La politica dopo il progresso. Bamboccioni e lotte per l’abitare.
Per la prima volta nella storia la sinistra non è più il progresso, perché il progresso non è più collettivo.
Silvio Berlusconi, “Quello che l’Italia si aspetta”.
Il progresso sociale è morto. Ma non esiste un progresso che non sia collettivo: lo sa chi da anni si ritrova nella precarietà senza aumenti salariali e chi conta sulla ricchezza prodotta nel passato per garantirsi un qualche benessere futuro. Con la morte del progresso sociale scompare non solo un determinato rapporto materiale con la vita - quello del consumo crescente di beni e servizi pubblici e privati – ma anche un principio di organizzazione sociale. Perché il progresso era anche, o forse soprattutto, portatore di una economia del tempo – che legava la biografia alla biologia – e del potere, basata su di un conflitto regolato per la redistribuzione dei profitti. Ma la morte del progresso sociale “vecchio stile”, non comporta la sparizione dell’ideale e dell’obiettivo politico – e quindi collettivo – dell’avanzamento sociale: tutto al contrario, quello che oggi si rende evidente è il bisogno di riprodurre le fondamenta conflittuali necessarie per il rilancio di una nuova fase di avanzamento sociale.
Ne è un esempio il ciclo di lotte per il diritto all’abitare che dall’inizio del decennio ha investito Roma. Questa esperienza, alla quale partecipano organizzazioni con identità e traiettorie diverse, fornisce spunti molto interessanti per pensare alla “politicizzazione” delle sfide che la morte del progresso presenta alle giovani generazioni.
Per comprendere il riaccendersi delle lotte per la casa a Roma bisogna in primo luogo situarle nel quadro di due trasformazioni fra loro intrecciate: quella delle politiche abitative e quella della domanda di sostegno per l’accesso all’abitazione. Dalla metà degli anni novanta, iniziano a venire a meno i principali strumenti che nei decenni precedenti avevano garantito l’accesso alla casa per una fetta consistente dei ceti popolari: vale a dire il finanziamento della edilizia residenziale pubblica per mezzo del contributo dei lavoratori e le imprese, la regolazione pubblica dei canoni di affitto ed infine la partecipazione degli enti previdenziale pubblici nell’offerta di alloggi a prezzi calmierati. Strumenti che non erano caduti dal cielo, ma che erano il risultato di un intenso ciclo di lotte sviluppatosi a partire dalla fine degli anni sessanta dello scorso secolo. Successivamente, mentre la risposta al problema abitativo sara’ sempre di piu’ affidata al mercato, anche la domanda di sostegno sara’ oggetto di importanti mutamenti. Alla fine del millennio non si trattava piu’ tanto di dare sostegno alle famiglie di classe operaia a basso reddito, ma di trovare soluzioni originali per nuovi soggetti emergenti: migranti, lavoratori precari (quindi non solo a basso reddito ma anche a reddito imprevedibile), coppie senza figli o persone single. Tutte soggettivita’ entro le quali i giovani sono sovra-rappresentati.
Di fronte all’emergere di una nuova “questione abitativa”, nella realta’ romana diversi attori si attivano per rivendicare il diritto alla casa. Questi hanno in comune l’uso della azione diretta come strumento politico principale: le occupazioni, i picchetti antisfratto e le manifestazioni sono le pratiche fondamentali di un movimento che in questi ultimi dieci anni è riuscito a dare a Roma più nuovi alloggi popolari di quanti ne abbiano assegnati il Comune e la Regione. Pur rimanendo un fenomeno relativamente contenuto, il successo del movimento di lotta per l’abitare, sia sul piano della gestione diretta della emergenza abitativa – occupazioni regolarizzate e non, progetti di autorecupero, aperture di una “casa dello sfrattato” – sia su quello della trasformazione del quadro legale e amministrativo – la delibera comunale n.110, l’istituzione di “agenzie dei diritti nei municipi”, la proposta di legge regionale – rende necessaria un’analisi delle sue principali caratteristiche:
- La territorialità: il movimento di lotta per il diritto all’abitare si costruisce su un territorio “vissuto”, pensato come un insieme di rapporti piuttosto che come superficie amministrativa. Le occupazioni si inseriscono nel tessuto territoriale aprendosi alle domande concrete che lo abitano. È a partire da questa territorialità quotidiana che vengono interpellati istituzioni ed attori sociali.
2. La conflittualità: attraverso l’azione diretta, il diritto all’abitare si configura come oggetto di un conflitto cui partecipano gli attori sociali, economici ed istituzionali. Nella sua dimensione conflittuale il diritto appare meno legato all’operare della rappresentanza consolidate (politica e sindacale) che alla presenza dei soggetti nello spazio pubblico. In questo modo, la conflittualita’ funziona come alternativa sia all’antagonismo fine a se stesso ma anche alla subordinazione ai percorsi di negoziazione precostituiti.
3. La tensione urgenza-diritti: l’azione diretta risolve il contrasto fra il breve termine ed i bisogni individuali da un lato ed il lungo termine ed i bisogni collettivi dall’altro. Le azioni dirette che comprendono una dimensione di rivendicazione e un’altra di soluzione immediata dei problemi sono infatti le più efficaci.
4. Ibridazione con le istituzioni: il movimento si ibrida con le istituzioni attraverso la partecipazione alle politiche pubbliche. Arricchisce le seconde di alcune delle proprie carratteristiche, ma ne risulta anch’esso arricchito. In questo modo, il movimento riesce ad “istituzionalizzare” certi aspetti dei conflitti relativi al diritto all’abitare, come la soluzione del problema degli sfratti o la regolarizzazione delle occupazioni.
5. (Re)introduzione della nozione di futuro collettivo: la azione diretta crea percorsi di sviluppo collettivo orientati a un futuro concreto. Alla loro base c’è l’accettazione della propria situazione come una situazione comune ad altri e che, quindi, deve essere affrontata insieme.
Queste cinque caratteristiche delle lotte per l’abitare di questi ultimi anni a Roma hanno molto da insegnare a chiunque voglia contribuire alla costruzione di un soggetto politico capace di affrontare la sfida della “morte del progresso”. Il futuro delle istituzioni (partiti, sindacati) che lo hanno reso possibile prima e gestito poi risiede nella consapevolezza dell’essere di fronte a una situazione in cui non è più possibile diluire il conflitto nel tempo (abbiate pazienza che tutto andrà meglio!) o nell’arbitraggio (bisogna mettersi d’accordo fra le parti). “Politicizzare” la situazioni di coloro che di fronte alla impossibilità del progresso si sono rifugiati nella famiglia o nella ricerca di risposte meramente individuali (e quindi per forza adattative) significa, infatti, articolare nella azione conflittuale identità frammentate e posizioni diverse. La lotta per il diritto all’abitare ci dice che quella articolazione è possibile. La creatività politica non è mai stata una risorsa scarsa in Italia: bisogna solo metterla al servizio di un progetto democratico.
Per saperne di più:
Coordinamento cittadino di lotta per la casa
Carta.org (cercare “diritto abitare”)
*Alejandro Sethman e’ dottorando di ricerca presso la Università di San Martin a Buenos Aires ed e’ stato assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Studi Urbani di Roma III
Commenti: (2)


[...] Un postcito en italiano sobre la lucha por el hábitat en Roma. [...]
Articolo molto interessante, non solo per la riflessione a tutto tondo che contribuisce al riassetto di alcune coordinate del pensiero della sinistra ma, anche, perch… Mostra tuttoé fa intravedere un pezzo di società dinamica, tutt’altro che assopita sulle direttive (spesso confuse e scarsamente concrete) di un’idea di paese, e di mondo, incoerenti, fragili e prive di un’autonomia politica reale e capace di incidere. Sono contenta che i trentenni-quarantenni, e anche alcuni dei più giovani, abbiano l’esigenza di riconsiderare alcuni elementi fondanti della sinistra, ossia di un progetto di società differente dagli assioma conservatori-corporativisti predominanti in questa fase storica dell’ITalia, e non solo. Un progetto,appunto, che ricomponga temi come la territorialità e la confluittualità attraverso i quali determinare l’identità individuale proiettata all’esterno, e non ripiegata su se stessa così come è avvenuta negli utlimi trenta anni. Il progresso è collettivo? Sì. Bisogna ripensarlo alla luce delle trasfromazioni avvenute: <>. Certo, la creatività non manca (talvolta crea dei mostri, ma comunque non manca), ma è la volontà politica che langue. La conflittualità vuol dire che bisogna avere il coraggio di rendersi ayutonomi anche da eventuali p’ercorsi preferenaizli sul piano individuale per poi costruire fuori dai meccanismi di spartizione e cooptazione (anche generazionale) traiettorie innovative. Le contraddizioni sono anche una possibilità di cambiamento