“Esto lo arreglamos entre todos”

Sostenibilità del sistema sociale. E’ il tema che agita la Spagna, paese in cui la crisi, aggravata dal crollo di una bolla immobiliare e dei consumi, ha colpito violentemente l’economia reale: i disoccupati sono ormai 4.600.000 (20%). Il dibattito sulla sostenibilità nasce da un corto circuito nella congiuntura attuale: tanti disoccupati costano molto allo stato, perchè consumi e investimenti diminuiscono. Il deficit cresce (+11,2% nel 2009), mentre l’economia langue; da destra e ormai anche da sinistra – il giornale progressista El País ne discute da qualche settimana – solo una sembra essere la soluzione che possa rimettere in sesto il paese: ridurre la spesa pubblica.

Sì, ma come? I tagli non risparmieranno i pilastri del sistema sociale. Il premier Zapatero, ai minimi storici di popolarità, vorrebbe rinviare l’assunzione di decisioni del genere, almeno fino al momento in cui i “germogli verdi” allietino il panorama economico spagnolo. I germogli però non sbocciano, e la borsa di Madrid è colpita da tempeste speculative: per allontanare il pericolo di una deriva greca il governo ha dovuto presentare un piano di tagli per 65 miliardi di euro (giudicato comunque insufficiente da Bruxelles), che si aggiunge al programmato aumento dell’IVA.

Le pensioni sono l’obiettivo dichiarato dell’esecutivo: l’intenzione di aumentare l’età pensionabile da 65 a 67 anni era stata annunciata già in febbraio, per offrire un’immagine di rigore ai mercati internazionali. Tuttavia, il semplice innalzamento dell’età non è l’unico cambiamento in programma: mentre oggi la pensione viene calcolata sugli ultimi 15 anni di contributi – spesso il periodo in cui si versa di più – se la riforma fosse approvata si passerebbe a calcolarla sugli ultimi 20 anni di lavoro, cioè su una media di contributi versati minore. Solo grazie a questo cambiamento contabile, la pensione media spagnola, oggi di 776€, sarebbe tagliata di trenta euro. Morale della favola, si lavorerà di più per una pensione più bassa.

Il sistema sanitario spagnolo, tra i migliori del mondo secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è gravato da un deficit di 12 milardi di euro che il peggioramento dei conti dello stato rischia di non poter più garantire. Il controllo della spesa è infatti piuttosto opaco, e dipende da due livelli di governo: quello nazionale e quello locale, in cui ognuna delle 17 comunità autonome (regioni) gode di ampia discrezionalità. La scarsità di risorse attuali ha originato una carenza di 9.000 medici, mentre altrettanti si sono trasferiti all’estero (soprattutto in Regno Unito, Svezia e Portogallo), dove trovano migliori condizioni di lavoro. La soluzione individuata, in questo caso, è appaltare una parte crescente delle prestazioni ospedaliere al privato: la sanità privata è passata a coprire dal 15 al 30% dei servizi offerti negli ultimi cinque anni.

Nemmeno l’istruzione potrà fare a meno di tirare la cinghia. Tra le principali caratteristiche del settore, risaltano il grande peso delle scuole private – frequentate dal 30% degli studenti – e l’alto tasso di abbandono scolastico: il 32% nel 2009 (Portogallo 35%, Italia 20, Francia 11). Al contrario, gli iscritti all’università terminano in gran parte il proprio corso di studio. Anche qui, la gestione del sistema è condivisa tra lo stato, che si occupa del quadro legislativo e di alcuni aspetti del finanziamento, e le regioni che curano le infrastrutture e i programmi scolastici. Le priorità e gli interessi divergenti delle regioni impediscono una riforma organica. Per risparmiare, si aumenterà il ricorso alle scuole “concertate” (gestite da privati, ma che rilasciano diplomi equivalenti) e si taglieranno fondi alle università e alle borse di studio.

Il governo ha coniato uno slogan che trasmettesse unità e compattezza a una cittadinanza sconfortata: “Esto lo arreglamos entre todos”, cioè usciremo dalla crisi col contributo di tutti. Ma si tratta proprio di tutti?

Il sistema bancario ha finanziato la grande espansione economica della Spagna concedendo credito praticamente senza condizioni, creando il presupposto per spese e investimenti privi di una vera solidità; quando il circolo vizioso è saltato, ha lasciato famiglie e imprese indebitate per una cifra pari al 201% del Pil. Le principali banche, come il Santander e il BBVA, mantengono e in qualche caso aumentano i loro profitti: hanno congelato il credito in patria (nonostante questo penalizzi altri settori produttivi), e continuano la propria espansione in Europa e Sudamerica, potendo contare su una tassazione societaria tra le più generose del continente, che non sarà toccata.

Le altre protagoniste della crisi sono le imprese immobiliari, che avevano trainato la crescita. Alcune città spagnole sono raddoppiate di dimensione, e così i prezzi delle case: le ipoteche generosamente concesse dalle banche le rendevano accessibili a tutti, in cambio di un indebitamento cinquantennale. Lo scoppio della bolla ha lasciato un milione e mezzo di disoccupati e milioni di appartamenti invenduti. Tuttavia, queste aziende hanno ottenuto un formidabile aiuto da parte del governo: approvato a margine di una legge insignificante, l’”emendamento Florentino” (dal nome del più grande immobiliarista del paese e presidente del Real Madrid Florentino Perez) aumenta il potere dei soci di minoranza nelle società quotate in borsa. Le imprese di costruzione, che negli anni di vacche grasse hanno fatto shopping azionario, vedranno rivalutati i propri pacchetti all’interno di alcune grandi aziende nazionali, soprattutto energetiche: in tal modo, potranno determinarne le future operazioni, e cioè le vendite, e aggiustare così i propri bilanci, disastrati per l’irresponsabilità mostrata prima della crisi.

In Spagna, come in molti altri paesi europei, la crisi indebolirà il settore pubblico e i suoi costi saranno distribuiti su gran parte della società, provocando un aumento delle diseguaglianze. Saranno proprio i responsabili quelli che avranno da pagare il conto più leggero.

Riccardo Pennisi

Commenta