Spazi (pubblici) della vita quotidiana. Ecco perche’ se ne ha paura
Un articolo su un quotidiano. Nelle ultime pagine della cronaca cittadina. Un giardino, o meglio, una piccola area verde, di quelle che ormai a stento sopravvivono tra i palazzi dei nostri quartieri. Un’area verde destinata a scomparire per fare spazio a una palazzina residenziale di cinque piani.
È una piccola storia, questa, relativa ad un piccolo spazio pubblico. Si trova a Torino, anche se in realtà non è importante dove sia né come si chiamino le vie tra le quali è incastonato; ma le sue caratteristiche e la sua storia sono paradigmatiche dell’epoca in cui viviamo e della considerazione di cui oggi gode lo spazio pubblico.
Una ventina di alberi, aiuole, panchine, qualche attrezzatura per i più piccoli, e una piccola costruzione di proprietà comunale abbandonata da tempo, che ha visto nascere, trent’anni fa i primi comitati di quartiere della zona. Uno spazio che in passato è stato luogo di ritrovo, di incontro, di discussione, di aggregazione, punto di riferimento per una comunità che cercava di affermare la sua esistenza e le sue esigenze. In tempi più recenti spazio occupato da gruppi di squatter, che hanno cercato di affermare, a loro modo, l’esigenza di non abbandonare a se stesse strutture che potrebbero essere utilizzate per scopi più nobili.
L’occupazione ha riproposto la questione della “sicurezza urbana”. Le parole dell’impresa che realizzerà l’intervento sono semplici ed immediate: “meglio una palazzina di uno spazio occupato”, identificando in maniera semplicistica, la rimozione dell’edificio con la soluzione del problema.
Il presidente della Circoscrizione, di contralto, denuncia al vento – come un moderno Don Chisciotte – che per quegli spazi aveva altre idee, progetti per spazi di servizio alla comunità; parole che rischiano di cadere nella retorica quando sono pronunciate di fronte alle recinzioni di cantiere.
I bilanci comunali sono in rosso, le grandi società immobiliari mettono sul tavolo valigie piene di denaro contante, e sugli spazi verdi – nelle mappe del Piano Regolatore – compare il simbolo dell’euro. Invece che configurarsi come spazi da valorizzare, diventano il luogo di una presunta riqualificazione urbana, destinati ad interventi di completamento edilizio.
Il valore che questi spazi possano avere passa in secondo piano. Pagine di parole sulla sostenibilità urbana che riempiono i documenti ufficiali, vengono smentite dall’azione amministrativa quotidiana, orientata a riempire le casse oggi con oneri di urbanizzazione, senza preoccuparsi di quale possa essere il livello di qualità della vita generato da insediamenti ad altissima densità abitativa.
Gli spazi verdi di quartiere rappresentano l’ultimo brandello di natura disponibile nei contesti urbani; spazi con funzione ecologica ma soprattutto con funzione sociale. Luoghi dove i bambini possono trovare uno spazio di svago protetto a poca distanza da casa, dove gli anziani possono trovare un luogo per parlare ed uscire dalla solitudine dei loro alloggi e dell’intrattenimento televisivo. Sono i luoghi delle fasce più deboli della nostra società, e soffrono intrinsecamente della stessa debolezza.
Il nostro giardinetto è solo l’ultimo di una lunga serie a subire questa sorte. È una tendenza ormai affermata, che spesso individua nella piantumazione di alberi in un’altra zona o nella realizzazione di un grande parco in periferia, le modalità di compensazione. Senza considerare che la qualità della vita urbana è data dalla dimensione locale, da quello che troviamo quando usciamo di casa, dagli spazi a disposizione dei nostri figli che possono essere raggiunti a piedi o dove possiamo pensare di costruire forme di socialità.
I piccoli spazi verdi sono anche luoghi che, sempre più spesso, fanno paura. Fanno paura perché spazi pubblici e quindi frequentati da chiunque. Perché l’umanità che li frequenta non sempre è controllabile e sempre più spesso l’esigenza di stare insieme delle giovani generazioni si manifesta in maniera aggressiva. Lo spazio di quartiere, nella sua piccola superficie, non fa che concentrare il disagio generalizzato della gioventù urbana.
E quindi si rimuove il problema, pensando che l’aspetto economico, assieme all’eliminazione del luogo dove il disagio si manifesta, possa essere la soluzione. In tal modo i giovani si possono riunire nei centri commerciali, gli anziani e i bambini possono rimanere chiusi in casa a guardare la televisione, per affermare e confermare un modello di vita sociale ormai prevalente.
Il trasferimento dei problemi attraverso forme di riconfigurazione dello spazio è una caratteristica ormai frequente nei modelli di riqualificazione urbana. Il disagio, la criminalità, i comportamenti antisociali si muovono verso altri luoghi nei quali si manifesteranno in altri momenti, sotto altre forme, pronti per essere poi rimossi nuovamente.
Quanto questi spazi possono contribuire a migliorare la qualità della vita nelle nostre città e di coloro che le abitano?
Senza idealizzare dimensioni arcadiche del passato “alla Celentano” (là dove c’era l’erba…), pensare spazi di prossimità di qualità è il modo attraverso cui pensare a città più vivibili. La possibilità di creare senso di comunità, di vicinanza tra le persone, passa attraverso la l’opportunità di vedersi in faccia, di incontrarsi, conoscersi e magari aiutarsi, favorendo in questo modo anche forme di controllo sociale reciproco che aumentino il senso di sicurezza nelle persone. Se uscendo di casa riconosco persone e luoghi, li identifico come facenti parte del mio mondo, li sentirò meno estranei e ne avrò meno paura. Solitudine e paura sono due sensazioni che si alimentano reciprocamente. Il senso di smarrimento che proviamo di fronte ad una strada deserta, senza negozi, o peggio, frequentata da persone sconosciute, non farà che aumentare le nostre paure.
Ripensare gli spazi della quotidianità è quindi una delle grandi sfide a cui la città contemporanea deve fare fronte.
Ad un elevato numero di spazi di vita privata (leggi: nuovi insediamenti edilizi) che vengono realizzati, devono corrispondere adeguati spazi di vita collettiva, gestiti e supportati da risorse pubbliche e slegati da logiche commerciali; che consentano alle persone di vivere lo spazio pubblico, riprenderne possesso, coscienza, conoscenza e confidenza, per ridurre gli spazi di individualismo e solitudine e togliere in questo modo spazio all’insicurezza e alla paura.
Non si tratta di un mondo ideale. Si tratta di cambiare punto di vista: riaffermare la centralità della persona e delle relazioni al di fuori di logiche economiche e commerciali. Si tratta di riconsiderare il ruolo dell’etica pubblica e dell’”attore pubblico” nei processi di sviluppo e trasformazione della città, riaffermando il ruolo dello spazio pubblico come “cosa di tutti”, per garantire accessibilità, qualità e sicurezza.
Federico Guiati e’ dottorando di ricerca presso il Dipartimento Interateneo del Politecnico e dell’Universita’ di Torino


