Prove di città (fra i disastri della speculazione)
La città che è sotto i nostri occhi, quella che attraversiamo tutti i giorni, ci piace sempre meno. Questo e’ particolarmente vero per l’area di Ponte di Nona, una delle aree in cui Roma e’ cresciuta di piu’ negli ultimi anni. Su Ponte di Nona si sono dette e scritte tante cose, ultimamente. La trasmissione Report ne ha fatto caso nazionale, accusando il piano regolatore della citta’ da poco approvato di aver ingrossato i proventi della speculazione edilizia e l’amministrazione che allora govenava la citta’ di non aver tenuto in considerazione l’interesse dei cittadini.
In poche parole, Ponte di Nona non piace. Non piace a chi fa giornalismo di inchiesta, non piace agli urbanisti, non piace ad alcuni abitanti della zona che se lo sono visto costruire intorno e si sentono ingabbiati in un mare di cemento. Non piace soprattutto perché è il piu’ evidente precipitato fisico dello strapotere dei costruttori romani, che sembrano tenere nelle loro mani le redini della città. Detto questo però Ponte di Nona racconta anche un’altra storia, che potrebbe offrirci una nuova chiave di lettura. Racconta la storia di una cittadinanza attiva che in un contesto di totale carenza di servizi decide di esprimere una domanda di servizi pubblici locali prima al sindaco Walter Veltroni e poi al suo successore, Gianni Alemanno.
Che cos’e’ Nuova Ponte di Nona? Siamo nell’estrema periferia est di Roma. Il piano regolatore individua per quest’area una delle cosiddette “centralità metropolitane”, che si presenta ad oggi nella forma di un grande contenitore per il commercio con più di 200 negozi, cinema multisala e ristoranti, ma prevede la nuova stazione ferroviaria (mai realizzata), 2000 parcheggi, servizi pubblici e privati, attività ospedaliere, la sede del municipio, un hotel con centro congressi, un mercato coperto. Lo spazio restante dovrebbe essere occupato da un “parco tematico” con attrezzature sportive. Ad oggi, la maggior parte di queste infrastrutture e servizi non sono stati realizzati, mentre il centro commerciale e’ stato inaugurato nel 2007 contestualmente alll’apertura di un casello autostradale sulla A-24 – l’autostrada Roma-L’Aquila – che fornisce al quartiere una connessione con il resto della citta’, seppure in cambio dei 1,60 euro del pedaggio. Accanto alla “centralità” sorge oggi un’area residenziale con 6000 alloggi, che è stata progettata da un consorzio di costruttori che negli anni ‘90 aveva acquistato i relativi terreni: non a caso, l’area è nota come il “Nuovo Quartiere Caltagirone”. Negli anni novanta, ben prima dell’approvazione del Nuovo Piano Regolatore dunque, il comune aveva reso le aree edificabili. In cambio il costruttore avrebbe dovuto “urbanizzare” l’area, occuparsi della fornitura dei servizi e restituire una porzione di città completamente accessibile ai cittadini. Ma l’esito sembra essere, ahime’, molto diverso. Il quartiere è il prodotto della volontà speculativa privata e presenta tutti i limiti tipici della speculazione edilizia romana.
Orfani della citta’ Ad oggi 4.854 unità abitative sono terminate e abitate da circa 18.000 abitanti. I primi abitanti sono arrivati nel 2002 ed hanno da subito intuito che vivere a Ponte di Nona non sarebbe stata quella esperienza da “isola felice” che si annunciava nei depliant immobiliari: l’area si presentava come un enorme cantiere, privo dei servizi minimi e in una condizione di perifericità aggravata, non solo dalla distanza reale dal centro, ma anche dall’assenza di collegamenti pubblici. Inoltre, i servizi di prossimita’ erano inesistenti – ad esempio farmacia ed ufficio postale – mentre perfino la spazzatura non veniva raccolta. Le difficoltà dei primi abitanti, che si definiscono “pionieri”, non ridimensionavano comunque le aspettative costruite su una retorica immobiliare di “un complesso suburbano nel verde, con attrezzature sportive nel parco e molti negozi”. Nel 2004 un gruppo di cittadini decide di organizzarsi per rivolge al Sindaco una domanda esplicita di servizi pubblici locali. Le loro rivendicazioni erano fondate su di una quotidianità difficile caratterizzata da tempi di spostamento lunghissimi, dal traffico insostenibile, dal degrado delle strade, dall’assenza di esercizi pubblici. Primi nella lista del problemi, quello della sicurezza (ovviamente), poi l’assenza di autobus e di una farmacia. Ma la lista è ancora lunga: nasce cosi’ il comitato di quartiere e viene aperto un portale online per agevolare la comunicazione, fare il punto degli incontri, scambiare documenti. Un gruppo di volontari si organizza per la redazione di un giornale locale – “Viapontedinona” – che pubblica l’aggiornamento sulle attività del comitato di quartiere, ma è anche un giornale amatoriale nel quale gli abitanti esprimono un po’ del loro savoir faire, ad esempio le immancabili ricette e perfino le previsioni meteorologiche. Per portare avanti le proprie rivendicazioni gli abitanti scendono in piazza nel marzo 2007 – una manifestazione di quartiere, rara nel suo genere – e altre volte durante l’estate. Di li a poco Il Popolo della Liberta’ vincerà le elezioni capitoline e il presidente del comitato di quartiere verrà eletto consigliere municipale nella stessa coalizione che appoggia Alemanno. Claudio Cerasa ne “La Presa di Roma” (Rizzoli, 2009) descrive questo evento come il segno del declino della cintura rossa che un tempo cingeva la capitale e l’ascesa al suo posto di una nuova cintura blu o nera, che dir si voglia.
Cittandinanza e spazio pubblico a Ponte di Nona Nel 2007 apre a Nuova Ponte di Nona il centro commerciale “più grande d’Europa”. Di lì a poco altri centri commerciali a loro volta “più grandi” hanno cominciato a cingere come d’assedio la città da Nord a Sud. In assenza di alternative, gli abitanti erano in prima fila per partecipare all’inaugurazione, il primo fatto interessante che avveniva nel quartiere e che li interessava direttamente. Il giornale “Viapontedinona” dedica un intero numero all’apertura del “centro”, offrendo una mappa dettagliata dei negozi e delle attività programmate. Il centro commerciale e i negozi diventeranno lo sponsor principale di questa iniziativa nata localmente. Sull’onda dell’attenzione mediatica il quartiere riesce ad ottenere le prime risposte e un dialogo attivo con il municipio. Ad oggi la situazione è migliorata e il quartiere lascia intravedere i segni emergenti del consolidamento di un’area di classe media le cui “affinita’ elettive” sono tutte con il centro commerciale. Infatti, nonostante le critiche diffuse che ritengono i centri commerciali responsabili della chiusura dei negozi di quartiere, il centro commerciale a Ponte di Nona ha già assorbito la gran parte delle attività di svago e più in generale la vita sociale del quartiere. La coppia residenza privata-centro commerciale non sembra essere però cosi’ sterile, portando con sé molte iniziative e attività messe in campo dai cittadini per ri-orientare le sorti del proprio contesto di vita. In tutto questo il centro commerciale diventa quindi il centro del quartiere e lo spazio sul web il modo per incontrarsi e costruire cittadinanza. A questo punto, quello che è opportuno chiedersi non riguarda infatti solo che tipo di città si è venuta a formare a Ponte di Nona. Ma anche chiedersi se si tratti di una città che mobilità o smobilita, mina e promuove processi di partecipazione, incoraggia o scoraggia processi di rivendicazione dei diritti di cittadinanza? Sebbene una lettura prettamente morfologica e spaziale potrebbe portarci a pensare che Ponte di Nona non ci soddisfi sul piano della dotazione dei servizi, del progetto e dell’assetto urbano complessivo è altrettanto vero che gli abitanti hanno saputo organizzarsi, nei limiti delle loro possibilità e certo sull’onda di una oggettiva condizione di deprivazione, per rivolgere alle istituzioni una specifica domanda di servizi pubblici locali. Sarebbe troppo semplice infatti, se non erroneo, decretare alienante un quartiere o la città recentemente costruita, perché in assenza di cura e di pensiero sullo spazio pubblico di relazione. Il caso dimostra infatti che, nelle pieghe del quotidiano, gli abitanti hanno sviluppato forme di resistenza e adattamento ad un contesto inizialmente poco ospitale. La carenza di attrezzature, spazi pubblici e servizi, non ha impedito la formazione di una sfera pubblica. Al contrario alcuni germogli di socialità e di rivendicazione stanno trasformando un aree di cantiere in un quartiere. Quindi e’ soltanto ai suoi residenti che possiamo oggi chiedere come si vive oggi a Ponte a Nona.
Sandra Annunziata e’ assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Studi Urbani dell’Universita’ di Roma Tre
Commenti: (6)


Ho una domanda: come si fa a fare in modo che queste forme di resistenza “attiva” nei confronti dalla scarsa qualita’ urbana si trasformino in qualcosa di piu’ della legittima ricerca di un miglioramento delle proprie condizioni immediate? Mi pare che il limite di tante di queste esperienze sia proprio il fatto che rimangano locali: si trova un leader capace che si faccia portavoce delle insoddisfazioni locali e si ottiene qualche miglioramento. Ma significativi movimenti urbani capaci di andare oltre i conflitti iper-locali non se ne vedono…
In effetti è molto facile che un la cittadinanza si attivi attorno ad interessi comuni, alle volte circoscritti e ristretti rispetto all’interesse collettivo. Ma non è questo il caso. Non si tratta del fenomeno NYMBY (Not in my back yard) per il quale l’importante è la salvaguardia del mio interesse. Si tratta di una legittima richiesta di servizi utili a tutti i cittadini. In questo, secondo me, si cela un importante discrimine: imparare a riconoscere quanto le rivendicazioni locali riescono a restituire beni comuni alla collettività nel suo insieme. Detto questo è altrettanto vero che comitati, associazioni, movimenti stanno proliferando in quanto unica modalità possibile per costruire un dialogo con le istituzioni che dovrebbero rappresentare l’interesse collettivo ma che non sembrano più orientate ad esso perchè rassegnati nei confronti dei poteri “forti” come dimostra il classico esempio della speculazione edilizia.
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allo stesso tempo pero’ temo che non si tratti di movimenti semplicemente rassegnati di fronte ai poteri forti, ma anche piu’ banalmente localisti per formazione ed identita’. Bisognerebbe agire dall’esterno (la politica?) su questi movimenti per offrirgli una prospettiva meno localista…
Questa analisi è ferma al 2007 e quindi attualmente errata. E lo dice uno (cioè io) che a ponte di nona ci abita.
Dopo quella data il comitato di quartiere di Ponte di nona si è andato lentamente disciogliendo e attualmente, di fatto, non esiste più. I Cittadini, pertanto, da tre anni a questa parte non socializzano e non rivendicano formalmente attraverso associazioni organizzate istanze di miglioramento di un non quartiere. In un luogo urbanistico nel quale mancano totalmente spazi per il tempo libero e luoghi di socializzazione, costruito attorno all’alienante (seppur comodo) centro commerciale che, ancorchè attorno al commercio, non riunisce gli abitanti del quartiere ma 1 milione di cittadini romani all’anno, l’unico spazio per esprimere opinioni e “socializzare” è quello virtuale. Ed è un paradosso perchè lo spazio virtuale è mondiale e non dovrebbe essere elemento socializzante per un determinato territorio.
Considerare il centro commerciale come centro di vita del quartiere è sbagliato. E’ un (nono) luogo che interferisce con il quartiere solo per la vicinanza ma gli abitanti del quartiere al loro interno sono l’esigua minoranza.
Grazie per questo commento.
Che l’attività del comitato si sia progressivamente erosa mi era evidente. Forse la rappresentanza istituzionale presso il municipio ha comportato un allentamento delle rivendicazioni.
Ciò però non toglie la significatività dell’esperienza e la possibilità di offrire per queste nuove periferie una narrazione meno dissacrante. In altre parole consente di dire che anche in contesti apparentemente alienanti e anonimi la vita prende forme e manifestazioni diverse, ovviamente di tipo tattico e legate alle difficoltà della vita quotidiana.
Che il centro commerciale sia un non luogo invece merita una ulteriore riflessione. Come la mettiamo con le centinaia di lavoratori che ci passano la maggior parte del loro tempo? E con gli adolescenti che in assenza di alternative trovano li un luogo per incontrarsi. Siamo davvero sicuri che la denuncia sia l’unica strada possibile. O forse potremmo percorrere la visionaria e ambiziosa strada del dialogo con chi progetta e realizza centri commerciali in modo che l’intervento possa restituire più beni comuni ai cittadini, essere meno introverso (meno contenitore), dialogare meglio con le aree circostanti. Se per esempio ad ogni centro commerciale fosse richiesto in cambio il finanziamento di aree gioco attrezzate per bambini da localizzare nel quartiere, o più in generale attrezzature di interesse locale che possano controbilanciare l’effetto negativo di cui parli, ossia di avere un milione di visitatori l’anno fuori dalla porta di casa. Una ferrea negoziazione potrebbe rappresentare un modo per ottenere dall’avanzata dell’interesse privato quacosa in cambio.
“”Se per esempio ad ogni centro commerciale fosse richiesto in cambio il finanziamento di aree gioco attrezzate per bambini da localizzare nel quartiere, o più in generale attrezzature di interesse locale che possano controbilanciare l’effetto negativo di cui parli, ossia di avere un milione di visitatori l’anno fuori dalla porta di casa”"
Ecco. Sarebbe una buona iniziativa. Ma la richiesta starebbe proprio a denunciare il fatto che il centro commerciale con il quartiere non c’entra nulla. La contropartira richiesta sarebbero strutture da inserire in un altro contesto, quello del quartiere. Un quartiere ha bisogno di suoi spazi pubblici, per vivere. Ma a ponte di nona come in altri nuovi quartieri) ci sono abitazioni residenziali e spazi privati. Lo spazio privato decide tempi, stili di vita e bisogni indotti. Il recente film la nostra vita è l’icona.
Dimenticavo. Qualcosa del genere (do ut des) era previsto nella convezione con il comune. Opere a scomputo. Inizialmente erano previste delle opere, dei servizi anche a vantaggio del quartiere ma non è stato fatto niente o quasi. La gran parte dei soldi se ne sono andati per fare lo svincolo dell’autostrada. A pagamento.