Autonomi nella vita e precari nel lavoro? Impossibile!

Per svelare l’inganno della retorica dei bamboccioni, non si puo’ non parlare di lavoro. E se il lavoro ha rappresentato da sempre il primo veicolo di autonomia personale, attraverso la certezza della fonte di reddito e l’acquisizione di un’identità sociale, per l’ultima generazione di lavoratori – quelli che entrano nel mondo del lavoro ai tempi della cosiddetta new economy e della globalizzazione, finanche nel corso della crisi che stiamo attraversando – non è più così. O, meglio, non è più detto che sia così, perché uno delle caratteristiche della la crescita economica e della “maratona sociale” degli ultimi due decenni è l’irruzione della precarietà nei bastioni della piena e buona occupazione. E, purtroppo, questa ha letteralmente investito un’intera generazione, la nostra. Da qui deve partire tanto l’analisi dell’imprigionata autonomia delle nuove generazioni, quanto la ricerca delle soluzioni per liberarla.

I lavoratori precari oggi sono circa 1 su 8 nel nostro paese e tra collaborazioni coordinate e continuative, a progetto e occasionali, partite Iva individuali senza albo professionale, associazioni in partecipazione, lavoratori in somministrazione (ex interinali) e lavoratori a tempo determinato si contano circa 4 milioni di atipici. In Italia, alla crisi del 1992 e’ seguita la “necessità” di far ripartire il sistema delle imprese agendo su due diverse leve relative al costo del lavoro: la moderazione salariale e la flessibilità del lavoro, tradotta in flessibilità del contratto di lavoro. In cambio le imprese dovevano investire, investire e investire. Mentre lo Stato doveva vigilare e fare le tanto invocate riforme.

Senza entrare nel giudizio dei diversi attori di questo “scambio”, possiamo tranquillamente dire che la moderazione salariale non è mai stata recuperata e tutti oggi conosciamo il problema come “questione salariale”. Questo vale per tutti i lavoratori dipendenti, soprattutto operai e basse qualificazione. Immaginiamo cosa può voler dire per tutti i “fortunati” neo-assunti come dipendenti. Difficile immaginare un futuro roseo per un operaio di 26 anni, a 900 euro al mese e dopo 40 anni una pensione al limite della soglia di povertà.

La flessibilità del lavoro, invece, non si può negare che si sia troppo spesso tradotta in precarietà, cioè incertezza, indeterminatezza, abusi. Sempre per esemplificare, un collaboratore, anche quando il curriculum lo dipinge come un possibile premio Nobel, se non va all’estero, guadagna meno di quanto guadagnava suo padre alla sua età, lavora meno di un anno e spesso per più datori di lavoro e la sua pensione sarà sotto la soglia di povertà. E tutto questo in una vita sospesa, a cui resta solo l’aspettativa di un’indefinita e imprevedibile svolta di carriera.

La precarietà, dunque, come limbo tra lavoro e disoccupazione. Non si può definire “paradiso” tutto il lavoro dipendente a tempo pieno e indeterminato. E’ probabilmente più appropriato l’appellativo di “inferno” per la disoccupazione. Perché la precarietà può essere vista come “limbo”? Perché parliamo di persone che (ri)nascono come lavoratori senza avere tutti i diritti, le tutele, le condizioni economiche, sociali e psicologiche di cui sono portatori i rapporti di lavoro “non atipici”; perché non si può attribuire nessuna “colpa” a tutti quel 50% di neo-assunti che negli ultimi anni, secondo le Rilevazioni sulle Forze di Lavoro Istat, entra nel mercato del lavoro come parasubordinato, para-autonomo [Accornero, 2000] o paraflessibile [ndr!]; perché nessun lavoratore precario e nessuna lavoratrice precaria possono avere la certezza economica per investire o per indebitarsi, per autorealizzarsi in percorsi di carriera (individuali o all’interno della stessa impresa). In una parola: autonomia. Che poi si traduce nella possibilità, nella libertà di crescere. Ecco perché “limbo”.

Qui il paradosso. Si è più autonomi nella vita se subordinati nel lavoro? Oppure si è più autonomi nella vita se flessibili nel lavoro? La domanda giusta forse è se si può essere autonomi nella vita anche se si è “atipici” nel lavoro?

Subire la condizione di flessibilità e non sceglierla può fare la differenza, ma il nodo è economico: secondo la definizione degli autori di Flex-insicurity «la precarietà è una condizione riferita alla carriera di un lavoratore, o meglio al suo reddito di medio periodo. Questo cambio di prospettiva impone di guardare non solo a quello che l’individuo sta facendo in un dato momento, ma anche a quello che gli è successo nel passato recente e a ciò che è ragionevole attendersi gli capiterà nel futuro».

Detto ciò, vediamo quali sono le proposte in campo per risolvere la questione.

La CGIL punta sostanzialmente a tracciare un crinale su cui si dividono, da un lato, tutti i lavoratori subordinati (anche a termine e in somministrazione a finalità formativa), per i quali l’obiettivo è di unificare costi e diritti; dall’altro lato, gli autonomi e quei parasubordinati che dovrebbero esercitare autonomamente il proprio lavoro, magari ben remunerati e con un welfare più solido, oppure diventare subordinati. Un’azione, dunque, soprattutto legislativa, ma che rimanda implicitamente all’azione contrattuale delle diverse alle categorie sindacali e a NIDIL (Nuove Identità di Lavoro, la struttura della CGIL che rappresenta le variegate forme del lavoro flessibile e professionale, appunto le) il compito di vigilare su eventuali abusi e contrattare la flessibilità. C’è anche una piccola innovazione: è stata attivata una “Consulta del lavoro professionale” della CGIL, proprio per attivare un confronto con il mondo professionale e avanzare proposte politiche condivise, sostenendo l’allargamento della rappresentanza e della tutela collettiva del lavoro professionale in seno alle organizzazioni di categoria. In definitiva, la CGIL rilancia la riforma del Codice civile (artt. 2094 e 2095) già avanzata nel 2003 e accenna ad una novità: un contratto a finalità formativa, incentivato e con certezza di trasformazione a tempo indeterminato, puntando all’assorbimento delle forme di precarietà oggi esistenti. Su questo stesso terreno si confrontano le diverse proposte che circolano all’interno del Partito Democratico.

Di fronte a queste proposte il governo continua il suo attacco all’art. 18 (attraverso il cosiddetto Collegato Lavoro, portando i lavoratori all’atto dell’assunzione, cioè al momento di maggiore esposizione, a sottoscrivere clausole vessatorie), seguendo una logica di controriforma del processo del lavoro e del lavoro tutto. In questa prospettiva il Ministro Sacconi, proprio a 40 anni dalla nascita dello Statuto dei lavoratori, presenterà tra pochi giorni la sua proposta di contratto unico.

Se è vero che non c’è più (solo) l’operaio-massa fordista stile Cipputi, in qualsiasi progetto di riunificazione e ricomposizione del mondo del lavoro il ruolo delle parti sociali diventa centrale, a partire dalla regolazione dei rapporti di lavoro flessibile, fino ad arrivare all’inserimento nei Contratti collettivi nazionali di quelle figure che attualmente non sono considerate. In modo particolare, collaboratori e giovani professionisti a Partita IVA.

Il Legislatore dovrebbe allargare le tutele sociali e contribuire ad incentivare il lavoro stabile e la regolazione collettiva tra le parti sociali; rendere più chiare e senza abusi le forme di lavoro flessibile, impedendo che costi di meno e che diventi più precario; definire regole affinché anche il lavoro flessibile non subordinato sia tutelato e sostenuto, favorendo l’opportunità di scelte individuali e libere dei lavoratori; sostenere i percorsi di formazione continua e incentivare l’accesso e l’avvio alla professione anche quando non sia nell’ambito delle professioni tradizionali; creare specifiche reti di protezione sociale dentro e fuori dal lavoro. Questi sono i punti cardinali di una bussola orientata al futuro. Un futuro in cui nella realizzazione sociale dell’individuo il lavoro svolga sempre un ruolo centrale.


Riccardo Sanna





Bibliografia:

Sul tema della precarietà c’è una vasta letteratura. Per agili approfondimenti sul mercato del lavoro, sulla contrattazione e sui salari si rimanda al sito dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali Nazionale della CGIL (www.ires.it). In questa sede, ci limitiamo ai soli riferimenti espliciti del testo:

Accornero A., 2000, Era il secolo del lavoro, Il Mulino, Bologna.

Beck U., 1999, Che cos’è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, ed. italiana: Carocci. Roma.

Berton F., Richiardi M., Sacchi S., 2009, Flex-insecurity. Perché in Italia la flessibilità diventa precarietà , Il Mulino, Collana “Studi e Ricerche”, Bologna.

Carrieri M., 2003, Sindacato in bilico. Ricette contro il declino, “Interventi” Donzelli ed., Roma.

Rey G., 1995, contributo raccolto nel volume Dal conflitto allo scambio, a commemorazione della scomparsa di Ezio Tarantelli, Edizioni Lavoro, Roma.

Ruffolo G., 2006, Lo specchio del diavolo. La storia dell’economia dal paradiso terrestre all’inferno della finanza, Einaudi, Milano.


Commenti: (4)

 

  1. cristina scrive:

    io non sono precaria dal 1.1.2008 ma il mio stipendio medio (700 euro mensili)mi fa rimanere ugualmente in una condizione di precarieta’ e di poverta’.Le capacita’ delle persone che hanno il mio stipendio è ridottissima,non puoi viaggiare,non puo’ andare a cena dove piu’ ti piace quando vuoi,non puo’ sempre andare al cinema,devi risparmiare su tutto,devi anche chiedere aiuto economico alla famiglia.
    Ho 36 anni,separata legalmente,vivo da sola,ho la fortuna di avere l’uso gratuito dell’appartamento dove vivo(gentile concessione dei miei genitori pensionati operai),sto per laurearmi in scienze politiche,ho la passione della lettura appena vedo un libro che mi piace lo compro,ho intenzione di continuare lo studio dopo la mia laurea che ho ritardato a prendere a causa di problemi di natura lavorativa (mobbing),scarico musica da emule perche’ e’ gratis,sto ulizzando i mezzi pubblici per andare a lavoro perche’ risparmio e mi stanco di meno(la mia schiena,nonostante la mia giovane eta’,è stata lesionata a causa del lavoro).
    L’Italia è una repubblica di banane,il lavoro che è al centro della vita di ognuno di noi è stato calpestato in maniera indegna da miserabili,il lavoro dovrebbe nobilitare l’uomo in realta’ lo uccide.Questo è un dramma sociale di rilevanza internazionale,è una vergogna,un insulto alla resistenza,ai partigiani,a chi ha lottato per la difesa dei diritti dei lavoratori e quindi delle persone.
    L’Italia fa schifo,questa è la realta’.

  2. Patrizio Di Nicola scrive:

    Ragionamento utile ed interessante, che pero’ non dovrebbe sorvolare sul fatto che in Italia continua ad esistere un atteggiamento “inclusivo” ed iperprotettivo delle famiglie che contribuisce a mantenere i giovani in casa sino ad eta’ adulta. Bainfield (recentemente ripubblicato dal Mulino) lo chiamava, con qualche astio ingiustificato, “familismo amorale”. Forse non e’ amorale, ma familismo lo e’. Invece la parte amorale ce la mettono le aziende che fanno in tre casi su 4 ai giovani contratti precari anche quando si tratta di lavori che andranno avanti a tempo indeterminato.
    NELLE SCORSE SETTIMANE su una vetrina di un centro commerciale ho letto un cartello: CERCASI COMMESSA CON PARTITA IVA. Ecco, questo e’ imprenditorialita’ immorale.

  3. Saba scrive:

    Una frase di rara incisività e chiarezza.

    “Se è vero che non c’è più (solo) l’operaio-massa fordista stile Cipputi, in qualsiasi progetto di riunificazione e ricomposizione del mondo del lavoro il ruolo delle parti sociali diventa centrale, a partire dalla regolazione dei rapporti di lavoro flessibile, fino ad arrivare all’inserimento nei Contratti collettivi nazionali di quelle figure che attualmente non sono considerate. In modo particolare, collaboratori e giovani professionisti a Partita IVA”.

    Propongo di affiggerla all’ingresso di ogni sede sindacale

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