“Prima scendevamo in piazza, ora saliamo sui tetti”. Il (disperato) spazio pubblico della crisi
“As you know there’s not such thing as society”, dichiarò oltre venti anni fa Margaret Thatcher.
Non esiste la società: esistono gli individui, le famiglie, le imprese. Uno slogan che è diventato il manifesto programmatico della globalizzazione neoliberista. Una modello di società in cui, tra la dimensione globale del mercato e la dimensione privata dell’individuo, sempre più si restringe la dimensione della politica, e con questa le possibilità di produrre modelli alternativi di società.
L’esistenza di uno spazio pubblico è ciò che differenzia le società pre-moderne dalla società moderna, la riproduzione dei rapporti di potere ereditati, da una parte, la possibilità di contestare, sfidare, trasformare i rapporti sociali, dall’altra. Oggi la società sembra tornata ad essere un qualcosa di immutabile, su cui gli individui hanno perso la capacità di incidere. La partecipazione politica, come sappiamo, è in costante declino, soprattutto nelle sue forme tradizionali. I partiti politici e i sindacati hanno perso la loro capacità di organizzare e mobilitare gli interessi, di creare forme di identificazione politica, di trasformare l’io in un noi politico. Spesso si dice che la crisi della politica è legata alla fine delle ideologie. O forse, al contrario, è legata al trionfo dell’ultima delle ideologie, quella dell’individuo “individualizzato”, atomo sociale consumatore di beni.
La disaffezione dei cittadini nei confronti delle istituzioni democratiche è, tra le altre cose, conseguenza della perdita di capacità della politica di governare la società, a favore delle leggi dell’economia globale. Se, nell’era fordista, gli operai che lavoravano nella stessa fabbrica sviluppavano identità comuni e forme di mobilitazione collettiva, il giovane precario di oggi, difficilmente si rivolgerà ai sindacati, ancor meno ai partiti politici. Percepisce l’azione collettiva come inutile, vive il suo destino individuale come un fatto privato, sviluppa strategie di difesa individuali. Anche perché c’è un contesto strutturale e culturale che disincentiva attivamente la partecipazione politica, che alimenta la competizione e inibisce lo sviluppo della solidarietà collettiva mischiando ricatto e sogni di autorealizzazione.
Nel contesto dell’attuale, drammatica, crisi economica, abbiamo visto una rinascita del conflitto sul posto di lavoro, ma in che forma? Un lavoratore della Metalli Preziosi di Paderno Dugnano, durante le mobilitazioni dell’autunno del 2009, lo ha espresso in maniera efficace: “prima scendevamo in piazza, ora saliamo sui tetti”. In questa frase ci sono tutti gli elementi che descrivono il mutamento profondo che è avvenuto in questi anni. Scendere in piazza significa, per il manifestante, fondersi con gli altri lavoratori. In piazza non si vede il singolo, si vede la classe lavoratrice compatta, agire con una sola voce. Sui tetti si vedono i singoli lavoratori, nella loro disperazione personale, che solo così sembra che riescano a trovare riconoscibilità pubblica, che significa oggi presenza nei media. L’emblema dell’azione politica individuale, della mobilitazione politica ai tempi della crisi della politica.
Non che l’individualizzazione della politica sia solo un fatto negativo, sia chiaro. Sotto la cenere delle vecchie forme di mobilitazione collettiva scopriamo un vasto movimento che attribuisce nuovi significati e nuove modalità al concetto di partecipazione. In fondo, l’emancipazione dell’azione politica dalle vecchie liturgie è ciò che veniva affermato dai movimenti del sessantotto, secondo il celebre slogan “il privato è politico”. La corrosione dello spazio pubblico che conoscevamo è accompagnata dalla sperimentazione di forme nuove del “fare sociale”, che passa dall’elaborazione di nuove forme di impegno. Scopriamo, anche grazie all’azione dei movimenti transnazionali, che non solo è possibile fare politica senza entrare in un partito, ma, come afferma un celebre libro di Holloway, è possibile “cambiare il mondo” senza prendere il potere[1]. É possibile una politica al di là della delega, è possibile una forma di democratizzazione della società, che vede la politica fuoriuscire dai ristretti recinti degli attori della politica tradizionale per ricomporsi in una pluralità di azioni sociali. La pratica del boicottaggio, il consumerismo politico e la partecipazione a un gruppo di acquisto solidale, per esempio, sono strumenti che consentono non solo di teorizzare, ma di mettere in pratica forme di azione finalizzate a trasformare l’economia. L’aumento delle possibilità di informazione e di comunicazione, le maggiori risorse culturali, rendono possibile, in generale, lo sviluppo di un rapporto autonomo e individuale con la politica.
Giddens parla, a proposito, dello sviluppo delle “life politics”, forme innovative di coinvolgimento nella politica orientate alla qualità della vita, all’autorealizzazione, all’affermazione di rivendicazioni culturali. Il sociologo Ronald Inglehart individua nel passaggio dai valori materialisti (improntati alla sicurezza fisica e al benessere materiale) ai valori postmaterialisti (orientati alla qualità della vita) il carattere distintivo delle trasformazioni della politica nella società postmoderna[2]. Chi ha raggiunto certi livelli di benessere e di sicurezza (e lo ha fatto grazie alle mobilitazioni politiche, al conflitto, perché ha conquistato il diritto di rappresentanza politica, i diritti dei lavoratori), ci dice Inglehart, può oggi impegnarsi in forme di partecipazione politica più discontinue, frammentate, individualizzate, come, appunto, il consumo critico o la democrazia elettronica. A questo punto ci possiamo chiedere, dietro alla retorica del declino della partecipazione si cela una trasformazione qualitativa della democrazia, che implica lo sfumarsi della distinzione tra ciò che è politico e ciò che non lo è? Viviamo un’era di politica diffusa? Rispetto a questa conclusione è necessario porsi alcune domande. Possono sostituire le nuove forme di partecipazione sociale e politica le “vecchie” mobilitazioni collettive? Può la somma di azioni individuali ricostruire lo spazio pubblico? E soprattutto, chi sono i protagonisti delle nuove forme della politica?
Il rischio, sempre di più, è che la partecipazione politica e sociale diventi prerogativa di chi ha risorse economiche, sociali, culturali, per sostenere una partecipazione individualizzata, di chi può impegnarsi socialmente e politicamente perché può permetterselo. Non scordiamoci di questo. Lo spazio pubblico di cui decretiamo la crisi vedeva la partecipazione dei gruppi svantaggiati, che trovavano nella mobilitazione collettiva uno strumento di emancipazione. Uno dei problemi del nostro tempo è questo. Alcuni cittadini (socialmente “centrali”, cosmopoliti, istruiti), sperimentano nuove forme di impegno politico e di costruzione dello spazio pubblico. Un numero crescente di individui, marginalizzati, localizzati, nel contesto della società globale rimangono esclusi dagli strumenti di emancipazione politica, e, guidati dagli “imprenditori dell’odio”, esprimono il proprio rancore nei confronti dei diversi, degli immigrati, dando forma a una guerra tra poveri.
La sfida è riuscire a rompere questa tendenza, per cui la sfera della società è vissuta da una quota minoritaria di inclusi, mentre un numero crescente di individui perde progressivamente il proprio status di cittadino, schiacciato tra un ruolo di consumatore e un ruolo di membro della tribù.
In fondo, in Italia, l’alleanza tra Berlusconismo e la leghismo esprime in forma esemplare l’unione tra le due facce della globalizzazione. Berlusconi parla ai vincitori della globalizzazione, e, soprattutto, a chi aspira a essere tale. Esprime il mito della società individualizzata, avversa alla politica, che mitizza un mercato, non concepito secondo una concezione liberale, ma più vicina all’idea della giungla, in cui chi è più forte e più furbo vince. La Lega Nord parla agli sconfitti della globalizzazione, o a chi teme di diventarlo. Ricrea il senso di comunità in chiave regressiva e xenofoba, offre un senso di sicurezza e di protezione.
Cos’è che accomuna la visione della società espressa dal berlusconismo e dal leghismo? La negazione sistematica dell’idea, tipicamente moderna, che i cittadini possano costruire insieme una comunità politica, unendo uguaglianza e diversità, cooperazione e conflitto. La duplice degenerazione dello spazio pubblico in mercato e in (pseudo)comunità. La riduzione dello spazio pubblico crea, in sé, un tipo di società inospitale per la sinistra. Ricostruire e praticare lo spazio pubblico, recuperare la dimensione sociale e politica, schiacciata da quella economica e identitaria diventano, oggi, obiettivi primari. Affinché lo spazio pubblico non si popolato solo da un ristretto numero di “postmaterialisti” ma torni a essere il luogo vivo dell’emancipazione e della liberazione.
Luca Raffini è dottore di ricerca in sociologia politica ed è assegnista di ricerca presso la Facoltà di Economia dell´Università di Bergamo, collabora con il Centro Interuniversitario di Sociologia Politica (CIUSPO) dell´Università di Firenze ed e’ redattore della rivista “Partecipazione e Conflitto”.
[1] Giulio Marcon, Come fare politica senza entrare in un partito, Feltrinelli, Milano; Johh Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere, Intra Moenia, Napoli.
[2] Per le teorie di Giddens e Inglehart si rimanda a Anthony Giddens, Identità e società moderna, Ipermedium, Napoli; Roland Inglehart, La società postmoderna. Mutamento, ideologie e valori in 43 paesi, Editori Riuniti, Roma,
Commenti: (1)


Analisi lucida. Mi pare che la crisi paradossalmente acuisca la “solitudine” di chi si trova in condizioni di difficolta’ sociale : il caso dell’infermiera morta nel napoletano e’ estremo ma certo rappresenta bene questa condizione. Fra i media e chi sta in basso sembra essere saltata qualsiasi forma di “mediazione”: quantomeno questa e’ l’impressione di chi sta in basso, che sceglie di “salire sui tetti” perche’ non vede nessuna alternativa credibile. Su una cosa non sono d’accordo: lo schema Berlusconi/vincitori della globalizzazione e Lega/impauriti dalla globalizzazione. Da tempo, Berluscono ed i suoi sono una forza di pura conservazione, lá retorica liberista e’ ormai lontana: mi pare che il motivo principale sia semplicemente la difesa dei patrimoni e delle posizioni sociali consolidati, conservatorismo classico in questo senso…..