Un altro tipo di consumo
Il sig. Rossi si alza, esce di casa, va al centro commerciale, infila nel supermarket di turno, fa la spesa, riempie il suo bel carrello, paga, esce e torna a casa.
Che c’è di strano? Direi niente; tutto normale in un andamento normale delle cose.
PERO’
Però proviamo a pensare gli effetti di quei semplici, quotidiani gesti… proviamo ad approfondire, a guardare oltre.
Dietro alla grande distribuzione del centro commerciale c’è un’impresa, ma chi è quella impresa?
Come si comporta verso i proprio dipendenti? E verso il territorio che occupa? E come azienda, oltre al business cosa guarda? e il reciclaggio dei propri prodotti, l’imballo? E le materie prime? ed il trasporto… da dove vengono i prodotti?
Le domande potrebbero essere infinite.
La cosa è tranquillamente duplicabile su tutti i prodotti del carrello del sig Rossi.
Dietro ad ogni prodotto ci sono aziende che producono, sono attente prevalentemente al business, la dinamica tipo è prodotto/prezzo; altro non c’è, apparentemente.
Credo che scardinare questa stretta dinamica (prodotto/prezzo) sia oramai necessario (il profitto a tutti i costi non direi che dia soddisfazioni morali ed economiche…. subprime docet); dietro ad un prezzo non c’è solo il prodotto, c’è una società (fatta di persone, è bene non dimenticarlo), c’è una responsabilità sociale e politica che l’impresa ha nel mondo economico nel quale si muove, c’è una coscienza sulla costruzione del prezzo, c’è una responsabilità verso chi ci fornisce i prodotti.
La logica binaria prodotto/prezzo non è più sufficiente.
Ma aspettarsi che le imprese stesse acquisiscano questa coscienza è limitante, non è sicuro e certamente rischia di rimanere di nicchia.
E’ quindi necessario agire direttamente, acquisire coscienza noi consumatori, in ogni acquisto quotidiano, fermarsi e riflettere sul proprio consumo, verificare a chi stiamo passando i nostri soldi, chi stiamo ingrassando, guardare dritto negli occhi le imprese e le persone che offrono quel prodotto/servizio. Non è un’operazione velleitaria, un mero esercizio di stile che lava un po’ la propria coscienza.
Laddove si raggiunga una massa latamente critica, le imprese in un mercato sempre più competitivo spostano la propria attenzione.
In realtà si aspetta spesso un cambiamento dall’alto quando l’unico cambiamento augurabile deve provenire dal basso, dal volgarissimo consumatore che prende coscienza e riflette sui propri acquisti.
Con queste riflessioni sono nati i G.A.S. (Gruppo Acquisto Solidale): il meccanismo è semplice così come il risultato; un gruppo di persone si mettono assieme e decidono di acquistare dei prodotti seguendo criteri che vadano oltre il mero prezzo.
Si comincia a parlare di scelte basate sul semplice buonsenso… di km 0 (prodotto locale), di prodotto stagionale (poco impatto ambientale, non serre riscaldate), di riduzione imballi (poco smaltimento ), di SOLIDARITA’ con i produttori (spesso i piccoli strizzati in logiche più grandi di loro), di rapporti trasparenti con le imprese (fatte di persone, sia ben chiaro) che non hanno come unica mira il fatturato (e gli utili), di prezzo trasparente (nessuno ci deve straguadagnare, ma tutti giustamente remunerati per il loro lavoro), di prodotti Biologici (ma non perché solo più buoni, ma perché impattano meno in quell’ambiente che doneremo ai nostri figli), di riflessione sui consumi tout court che, alla fin della fiera, comporta una riduzione degli acquisti.
La particolarità del sistema costa nel riprendersi, semplicemente, dalla droga del consumo sfrenato con il semplice buonsenso.
La scelta potrebbe apparire utopica o irrilevante nel nostro sistema economico SE, sottolineo SE, i GAS non avessero un così ampio successo.
Ecco allora con il moltiplicarsi delle persone che aderiscono comporta un vero spostamento dell’economia, prosperano imprese che si basano solo sui GAS, che vivono e poco risentono della crisi, come mai?
Perchè hanno costruito rapporti, hanno messo la faccia, hanno rinunciato a mostrarsi eroi da pubblicità a tutti i costi, hanno chiesto ed ottenuto di essere ascoltati smontando quella enorme sovrastruttura che oramai pare impossibile non avere. Perché forse anche la correttezza è un valore aggiunto ed il prezzo non è l’unico elemento che caratterizza un bene.
Semplicemente si è riportata l’attenzione sul prodotto, riscoprendo che una mela matura in un anno, che i filati richiedono tanti passaggi, che un pomodoro è un frutto di una pianta, che una scarpa è fatta da persone e che un prezzo è la giusta remunerazione di un lavoro.
In realtà esiste un’esigenza diffusa di correttezza legata ad una forte volontà di incidere sulla realtà in maniera pragmatica; ed ecco l’uovo di colombo: fare la spesa è un atto “politico” che impatta direttamente sulla realtà; perchè da soli non sposta niente, ma non si è soli, siamo in tanti e sulla realtà è possibile incidere.
Si osservano imprese, (persone) che crescono, che ce la mettono tutta, che vogliono qualcosa di più del semplice successo economico; magari pensano che sono persone inserite in un territorio prima che imprese produttrici di danaro.
Anni fa, quando si parlava di GAS i produttori non capivano, davano il prodotto ed il prezzo; oggi le imprese si avvicinano ai GAS per chiedere COME devono produrre per vendere, non si limitano più a chiedere cosa e a che prezzo; forse qualcosa sta davvero cambiando e sta partendo dal basso, con il contributo di tutti, in maniera semplice.
Lapo Pedani
Commenti: (1)


Credo che tutti coloro che sono impegnati nei posti di lavoro a difendere ed estendere i diritti dei lavoratori non possono dismettere questo impegno nel momento della scelta dell’acquisto, derubricando il consumo a scelta privata e non civile.