Organizzare i bamboccioni? Idee per risolvere il dilemma
Questo numero di Molecole ha messo in luce alcune convincenti chiavi di lettura.
Innanzitutto il dato di partenza: la retorica dei bamboccioni rivela il ritardo dei giovani nel rendersi economicamente indipendenti dalla famiglia e questo a prescindere dalla permanenza o meno nella casa dei propri genitori.
Secondo dato: la retorica dei bamboccioni è funzionale ad una politica che intende nascondere il familismo imperante che frena l’autonomia delle giovani generazioni.
Terzo: ogni risposta familista porta alla cristallizzazione delle classi sociali di appartenenza e alla salvaguardia delle molteplici rendite di posizione.
A questo punto corre d’obbligo una domanda: come spezzare questa catena e favorire la riscossa dei bamboccioni?
Se guardiamo la storia del nostro paese le varie generazioni sono cresciute con sempre maggiori aspettative. La continua crescita demografica e il costante aumento della qualità della vita hanno incrementato le prerogative dei giovani e il loro peso nella società. Per la prima volta alla fine degli anni ’90 la dinamica si è invertita: il peso quantitativo dei giovani si è ridotto in virtù del calo demografico iniziato negli anni ’80, il pesante debito pubblico e le trasformazioni dell’economia hanno reso il futuro sempre più incerto.
La nostra generazione già negli anni ’90 ha introiettato l’idea della mancanza di risorse pubbliche disponibili, del fallimento dell’intervento dello Stato, dell’inadeguatezza della politica e della risposta individuale/familiare all’assenza di prospettive.
Il senso di frustrazione di una generazione che crede di avere minori opportunità rispetto ai propri padri è stato profondamente interiorizzato: emblematici sono i dati che emergono dalle ricerche sociali, a partire dalla sconfortante rassegnazione per la quale la posizione sociale è segnata dalle conoscenze familiari o la scarsa propensione all’imprenditoria.
Come uscirne? Come organizzare i bamboccioni?
Bisogna considerare che la riduzione della prospettive dei giovani e la condizione di disagio che ne deriva non si tramuta in spinta di cambiamento proprio perché l’ammortizzatore familiare assopisce qualsiasi bisogno di autodeterminazione.
E’ proprio l’assenza di autonomia ad incastrare le giovani generazioni nell’apatia sociale e solo affrontando senza timidezze questo nodo si può mettere in moto un nuovo protagonismo.
Innanzitutto occorre declinare l’alfabeto rivendicativo della nostra generazione.
Recentemente la CGIL ha promosso un’iniziativa nelle piazze proponendo ai giovani di farsi scattare una foto con un fumetto che contenesse una propria richiesta. Abbiamo rilevato un forte senso di pudore anche solo nell’individuare e pronunciare una rivendicazione.
Per organizzare i bamboccioni è necessario partire da qui, dal valore di ciò che vogliamo reclamare.
Il lavoro innanzitutto, come progetto di realizzazione individuale; un buon reddito, commisurato al contributo che offriamo alla società, una forma universale di sostegno sociale, finalizzato a garantire l’autonomia nel percorso lavorativo e nei progetti di vita; il diritto ad un’autonoma abitazione, grazie ad affitti a prezzo calmierato, contro la rendita che frena ogni mobilità geografica e sociale.
Come far capire che alcuni bisogni possono trovare una risposta collettiva?
Innanzitutto rompendo la retorica del conflitto intergenerazionale tra padri e figli, funzionale a celare le contraddizioni sociali che vedono una fetta di padri e figli arricchirsi ed un’altra impoverirsi.
Per questo mi convince l’impostazione della tassa di scopo sull’eredità proposta in questo numero da Andra Garnero, perché centra con chiarezza la questione redistributiva, rompendo lo schema conservatore al quale siamo abituati. E’ necessario costruire proposte nette che abbiano l’ambizione di spostare le risorse verso la parte più produttiva e creativa del paese, uno sfozo di immaginazione collettiva per investire sul futuro.
Autonomia e indipendenza, non solo dal punto di vista economico ma anche sociale si conquistano innanzitutto con il lavoro, come già ampiamente argomentato in questo numero da Riccardo Sanna.
Occore sottolineare che il primo tradimento inflitto alle giovani generazioni è il totale svilimento della conoscenza e della professionalità acquisita, esemplificato nell’icona di eterni ghostwriter a servizio delle generazioni precedenti. Inutile dire che chi ha le spalle coperte può permettersi una lunga attesa per raggiungere la realizzazione professionale, altri, come accade all’interno della carriera universitaria, devono abbandonare ogni velleità di rendere produttivo il proprio intelletto.
Ogni desiderio di emancipazione necessita quindi di una buona dose di propensione al rischio, non tanto per adeguarsi al sistema, quanto ripensarlo radicalmente. Questo coraggio può emergere più facilmente se all’interno di un movimento collettivo, capace di contestare l’irrigidimento della struttura sociale.
Un’ultima domanda: chi può offrire esperienze e spazi per consentire l’organizzazione dei bamboccioni?
E’ rimasta un’unica grande organizzazione di massa: il sindacato. Il sindacato nasce proprio sulla spinta di una forte domanda di emancipazione delle classi subalterne, che si organizzavano per affrontare una lotta comune, ma anche per rispondere “mutualmente” ai bisogni materiali. Sindacalizzare oggi “i nuovi subalterni” significa organizzare le risposte che possano concretizzare percorsi di autonomia, utilizzando nuovi e molteplici strumenti.
E’ necessario che il sindacato selezioni alcune priorità chiare, sulla scorta di quanto detto fin’ora, e costruisca una forte campagna nazionale, che possa vivere attraverso diversi livelli di iniziativa.
Una campagna che raccolga la richiesta di autonomia sociale e la traduca in proposta e azioni concrete.
Le pratiche di partecipazione, di solidarietà e di lotta devono stare dentro un terreno di sperimentazione, che conduca il movimento sindacale a confrontarsi continuamente e apertamente con l’efficacia della propria azione. Solo così è possibile ricucire quella responsabilità collettiva che sola può dare linfa alla rappresentanza dei lavoratori. In particolare è necessario che la contrattazione collettiva operata dal sindacato sia pienamente vissuta da tutte le tipologie del lavoro e sappia ricostruire l’unitarietà dei diritti all’interno della frammentazione produttiva.
Per esempio l’esperienza del sindacato nella contrattazione sociale territoriale può aprire nuovi spazi di partecipazione sulle scelte dell’amministrazione pubblica locale, rispetto a temi cruciali quali la casa, i servizi, la formazione, la cultura.
Anche per questo la CGIL è impegnata nel valorizzare al massimo la capillare presenza nel territorio: le centinaia di Camere del Lavoro. Queste sempre più possono essere spazio di animazione politico-culturale prodotta e vissuta in primo luogo dai giovani.
L’agire nei micro-contesti consente di determinare esperienze ed avanzamenti che insieme rendono credibile una prospettiva di alternativa.
La prospettiva di cui la la nostra generazione ha bisogno, per la quale singoli, reti, movimenti organizzazioni sociali devono oggi provare ad intraprendere un percorso comune, quantomeno per il desiderio di sfidare la rassegnazione.
Ilaria Lani
Ilaria Lani, sindacalista, da ottobre 2009 responsabile politche giovanili della CGIL Nazionale.
Foto di Lavinia Azzone
Commenti: (3)



Tassa di scopo sull’eredità ….??? ma allora perchè la legge n. 902 del 18 novembre 1977 che ha decenni dalla soppressione dell’ordinamento corporativo , ha attribuito ai sindacati all’epoca esistenti, il patrimonio delle disciolte organizzazioni sindacali fasciste ha esentato i nuovi propietari da qualsiasi tassa o imposta relativa al traferimento dei beni ???…
ma a Cuba l’eredità esiste ??.. ce l’hanno il diritto di ereditare essendo uno stato comunista?? io credo di no… va bè però non c’hanno neanche le barche a vela …
Hasta luego !!!
@ L’altra casta
“a decenni” si scrive senza “h”
COME DEBBBBBORA!!!!