiglie possono meno permettersi di sostenerli a lungo. Quindi questi giovani hanno meno risorse per esplorare il mercato del lavoro, costruirsi un curriculum in vista di condizioni di lavoro adeguate alla propria qualifica.
b)i giovani di famiglie con più risorse escono di casa in modo definitivo più tardi, ma spesso fanno periodi più o meno lunghi fuori casa. In generale, proprio perché hanno il sostegno economico, ma anche di capitale sociale, delle famiglie di origine possono sostenere di più condizioni di lavoro incerte, ma che fanno curriculum ed esperienza. Le ricerche sui giovani con contratti di lavoro atipico mostrano bene come la classe sociale faccia la differenza per i tipi di contratto ed anche per il modo in cui sono sperimentati.

I dati sulla partecipazione al mercato del lavoro dei giovani, sulla disoccupazione nelle coorti fino a 35 anni, sul sottoimpiego intellettuale, sulle basse retribuzioni dei giovani, parlano di una generazione fortemente penalizzata: si può parlare di indisponibilità di ruoli adulti? Si può parlare di una generazione costretta ad essere giovane?

In parte sì. Anche se a volte mi colpisce come i cosiddetti giovani stessi facciano fatica a definirsi adulti, quasi che l’essere adulto segnasse un confine di non ritorno. Mi capita spesso di sentire delle persone dire di sé “sono un giovane di 39 anni”. E’ paradossale comunque una società dove c’è un forte rifiuto della vecchiaia, dove nessuno si definisce vecchio e accetta di esserlo, perciò ci si tinge, rifà, ritocca, ecc. e allo stesso tempo i vecchi-finti giovani che hanno un qualche potere non lo cedono e non lasciano spazio ai giovani effettivi.

Se la politica, la società, il lavoro e l’economia non fanno spazio ai giovani, non si può dire che questi lo reclamino a gran voce. Esiste una relazione fra la prolungata permanenza nella famiglia di origine e la passività politica delle nuove generazioni? In che modo i giovani potrebbero porre il tema ai decisori politici: conflitto o alleanza intergenerazionale?

C’è un bel libro di Massimo Livi Bacci – “Avanti giovani, alla riscossa” – che consiglierei di leggere (noi ne abbiamo parlato qui, ndr). Purtroppo in Italia si fa retorica sia sui bamboccioni che sui “giovani” come automaticamente più bravi, più innovativi. Questo contribuisce a costruire una immagine dei giovani come vittime, piuttosto che come attori che devono verificare le proprie effettive capacità e interessi. C’è troppa retorica sul conflitto di interessi tra generazioni e insieme troppa complicità tra le generazioni. Giovani che dipendono così tanto dalle decisioni dei più vecchi, in famiglia e in società, rischiano di giustificare la propria mancanza di iniziativa con la retorica della vittima impotente, mentre di fatto ciascuno cerca di trovare le protezioni che riesce nel sistema così come è.

Quali dovrebbero essere le tre priorità di un’auspicabile agenda di policy per favorire l’autonomia delle giovani generazioni? Nel sostenere tale programma che ruolo potrebbero svolgere i soggetti collettivi (partiti e sindacati) della sinistra?

Un reddito da lavoro decente; un sistema di protezione (in primis una indennità di disoccupazione) adeguato alle nuove condizioni del mercato del lavoro; una politica degli affitti e dell’edilizia popolare che sia rivolto anche ai giovani ancora senza una famiglia propria.
Almeno i primi due punti dovrebbero essere al centro dell’agenda sia dei sindacati che di un partito di sinistra. Invece, anche da ultimo, si è accettata la cassa integrazione in deroga invece di chiedere di approfittare della crisi per chiedere una riforma radicale del sistema di ammortizzatori sociali.


Intervista di Claudia Pratelli


*Chiara Saraceno
Sociologa, è Professore ordinario di Sociologia della famiglia alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino; Presidente del CIRSDe – Centro Interdipartimentale di Studi delle Donne; ha ricoperto numerosi incarichi accademici, anche a livello internazionale, e istituzionali in Italia. Ha partecipato a due commissioni parlamentari sugli studi sulla povertà; è collaboratrice nel sito “lavoce.info”, “neodemos.it”, “nelmerito.it” e di Repubblica.

Commenti: (4)

 

  1. andrea ciarini scrive:

    La retorica culturale dei “bamboccioni” è insopportabile oltre che profondamente sbagliata. I comportamenti non sono mai dati, né solo influenzati dal dato culturale. I comportamenti risentono anche delle strutture e dei vincoli che gli stanno alle spalle. Chiediamoci, allora, perché la retorica dei “bamboccioni” oggi. E’ vero certamente che i giovani nei decenni precedenti uscivano prima di casa, transitando con grande anticipo rispetto a oggi all’età adulta, ma tutto questo aveva alle spalle un mercato del lavoro in grado di assorbire e stabilizzare quote crescente di forza lavoro, qualificata e anche non qualificata. E’ questo equilibrio che si è rotto e che oggi, in assenza di misure di welfare adeguate, confina tanti giovani nella coabitazione con i genitori. Ma non sta tutto qui il problema. Guardiamoci anche intorno. Che cosa hanno fatto e fanno le giovani generazioni per rivendicare condizioni migliori di accesso al lavoro e adeguati strumenti di sostegno del reddito? mi sembra poco e niente. Siamo i primi a evocare la congiura dei vecchi gerontocrati che soffocano le aspirazioni dei giovani, ma poco facciamo per riconoscere i comuni bisogni di affrancamento che ci riguardano. E’ bene riflettere su questo. L’individualismo sfrenato di questi anni, decenni, ci ha reso tutti mondi autoreferenziali, ognuno preso a coltivare il proprio orticello, poco interessati a riconoscerci insieme con l’altro.

  2. Claudia Pratelli scrive:

    Caro Andrea, secondo me, centri proprio il punto.

    Per la nostra generazione l’idea stessa dell’azione collettiva sembra aver subito un’eclisse e questo è forse il principale tema su cui riflettere.

    Colgo lo stimolo e (ti) propongo due considerazioni.

    1) Dalla rivoluzione industriale in poi, i tratti che caratterizzano il percorso verso la vita adulta, che pure muta nel corso del tempo con l’accentuarsi dei fenomeni di individualizzazione, sono la linearità e rigidità: il percorso è irreversibile ed i ruoli adulti, una volta acquisiti, si caratterizzano per essere definitivi. Per fare due esempi emblematici: il lavoro è, generalmente, stabile ed il matrimonio ed i figli definiscono un vincolo di responsabilità non reversibile.

    Sappiamo che si tratta di una traiettoria che viene perseguita con modalità ed esiti ben differenziati in base alla dotazione iniziale di risorse economiche e culturali, oltre che alle risorse psicologiche individuali. Le diseguaglianze sociali tra le famiglie di origine, insomma, condizionano pesantemente il percorso.
    (L’esempio lampante di quanto dico è l’impostazione della scuola italiana costruita con la riforma Gentile: divisa in tre canali: i licei per i figli della classe borghese, poi destinati all’università; gli istituti tecnici per il ceto medio impiegatizio; gli istituti professionali pensati come canale di avviamento al lavoro per i figli della classe operaia. Per non parlare della collocazione professionale…

    Insomma si è in presenza di un processo di riproduzione sociale che lascia poco spazio all’emancipazione e alla mobilità sociale. Tuttavia, e qui secondo me sta il punto, in questa dinamica si definiscono anche canali di integrazione fra “pari” che consentono un riconoscimento della comune condizione di deprivazione da parte delle classi svantaggiate e ne promuovono l’azione collettiva.

    Potremmo, all’estremo, dire che un prodotto secondario della strutturazione classista della società e della sua ripercussione nei percorsi di transizione all’età adulta è quello di favorire forme di identità collettiva: di classe e generazionale. Ciò rende l’azione collettiva lo strumento principe dell’azione politica della modernità anche per i giovani: sia nelle forme istituzionalizzate del partito di massa e del sindacato, le cui “sezioni giovanili” riproducono il meccanismo; sia, anche se in modo differente, nelle più fluide manifestazioni dei movimenti di cui i giovani sono indiscussi protagonisti a partire dalla fine degli anni ’60.

    Le carte si mescolano quando i luoghi collettivi di integrazione e riconoscimento tra pari vengono meno. Mi riferisco a fenomeni molto diversi, ma da osservare congiuntamente. Per fare i due esempi principali: da un lato la frammentazione/frantumazione del lavoro; dall’altro l’università di massa (e quindi la promessa -non del tutto mantenuta- di una maggiore mobilità sociale). A questo si aggiunge il portato del processo di individualizzazione che valorizza modalità differenti di costruire la propria biografia.

    Insomma la traiettoria verso l’età adulta cessa di essere rigida e predeterminata e si pluralizza in mille percorsi e sperimentazioni. Qui le diseguaglianze sociali non smettono di esercitare il loro peso ma diventano meno visibili: l’individualizzazione delle transizioni rende meno comparabili i percorsi biografici e favorisce l’idea della responsabilità della propria condizione. Così, ad esempio,
    non trovare lavoro viene vissuto più come conseguenza di una qualificazione personale inadeguata che come effetto di condizionamenti di classe, di genere o di generazione…
    Ciò che viene meno con l’individualizzazione delle transizioni non sono le diseguaglianze, ma il carattere omogeneizzante delle diseguaglianze.

    …e dunque esistono (e quali sono) nuovi canali per un riconoscimento comune ? E’ possibile una “generazione di nuovi legami” tesa a praticare forme di azione collettiva reinventate?

    2) La Professoressa Saraceno fa riferimento ai danni che derivano dall’effetto congiunto de “la retorica della vittima impotente” e “la troppa complicità generazionale”. Secondo me qui ci lancia davvero un’ottima provocazione.
    Oltre alle considerazioni di cui sopra, infatti, l’italia è afflitta dal male antico della cultura delle clientele e del nepotismo e la nostra generazione ci si adagia, riproducendola.
    E’ vero che ognuno cerca “le protezioni che riesce nel sistema così com’è” e laddove gli aiuti sono pochi ordinatamente ci si mette in fila….

    Non esiste un rimedio salvifico, un tocco magico che risolva insieme tutti i nostri mali, e questo è pacifico.
    E tuttavia servirebbe molto, alla nostra generazione e al nostro paese, lanciare una sfida di equità, di mobilità sociale e valorizzazione del merito. Una sfida capace di tenere insieme questi tre termini.

  3. Enrico Caniglia scrive:

    Procedo per punti per fare prima
    1) la costruzione di sé come “persona”, qualcosa che la cultura occidentale ha sempre considerato come un valore fondamentale, richiede inevitabilmente un percorso di individualizzazione nelle fasi formative (quando si è giovani). Ciò impone alla auspicata mobilitazione giovanile di essere costituita da individui e non da solidarietà collettive, con tutto ciò che comporta in termini di free rider, di “chi me lo fa fare” ecc. Ciò è risolvibile soltanto con procedure organizzative e istituzionali, che però mancano e non si sa chi le debba fare (cane che si morde la coda).
    2) Le subculture giovanili, le grandi assenti da questo dibattito, sono sempre state espressione di una volontà di differenziazione dagli adulti e quindi strumenti di solidarietà e spesso di mutamento sociale. Tuttavia sono sempre state di portata temporalmente limitata perché costituite attorno a quei tratti “giovanilistici”, oggi sempre più simil adolescenziali, che per primi vengono messi da parte nei percorsi di passaggio all’età adulta. Questo ci ricorda come quella di giovane resta pur sempre un’identità transitoria. Le solidarietà giovanili sono inesorabilmente destinate a perdere membri a una velocità incredibile, come ebbe a dire qualcuno, e ciò le rende fragili e di breve durata. Certo, puoi allungare la tua condizione giovanile, come di fatto avviene, ma solo nella misura in cui personalizzi i tuoi percorsi di crescita, ma in questo modo diventa sempre meno un’appartenenza collettiva e sempre più un fatto individuale, un ingrediente del tuo essere adulto.
    3) Last but not least, l’idea di giovane che viene fuori dalle risposte della professoressa Saraceno non è quella di “giovane” in quanto tale, ma di “individuo” che soffre diverse privazioni in quanto collocato in una fase della vita che lo pone in una condizione di fragilità sociale. Probabilmente quello che invece manca oggi è proprio il giovane in quanto tale, quello in grado di dare uno scatto innovativo, anche solo di pensare schemi nuovi. Si tratta solo di una “vampata”, perché poi il giovane diventa “adulto”. Ma in una società che si limita a riprodurre stereotipi vecchi (vedi il, tutto sommato bonario, “bamboccione” dell’ex ministro) diventa vitale anche questo. Forse il problema dei giovani è che assomigliano a dei bambini che vogliono la pensione.

  4. andrea ciarini scrive:

    vi lancio una questione, spero se ne possa discutere. Viviamo in una società in cui ha ancora senso parlare di riferimenti collettivi o viviamo ormai in una società di individui con la quale occorre fare i conti, cambiando anche le categorie con le quali interpretiamo la realtà? Il processo di individualizzazione credo sia qualcosa di concreto in tutte le sue contraddizioni e tratti ambivalenti. L’individualizzazione induce certamente una crescente atomizzazione delle biografie individuali e da questo punto di vista possiamo essere d’accordo con i vari Bauman, Sennet, Dubet, financo Touraine, il quale pone il problema dell’entrata in una società post-sociale, in cui l’agire strumentale, rescinde ogni legame con le precedenti componenti “sociali”, dalle classi, ai movimenti collettivi, dalla famiglia, alle agenzie di socializzazione.

    Ma l’individualizzazione è solo sinonimo di rotture di legami, perdita delle certezze, regresso? O c’è di più oltre questo. E’ ipotizzabile anche una via positiva all’individualizzazione. Se sì, in questo caso i nostri riferimenti dovrebbero essere Habermas, Beck, Giddens, Habermas e la loro idea di modernizzazione riflessiva. Anche in questo caso emerge la condizione di individui senza punti di riferimento, ma non come risultato di una crisi generalizzata; piuttosto come il prodotto di una affrancamento da tante e diverse appartenenze costrette, familiari, di clan, di classe. Ognuno di noi, dice Giddens, vive esistenze meno determinate dal peso della tradizione e per questo più riflessive, nel senso di individualmente costruite.

    Anche il problema dei giovani lo potremmo vedere da questa doppia angolatura. Da un lato la perdita delle certezze, la frantumazione, dall’altro i bisogni di affrancamento e realizzazione di sé che riguardano sempre più i singoli piuttosto che non categorie di collettivi. Il risultato non è certamente quello di una società di “liberi” e “realizzati”, ma in questa direzione dovrebbero agire le istituzioni del welfare operando non tanto per risarcirci di un danno, ma per rimuovere tutte le barriere (istituzionali, clientelari, relative all’inserimento lavorativo, alla formazione, alla cura e assistenza) che si frappongono a tutti i livelli alla realizzazione di sé, bloccando la mobilità sociale, le aspirazioni di miglioramento, la voglia di padroneggiare il proprio destino. Forse è questa la base comune entro la quale riconoscerci, come generazione bloccata non solo da una economia che ha meno risorse da redistribuire rispetto al passato, ma anche da un sistema di welfare pensato e ancora oggi funzionante soprattutto per un mondo (il lavoratore adulto salariato) che ha perso la sua forza coesiva della solidarietà nazionale, con il risultato di crescenti spaccature (garantiti/non garantiti; insider/outsider), come sappiamo bene tutti. La risposta a tutto questo? Non so, ma non credo sia togliere ai “padri” per dare ai “giovani”, quanto ricostruire dalle fondamenta un sistema di welfare inadeguato ai bisogni e alle aspirazioni degli individui.

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