Lo spazio pubblico terremotato: viaggio a L’Aquila


La condizione post-terremoto della città. Dopo il 6 Aprile 2009, L’Aquila ed i paesini intorno non sono più gli stessi, la forte rottura provocata dall’ evento sismico avvenuto nella notte tra il 5 e il 6, dopo quasi 5 mesi di sciame sismico, ha provocato una destabilizzazione e frammentazione non solo a livello fisico urbano, negli edifici e nelle infrastrutture, ma anche e soprattutto a livello sociale, economico, politico.

In questo momento di transizione, che dura da più di un anno e che sembra senza fine, la città dell’ Aquila con il suo territorio e la costellazione di piccole frazioni che ne compongono il sistema urbano, si trova investita da un processo di trasformazione che ne sta necessariamente riconfigurando lo spazio fisico e soprattutto gli spazi di vita.

Al 18 Maggio 2010 la  cosiddetta “popolazione assistita” era divisa tra 18.634 persone che sono tornate a vivere a L’Aquila nelle strutture di gestione d’emergenza durevoli e provvisorie e negli appartamenti in affitto concordato, 4.481 che ricevono l’assistenza nelle strutture ricettive o di permanenza temporanea in attesa di riparare la casa temporaneamente inagibile, con danni strutturali più o meno gravi, infine 25.716 che ricevono il cosiddetto C.A.S. – il contributo d’automa sistemazione – che consiste in un contributo monetario mensile distribuito dal Comune, di L’Aquila e dei paesi del cosiddetto “cratere”, agli aventi diritto ossia i residenti o stabilmente dimoranti nell’ area al 6 Aprile 2009.

Di questa seconda parte di popolazione a tutt’oggi non conosciamo la localizzazione, potrebbero aver preso un appartamento in affitto nella zona del cratere, aggiungendo una quota perchè gli affitti si sono adeguati su cifre che comprendono di fatto il “bonus” del contributo statale, o potrebbero essere ovunque nel mondo: il loro contributo e la partecipazione alla vita della città rimane non rintracciabile.

Per riappropriarsi del tempo sospeso, gli incontri negli spazi aperti del centro. L’ incertezza nella presenza fisica dei cittadini nella propria città si riflette in una forte presenza sul web e nei social network, che sono utilizzati principalmente in due modi. Da un lato per proiettare un’azione che rimane immateriale appunto e per questo a volte aleatoria, che non riesce ad avere la carica partecipativa e di potere d’ascolto da parte delle istituzioni, ma che aiuta a quantificare la partecipazione silenziosa. Dall’ altro, l’uso di social network come Facebook, i wordpress ed i blog, diventa un mezzo organizzativo, funzionale all’impostazione di incontri, riunioni, condivisione di idee, che riesce a rendere noto il pensiero e l’organizzazione dell’azione cittadina che non trova spazio nei mass media canonici, o ne trova poco in quelli di dimensione più locale.

E’ su Facebook, da febbraio, il Coordinamento Carriole Aquilane, mentre è su un wordpress gratuito la versione virtuale dei tavoli tematici di discussione del Progetto S-Ost – spazi aperti per un’agenda aquilana.

Queste azioni, che non prescindono lo spazio fisico ma anzi lo rivendicano, sono il sintomo di un processo avviatosi lungo l’ultimo anno post-terremoto e sono la conseguenza delle decisioni prese subito dopo l’emergenza, per fronteggiare la messa in sicurezza della città con la zona rossa ed il fabbisogno alloggiativo con il progetto C.A.S.E. e i M.A.P.

Da più di un anno infatti il centro sia della città che dei paesini tutt’intorno è interdetto dall’istituzione della cosiddetta zona rossa, vale a dire che il centro antico è interdetto al passaggio di civili per questioni di sicurezza e per meglio favorire il processo di lavoro delle ditte addette ai puntellamenti, per le opere di recupero dai singoli edifici, per lo sgombero delle macerie dalle strade. Al di là dell’opportunità di entrambi i processi nel raggio lungo della ricostuzione – puntellare in maniera definitiva edifici per i quali si dovrebbe ripartire subito con il consolidamento statico e la ricostruzione (si veda la proposta del Collettivo 99 per la città post-sisma) e lasciare per un anno la città disabitata, negli spazi pubblici ancor prima che nelle case, decretando la zona rossa – rimane il dato di fatto che la città è vuota, di persone, di funzioni, di flussi, dunque svuotata di “senso”. Una scatola vuota presidiata dall’esercito che ne regola l’ingresso ai varchi delle principali vie d’accesso, ma che nella grande dimensione della zona e nell’esiguità del numero di guardie, diventa il paese dei balocchi per chi senza scrupoli o nell’indigenza più completa decide di approfittarne e andare a rubarne le ricchezze incustodite, dai pezzi di mosaico al frigorifero.

Le aree del cosiddetto Progetto C.A.S.E. invece sono 19 nuove lottizzazioni per circa 14.500 abitanti, vicino alle principali frazioni della città, in cui il completamento con la progettazione e costruzione del 30% dei servizi – come richiesti da standard urbanistico – è diventato di competenza e gestione del Comune che inizierà la proposta, la progettazione e la realizzazione in un prossimo futuro. Nel lungo periodo dunque, per evidente mancanza di fondi e competenze, queste aree rimarranno sprovviste dei minimi requisiti che eviterebbero di chiamarle quartiere-dormitorio, e nelle zone limitrofe si produrranno una serie di servizi di iniziativa privata che difficimente potranno essere in un futuro smantellati. [Cfr. città e c.i.t.t.à]

Come la città e il suo spazio sociale si sono riconfigurati nel tempo intermedio. Al lato di questa situazione cristallizzata in cui si ritrova il centro e della condizione “da città di fondazione” delle aree del Progetto C.A.S.E., tutt’intorno la città, con i suoi frammenti, e nel suo inarrestabile processo vitale, si è riposizionata assumendo nuove forme, nuove per il posizionamento nel contesto urbano di partenza ma non nella natura.

I grandi contenitori commerciali, i capannoni muti all’esterno e capaci recettori di qualsiasi, indistinta forma d’uso all’interno, hanno accolto attività commerciali, artigianali, ludiche e di servizio, “dando un tetto”. Ed è così che in una città con una grandissima sete di  spazi “abitabili”, sono riutilizzati i vecchi capannoni industriali e artigianali vuoti, nati dal connubio tra la visione orientata allo sviluppo e consumo del territorio del PRG, risalente al 1975 e tuttora vigente, con i contributi che le imprese hanno ricevuto negli anni per installare le loro attività produttive a L’Aquila e che puntualmente venivano dismesse dopo qualche anno lasciando dei gusci vuoti.

Di più, alcuni centri commerciali esistenti prima del terremoto sono diventati punto di riferimento sia nella logistica cittadina che nell’immaginario collettivo, al pari delle strip commerciali e della piazza in centro. Per esempio, nei mesi successivi al terremoto – ma se ne trovano tutt’ora i segni – qualsiasi informazione utile al cittadino o avvenimento si trovava e si svolgeva nel centro commerciale “L’aquilone”.

All’interno dei centri commerciali le persone vanno a passeggiare, stare insieme, fare il cosiddetto “struscio” come quello che si faceva sotto i portici, lungo il viale principale della città che collega e attraversa il centro antico da Nord a Sud. Tuttavia i giovani privilegiano i locali del centro che si sono riorganizzati e posizionati lungo il Viale della Croce Rossa, in questo spazio lineare,  un po’ improvvisato, un po’ semi-definitivo, possono continuare il tipo di “movida” cui erano abituati: passare da un locale all’altro e incontrare gli amici, per continuare la vita di sempre, nonostante tutto, ma nello stesso tempo come se nulla fosse accaduto.

Come sottolinea il sociologo Roberto Lettere questo è dovuto anche alla qualità dello spazio, l’interno del centro commerciale ha un ambiente artefatto, con le luci artificiali troppo alte, per questo si preferisce una casetta di legno, un container, o un autobus double-deck all’inglese per uscire a bere una birra con gli amici.

Per concludere con un esempio (tra i pochi) che rappresenta un germoglio di vita che torna in centro, intercettando uno spazio della città svuotato già prima del terremoto, uno dei comitati cittadini, il 3.32,  si è insediato, fornendo uno spazio comune, in centro città e propone e organizza azioni critiche, eventi, mettendo a disposizione un medialab, un bar ed uno spazio comune: come un “classico” centro sociale in un contesto però fuori dalla normalità.

Nel lungo termine quindi la città e le pratiche nei suoi spazi pubblici vanno e andranno sempre più consolidandosi nelle zone periferiche e in quelle più facili da ri-abitare. A meno di un forte e propulsivo intervento sul centro, si assesteranno sempre più ai margini della città consolidata, nelle aeree tutt’intorno a quello che era il centro “ri-conosciuto”, in una logica per parti però indifferente al buon funzionamento del tutto.


Claudia Faraone e’ dottoranda presso il Dipartimento di Studi Urbani dell’ Università degli Studi Roma Tre, fa parte del Collettivo99.

Commenti: (4)

 

  1. gianni scrive:

    Articolo davvero interessante. Ed e’ incredibile che tutto questo possa avvenire nell’indifferenza del resto del paese. In sostanza, si sta trasformando in profondita’ la geografia di una citta’ storica senza che i cittadini non abbiano preso NESSUNA decisione in merito. Un progetto di subirbanizzazione strisciante. Avra’ successo alla fine? Il Centro storico e’ veramente condannato a morte????

  2. direx scrive:

    Hanno approfittato del terremoto per disegnare la citta’ che un certo potere sogna da sempre: dispersa, con pochi spazi pubblici e molta anomia. La chiusura e la mancanza di interventi nel centro storico e’ ingiustificabile

  3. Claudia Faraone scrive:

    Aver concentrato tutte le energie su degli interventi emergenziali permanenti ha di fatto distolto l’attenzione e depotenziato l’azione sul centro antico, questo è evidente. A mio avviso tutto questo non è stato messo in conto da tutti, solo ora le persone iniziano a rendersi conto delle conseguenze delle scelte fatte e dell’importanza delle decisioni ancora da prendere. In uno dei pochi bar che ha riaperto in centro, un padiglione nel parchetto prospiciente la chiesa di S. Bernardino, c’è una cartolina del terremoto del 1915, incorniciata, con il punto di vista coincidente con la posizione del bar, che mostra le case di legno in cui si abitava in attesa di restaurare quelle del centro. In un periodo storico in cui le città si espandono senza tregua e memori di alcune precedenti esperienze post-terremoto fallimentari, un passaggio mentale di questo tipo era molto difficile da far accettare, per questo non ci si è neanche provato.

  4. Claudia Faraone scrive:

    Più che indifferenza c’è stata da un lato l’incapacità di prefigurazione di quello che realmente avrebbero comportato determinate decisioni sul territorio, che sono state politiche più che tecniche, e dall’altro una copertura mediatica singhiozzante e poco approfondita. Basti pensare alle polemiche sorte negli ultimi giorni sul fatto che i TG nazionali di Rai1 e Rai2 non abbiano riportato la grande manifestazione di 20.000 persone contro la revoca della sospensione delle tasse: per una cittadina provinciale e sonnolenta di 60.000 anime sono veramente tanti! Oppure al consiglio comunale che si è svolto ieri in piazza Navona, davanti al Senato, Palazzo Madama per richiamare maggior attenzione sul delicato caso aquilano. Ci sono però alcuni casi di buone pratiche in cui i cittadini delle frazioni minori si sono attivati e stanno portando avanti dei processi partecipativi di progettazione per ricostruire i propri centri storici, vedi S.Gregorio, Onna; e altri in cui le università collaborano con le amministrazioni, come S.Demetrio, Fossa, Poggio Picenze. Il problema è dunque di misura, a tutt’oggi ci sono strutture e procedure inadeguate perchè senza fondi le prime, e troppo complicate le seconde, per poter velocemente ritornare ad abitare la città capoluogo.

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