Nesthocker si nasce, bamboccioni si diventa
Berlino. Nesthocker “rannicchiati nel nido”, così vengono definiti in Germania i giovani (o non più giovani che dir si voglia) trentenni che vivono ancora a casa con mamma e papà. Una definizione più aggraziata del nostro “bamboccioni”, ma non meno intrisa di un certo sarcasmo. Perché, infatti, scegliere il nido familiare in uno dei paesi con gli affitti più bassi in Europa, università gratis, innumerevoli borse di studio e alti tassi di occupazione giovanile? Essere bamboccioni in Germania più che una necessità è principalmente una scelta di vita.
Scelta di pochi. I Nesthocker sono un fenomeno di nicchia, una specie rara, osservata con curiosità scientifica dalle masse intraprendenti che, diciottenni, lasciano il nido per esplorare nuove città, nuovi paesi o semplicemente per spostarsi di un isolato pur di vivere da soli. A 25 anni il 70% dei ragazzi e addirittura il 90% delle ragazze ha lasciato da tempo la casa dei genitori e vive solo/a, con un partner o in un appartamento condiviso. Questa scelta è resa possibile prima di tutto da affitti assolutamente ragionevoli. Nella capitale tedesca, infatti, i prezzi al mq sono tra i più bassi tra le capitali europee: si vive più economicamente solo a Vilnius.
Ma c’è di più: inoltrarsi nella ricerca di possibilità di vita al di fuori della casa d’infanzia è un’esperienza ricca di sorprese e degna di studi sociologici di altissimo livello. Esemplare è la ricerca di una casa a Berlino. Scorrendo gli annunci, si viene in contatto con le più fantasiose forme di convivenza: oltre ai classici appartamenti da condividere tra amici o in coppia, si trovano gruppi di donne o uomini soli che decidono di crescere insieme i propri figli, annunci di giovani eterosessuali e omosessuali in cerca di relazioni aperte, famiglie che decidono di vivere insieme per dividersi le spese e la cura dei figli o di animali domestici di varia natura. Tra i progetti di convivenza più interessanti sono le comuni in cui non esiste un affitto fisso al metroquadro, ma ogni inquilino paga l’affitto in funzione del proprio reddito. In questo modo i giovani che vogliono andare via di casa, ma non hanno uno stipendio che glielo permette, sono finanziati da chi ha già un lavoro e può pagare un affitto ordinario.
Non avere il denaro per pagare l’affitto è comunque un problema di pochi. Se guardiamo a qualche numero, il perché diventa evidente. In Germania la percentuale dei disoccupati tra i giovani tra i 15 e i 24 anni si aggira intorno al 10% (OECD), chi non ha un lavoro o ha uno stipendio troppo basso riceve finanziamenti dallo stato per pagare l’affitto, che si aggiungono all’eventuale sussidio di disoccupazione, gli studenti e i dottorandi hanno diritto a borse di studio che permettono loro di finanziare gli studi anche vivendo fuori dalla casa dei genitori. In Italia, invece, circa un giovane su quattro è disoccupato (nello scorso mese di marzo la percentuale ha raggiunto il picco del 27,7%), sostegni per l’affitto non ce ne sono, i sussidi di disoccupazione sono merce rara ed esclusiva e le borse di studio sono appannaggio di pochi.
Nesthocker per scelta in Germania, dunque, bamboccioni per necessità in Italia. Il caso tedesco mostra come l´attaccamento al calore del nido non sia necessariamente il frutto di pigrizia o mammismo mediterranei, ma la conseguenza di fattori socio-economici contrastabili con efficaci politiche sociali.
di Agnese Papadia
Commenti: (2)


È sempre interessante affacciarsi oltre la porta di casa e, anziché piangersi addosso, cercare spunti, traguardi, motivazioni in quello che fanno gli altri. La Germania non è tanto lontana dall’Italia, ma quando si analizzano le opportunità che vengono date ai cittadini delle due nazioni – soprattutto i più giovani e i più anziani – ci si accorge del nostro perenne stare tre passi indietro rispetto a quello che fanno i partners europei.
Grazie a Agnese Papadia per questa analisi e per lo sguardo che apre su altre esperienze.
Sono d’accordo con la conclusione del post: il “bamboccionismo” non è un problema culturale, ma piuttosto socio-economico. Allora, però, non sarebbe più interessante discutere anche in questo blog delle politiche per combattere la precarietà?