Chi sta in piazza nella provincia (veneta) profonda? I bangladesi…

Alte Ceccato, da cittadella del lavoro industriale…..Nord est, provincia di Vicenza, non quello odierno delle piccole medie imprese e della Lega che vince da sola, ma quello di un tempo in cui, mentre i figli degli agricoltori erano costretti ad emigrare, le fabbriche era possibile contarle sulle dita di una mano. Due importanti statali si incrociano intorno al nulla a ridosso dell’osteria “da Piero” dove la gente, stanca di pedalare, si ferma per una sosta, per il resto solo campi. E’ l’immediato dopoguerra e questa è Alte di Montecchio Maggiore, una località semideserta a ridosso di un importante snodo viario. Qui per volontà dell’industriale Pietro Ceccato, si realizzò un ambizioso progetto di creazione di una cittadella del lavoro. Proprietario della FIPA (Fabbrica Italiana Pistole e Aerografi) che nel 1954 divenne la MAPA (Macchine e Attrezzature Per Autofficina) e della “Ceccato” che fabbricava compressori d’aria, ponti elevatori per autovetture ed accessori per autofficine, l’industriale riuscì, attraverso una pianificazione funzionale degli spazi abitativi e alla costruzione di alloggi per i lavoratori dell’industria che provenivano dalle aree rurali, a trasformare la natura agricola di Alte, facendo di questo paese, a ridosso di un’osteria, una piccola monogorod veneta. I dipendenti, già un centinaio nel 1946, divennero, grazie alla migrazione dalle aree rurali venete e dal meridione, più di 700 nel 1953 e attorno alla ditta madre sorsero una ventina di fabbriche, metà delle quali direttamente fornitrici della “Ceccato”. Nell’estate del 1954 Alte di Montecchio Maggiore prese il nome di Alte Ceccato. Si arrivò dunque alla creazione di una comunità-fabbrica, la cui vita sociale, oltre che lavorativa, era unicamente imperniata sull’infrastruttura produttiva.

Lo stesso spazio pubblico era la fabbrica. La scuola, il cinema, i concerti della Banda Ceccato: tutto si svolgeva all’interno degli edifici dell’azienda, persino la chiesa nella centrale Piazza San Paolo fu ultimata con il lavoro degli operai della Ceccato. E’ proprio questa piazza che, oggi, rivela qual’è il volto che assume lo spazio pubblico di questo paese, nato attorno ad una fabbrica e disteso lungo il sovrapporsi di due arterie statali. E’ sufficiente gettare uno sguardo oltre al bassorilievo che raffigura Pietro Ceccato, infatti, per scorgere, al centro del paese, una piazza, adagiata dinanzi alla chiesa e formicolante di vita: uno spazio animato da bambini che giocano sorvegliati dalle loro madri, donne dai vestiti colorati che, con movimenti discreti, attraversano lo spazio pubblico, ma soprattutto dai loro padri che, riuniti in piccoli crocchi gesticolano e conversano tra loro dopo il suono della sirena delle fabbriche. Si parla di politica, della crisi economica, della tassa del mutuo da pagare, del costo della vita, ma sempre con spirito di solidarietà comunitaria e una forte ambizione al miglioramento personale e collettivo.

Al centro della piazza, un albero offre la propria ombra per rendere più piacevoli le chiacchierate che i membri della comunità si concedono seduti sulle panchine sottostanti, al punto da diventare il centro simbolico di questa distesa di cemento racchiusa dai bar, dai negozi di alimentari, dalle pizzerie e dalle altre attività commerciali diffusamente presenti.


…a nuova frontiera della globalizzazione Sembrerebbe, così, realizzato il sogno che, sessant’anni prima, animò Pietro Ceccato; l’imprenditore, però, forse non avrebbe mai immaginato che le voci che tengono vive le vie del paese e la voglia di comunità che è possibile respirare nella piazza centrale che ospita il bassorilievo che lo rappresenta, sarebbero state quelle di lavoratori immigranti provenienti da una giovane nazione asiatica: il Bangladesh.

La comunità bangladese, infatti, ha eletto Montecchio Maggiore e, soprattutto la frazione di Alte Ceccato, come meta secondaria (solitamente dopo Roma o Palermo) di un movimento migratorio, dalle caratteristiche fortemente diasporiche, rendendo possibile, così, la sopravvivenza del tessuto economico, demografico e sociale di questo scampolo di nord-est.

Montecchio Maggiore, a fine 2009 contava 23.857 residenti di cui 4.362 stranieri per un incidenza del 18,28% sull’intera popolazione comunale. Questa percentuale, quasi triplicata nell’arco di un decennio, raddoppia se ci si riferisce al solo territorio di Alte Ceccato, dove i dati mostrano che su un totale di 6.447 abitanti, 2.263, ossia oltre il 35%, sono immigrati.

E’ proprio la comunità bangladese ad essere la più rappresentata con le oltre 1.500 presenze sul territorio comunale.

Per stessa ammissione dell’anagrafe comunale, l’incremento dei residenti ad Alte Ceccato, è dovuto all’esperienza migratoria, tendenzialmente familiare, dei bangladesi e alla loro stabilizzazione dimostrata dall’alto tasso di immobili acquistati e dalla numerosità dei ricongiungimenti familiari, ma anche dalla presenza strutturale dei minori nelle scuole, dall’animata frequentazione delle due moschee presenti, dall’utilizzo degli spazi pubblici e dal fermento dell’associazionismo, politico e culturale, che contraddistingue questo insediamento.

La frazione, che si estende su un limitato spazio territoriale, conta, quindi, un alto numero di residenti immigrati, ma, attraversando le sue vie, passeggiando per la sua piazza, guardando la locazione di alcuni suoi negozi, risulta chiaro che la popolazione immigrata si concentra e vive un spazio ancor minore di quello rappresentato dell’intero territorio della località, ossia nel reticolo ortogonale delle vie adiacenti a Piazza San Paolo, dove sorgono gli enormi palazzoni costruiti per gli operai Ceccato, dai quali oggi svettano innumerevoli antenne paraboliche e dai cui balconi sono stesi ad asciugare, accanto alle tute blu, shari e tree pieces colorati.


Lo spazio pubblico? Un campo di lotta. Il “nuovo volto” assunto dal progetto di Pietro Ceccato favorito dalla stabilizzazione di una popolazione immigrata che ha arrestato una decadenza, fino ad un decennio fa, ritenuta inevitabile è presentato dalla stampa e dalle forze politiche locali come “problema”. E’ grazie ad una strumentalizzazione del tema “sicurezza”, infatti, che la Lega è riuscita a sostituire la precedente giunta comunale per un pugno di voti, certamente non quelli dei molti immigrati che hanno acquisito la cittadinanza italiana. Il nuovo consiglio comunale ha subito fatto parlare di sé per una serie di provvedimenti mirati a colpire la popolazione immigrata. La strategia politica dell’amministrazione contempla un ventaglio di azioni che si dispiega a partire dalla rimozione di parte dell’arredo urbano (nello specifico alcune panchine descritte come luogo di devianza in quanto spazio di ritrovo e socialità per molti immigrati), per arrivare alla ridefinizione dei parametri abitativi necessari all’idoneità alloggiativa (ma anche al rilascio della residenza e, di conseguenza, al rinnovo del permesso di soggiorno e al nulla osta al ricongiungimento familiare) e alla delibera “pane e acqua” che impone una “dieta forzata” ai figli delle famiglie (quasi tutte immigrate) che non riescono a provvedere al pagamento della retta della mensa scolastica. I lavoratori immigrati bangladesi si sono autorganizzati animando manifestazioni politiche ed azioni simboliche che hanno coinvolto altre forze sociali del territorio per una più eguale distribuzione delle risorse (politiche, simboliche e materiali). Al contempo, però, la resistenza messa in atto dai lavoratori immigrati rischia di essere ridotta a “merce di scambio” dalle forze politiche che appoggiavano la precedente giunta comunale: un terzo attore che mira a (ri)conquistare, attraverso la lotta per (e nel)lo spazio pubblico di Alte Ceccato, quella manciata di voti che la Lega è riuscita ad erodere. Lo spazio pubblico di Alte Ceccato assume, così, specifiche valenze politiche e simboliche e diventa un elemento centrale nel processo di ridefinizione dei rapporti sociali. Esso viene a rappresentare il terreno nel quale e attraverso il quale soggetti gerarchicamente posizionati entrano in conflitto; un’arena in cui la lotta per il riconoscimento e per la cittadinanza sociale si scontra con una sottile violenza simbolica che mira ad istituzionalizzare dinamiche di esclusione sociale e di ‘inclusione subalterna’.


Enrico Gelati e’ laureando in “Interculturalità e Cittadinanza Sociale” presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia ed e’ stato insegnante di Italiano per stranieri ad Alte Ceccato.

Francesco Della Puppa è dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi di Padova e collabora col “Laboratorio di ricerca sull’immigrazione e le trasformazioni sociali” dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.




Commenti: (2)

 

  1. gianni scrive:

    Articolo veramente interessante. Ci si racconta che le grandi concentrazioni migratorie sono solo nelle grandi citta’, cosa davvero non vera. Mi interesserebe capire quanti immigrati sono cittadini ed in che senso stanno diventando “merce di scambio”? L’opposizione tenta di intercettarne il voto?

  2. enrico scrive:

    purtroppo non ho sotto mano dati certi sul numero di acquisizioni di cittadinanza italiana. L’esperienza sul campo però mi suggerisce che sebbene l’immigrazione bangladese ad Alte Ceccato sia presente da diversi anni (il primo “pioniere” arrivò nel 1979) coloro che hanno ottenuto tale status non siano così numerosi da diventare di per sé una componente elettorale da corteggiare. Inoltre va anche detto che, molti tra questi, hanno già collaborato o comunque si dicono sostenitori ed elettori della precedente giunta. Abbiamo invece usato il termine “merce di scambio” per descrivere come, in questa realtà, attraverso il conflitto per lo spazio pubblico e il ricooiscimento della popolazione immigrata l’opposizione cerchi, anche in buona fede, di recuperare quel centinaio di voti autoctoni per i quali ha perso il Comune.

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