Le Camere del Lavoro: storia di uno spazio pubblico
Nella storia della CGIL la Camera del lavoro, cioè la struttura di rappresentanza sindacale generale che opera in un determinato territorio, ha rappresentato, accanto alla Federazione nazionale di categoria, uno dei due pilastri della sua complessa intelaiatura organizzativa; ancora oggi, a quasi 120 anni dalla sua nascita (le prime furono costituite a Milano, Piacenza e Torino nel 1891) essa mostra una notevole capacità di venire incontro alle molteplici richieste di tutela provenienti dal mondo del lavoro.
Nel 1951, durante il 60° anniversario della Camera del lavoro di Milano, la più grande d’Italia, il Segretario generale della CGIL Giuseppe Di Vittorio dichiarava in modo appassionato: “non esiste in alcun paese un tipo di organizzazione che possa definirsi almeno analogo a quello delle Camere del lavoro italiane. […] La nostra Camera del lavoro […] è stata in pari tempo la somma di tutti i sindacati e di tutti i lavoratori in essi organizzati, l’espressione dell’insieme del popolo lavoratore, l’organizzazione che non si è interessata dei compiti puramente sindacali (l’orario di lavoro, i salari, l’organizzazione della solidarietà da un sindacato all’altro, di tutti i sindacati a un sindacato, ecc.), ma è stata anche qualche cosa di più, un’espressione più viva, più diretta dei bisogni generali del popolo; per cui molto spesso le nostre Camere del Lavoro si sono occupate dei trasporti collettivi cittadini, degli ospedali, dei problemi degli affitti, delle imposte, delle condizioni di igiene in cui vivono i lavoratori in determinati quartieri, cioè di problemi sociali generali. In quasi tutto il nostro paese ogni volta che un lavoratore subisce un affronto, una ingiustizia, un atto di prepotenza da parte di autorità o dei padroni, va alla Camera del Lavoro: essa è vista come l’espressione della giustizia per il popolo”.
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Nate, come detto, nelle regioni del Nord (con l’eccezione di Napoli) nell’ultimo decennio dell’Ottocento, costituite con l’obiettivo di rappresentare “orizzontalmente” – cioè nel territorio – gli interessi del proletariato agricolo, industriale e dei servizi, col nuovo secolo le Camere del lavoro si diffusero anche nel Meridione dove, a causa della mancanza di grandi insediamenti industriali, esse si realizzarono sul modello della Lega bracciantile. Ovunque, nei programmi rivendicativi, non vi erano presenti solo la resistenza e l’accordo, il conflitto e il contratto, ma anche le battaglie sul collocamento, contro l’analfabetismo e l’alcolismo, per la salute pubblica.
Nel 1907, un anno dopo la nascita a Milano della CGdL, usciva un libro straordinario, L’organizzazione di resistenza in Italia, scritto da Renato Brocchi (e ripubblicato da Ediesse nel 2005). Il volume usciva postumo. L’autore, infatti, giovane segretario della Camera del lavoro di Macerata, era morto poco tempo prima, all’età di 24 anni. Tra le altre cose, il libro descriveva affinità e differenze tra Camere del lavoro e analoghe strutture europee (Bourses du travail in Francia, Maisons du peuple in Belgio, Trades Councils in Inghilterra, GewerkschaftsKartelle in Germania) e ne analizzava i compiti principali. Secondo l’autore, le funzioni peculiari delle Camere del lavoro erano le seguenti: collocamento e informazioni, sussidi di disoccupazione, viatico, servizi mutualitici, resistenza, statistiche ed inchieste, insegnamento, consulenza legale, assistenza medica. Inoltre, esse si occupavano anche del “tempo libero” dei lavoratori: la Camera del lavoro di Reggio Emilia, ad esempio, aveva una banda musicale; a Bologna ospitava un teatrino; a Macerata un ristorante cooperativo.
La novità rilevante costituita dalle Camere del lavoro si evince anche dal fatto che queste furono presenti in molti passaggi salienti del Novecento italiano: dal (primo) sciopero generale cittadino di Genova, proclamato nel dicembre 1900 proprio contro la chiusura prefettizia della locale struttura sindacale (episodio che spalancò le porte alla “svolta liberale” di Giolitti), ai gravi attacchi fascisti del 1921-22, con incendi, saccheggi e devastazioni delle Camere del lavoro (le quali, tuttavia, in alcuni casi, come a Bari, seppero resistere eroicamente); per arrivare, infine, al luglio 1948 quando, dopo l’attentato a Palmiro Togliatti – l’allora segratario del Partito comunista – e il conseguente sciopero generale proclamato dalla maggioranza socialcomunista della CGIL, il Ministro dell’Interno Scelba diramò una famosa circolare nella quale invitava i Prefetti a chiudere quelle strutture che avevano guidato la protesta.
Se è vero che dagli anni ‘50, mentre con il “boom economico” si affermava la società industriale, il peso delle Camere del lavoro subì un ridimensionamento di fronte al rafforzamento delle Federazioni nazionali di categoria (i metalmeccanici, i tessili, i chimici, etc.), dagli anni ’80, e ancora di più nell’ultimo ventennio, si è assistito ad una ripresa del loro ruolo; ed è evidente che l’attuale crisi economica accentuerà nel prossimo futuro questa tendenza.
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“Ogni lavoratore, quando esce dal lavoro, alla sera e alla domenica, deve sentirsi attratto da questa istituzione dove può trovare i suoi amici, i compagni di lavoro con i quali intrattenersi e discutere tutti i problemi che lo interessano. Pertanto, bisogna tornare al costume del periodo prefascista, quando la Camera del lavoro aveva il carattere e la funzione di ‘Casa del Popolo’, dove i lavoratori con le proprie famiglie passavano le ore più sane e più liete della settimana”. Così si esprimeva nel lontano 1949, durante il II congresso nazionale della CGIL, Giovanni Parodi, un influente sindacalista piemaontese del settore metalmeccanico. E proseguiva: “Possiamo come per il passato organizzare dei corsi di conferenze sui più vari argomenti. […] Bisogna creare biblioteche locali e circolanti in maniera che l’operaio possa trovare i libri che desidera, leggere e studiare. Devono essere istituiti dei corsi di educazione speciale per i giovani, le donne e i lavoratori stessi. In una parola, le Camere del lavoro oltre ad essere centri organizzativi per le lotte sindacali, devono diventare posti di ricreazione e di educazione”.
Nell’introduzione al recente volume Le Camere del lavoro in Toscana (Ediesse, 2010) curato da Alessandro Del Conte, Gigi Falossi e Luigi Tomassini, quest’ultimo evidenzia il ruolo fondamentale avuto dalle Camere del lavoro come “luoghi fisici stabili, concreti, duraturi”, un “riferimento sicuro” per i lavoratori, dove incontrarsi e frequentarsi; non solo, dunque, “sedi sindacali”, ma veri e propri spazi pubblici e simboli identitari. “Il fatto che nella Camera del lavoro di Firenze – scrive Tomassini – coesistessero leghe come quella dei venditori ambulanti di trippa, dei fonditori del Pignone o degli abilissimi (e ben pagati) lavoranti orafi del Ponte Vecchio […] significava che il radicamento su scala locale era molto forte. A volte questa soluzione organizzativa sembrava andare verso l’idea di una ‘cittadella’ operaia coesa e autosufficiente (attaverso l’integrazione delle componenti cooperative, mutualiste, ricreative), cioè di una subcultura separata e autonoma; ma molto più spesso e in generale aveva una funzione essenziale che consisteva, all’opposto, nell’individuare alcuni grandi obiettivi comuni, non angustamente e strettamente categoriali. Obiettivi che spesso investivano grandi problemi della democrazia e del progresso del paese e della società civile, e quindi divenivano anche obiettivi politici”.
In queste parole si ritrovano evidenti analogie con quanto scriveva Bruno Trentin qualche anno fa (La libertà viene prima. La libertà come posta in gioco nel conflitto sociale, Editori Riuniti, 2004), nel tentativo di spiegare sia il protagonismo delle Camere del lavoro nella storia d’Italia, sia il loro valore attuale: “Nell’istituzione delle Camere del Lavoro c’è stata la grande intuizione dell’aggregazione di persone sottoposte in varie e diverse misure, comprese le questioni di genere e la differenza di sesso, a un rapporto di illibertà, a un rapporto di oppressione. […] Nella Camera del Lavoro c’era il bracciante, che poi era anche edile, c’era la donna che era mezzadra o bracciante ma anche filandiera o tessitrice, c’era il disoccupato che poteva fare pure ogni tanto l’ambulante. È proprio quello che ha messo in crisi l’altra anima, quella del mestiere corporativo che c’era anche in Italia: il sarto, il calderaio, ecc. […] Ma perché in Italia le Camere del Lavoro hanno avuto un ruolo così grande? Perché c’era questa cultura della questione sociale nella quale le persone, e non solo le categorie, avevano pieno diritto di cittadinanza […] Qui c’è una grande cultura della differenza e della solidarietà da riscoprire”.
Nelle parole di Trentin si ritrova, a mio avviso, il senso della sfida che le Camere del lavoro dovranno affrontare già nell’immediato futuro: se queste, infatti, riusciranno a mantenere e sviluppare la loro dimensione “pubblica”, di spazio aperto, di luogo di aggregazione tra “eguali” e di solidarietà tra “diversi”, esse potranno rappresentare un modello (non solo sindacale) per quella Europa politica che dobbiamo costruire.
Fabrizio Loreto e’ assegnista di ricerca presso l’Universita’ di Teramo e ricercatore presso la Fondazione Giuseppe Di Vittorio
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Mi sembra che nelle ultime righe si individui bene quella che secondo me è una questione essenziale per il futuro del sindacato confederale. la cgil rappresenta un modello organizzativo e politico unico prorpio per il suo essere essenzialmente confederale nelle sue politiche e nella sua presenza nella società. la confederalità è l’elemento in grado di unificare e aggregare le persone, di renderle partecipi di una narrazione collettiva, di un vivere insieme, in grado di scatenare rivendicazioni e solidarietà.
questa confederalità, prima ancora che un fattore legato all’elaborazione delle politiche sindacali, è nella storia della cgil un fatto fisico e materiale, che trova la sua realizzazione proprio nelle camere del lavoro.
oggi è possibile ricostruire la confederalità di fronte alla frammentazione del mercato del lavoro e dei processi che lo governano? è possibile contrastare con un rinnovo della confederalità la scelta corportativa che compiono altri sindacati? è un tema già posto nel XV congresso e nella conferenza dell’organizzazione del 2008.
ma la discussione interna alla cgil ha affrontato solo parzialemente il problema della trasformazione delle camere del lavoro come spazi pubblici. la tendenza dell’ultimo decennio è stata quella di trasformare le camere del lavoro in luogo di appoggio per le strutture dei servizi e delle vertenze, trascurando o abbandonando completamente gli aspetti aggregativi e culturali.
questo processo ha avuto origine sia dal crescente peso che i servizi e le tutele individuali hanno acquisito nella presenza del sindacato nel territorio, ma anche da questioni organizzative ed economiche. molte camere del lavoro, spinte da giustificabili (e spesso apprezzabili) esigenze di risparmio, hanno abbandonato le sedi storiche per collocarsi in spazi più moderni e funzionali. ciò ha comportato sia un mutamento degli spazi interni, organizzati sui parametri moderni dell’organizazione di un ufficio, sia, a volte, il trasferimento della camera del lavoro dal centro alla periferia. questo ultimo aspetto è dovuto sia, ancora una volta ad esigenze di costo, sia all’esigenza di collocarsi in luoghi più raggiungibili dai lavoratori e quindi maggiormente funzionali dal punto di vista logistico.
questi mutamenti hanno però inevitabilmente traformato anche la presenza delle camere del lavoro nel tessuto sociale cittadino. posizioni più periferiche e spazi meno funzionali all’aggregazione e all’incontro hanno reso le camere del lavoro meno accoglienti per le attività di dopolavoro e per l’organizzazione all’interno di esse di momenti culturali e aggregativi.
anche gli orari di apertura delle camere del lavoro, conformati anche in questo caso agli orari di ufficio, hanno contribuito a normalizzare il ruolo e il potenziale delle camere del lavoro.
esistono eccezioni interessanti. camere del lavoro che ospitano regolarmente le riunioni delle reti associative locali, o addirittura eventi culturali e mostre. o camere del lavoro che hanno scelto di aprire spazi dedicati ai giovani e autogestiti dagli stessi.
manca però dietro questi piccoli grandi esempi una viusione davvero strategica di tutta la cgil sull’utilizzo degli spazi delle camere del lavoro. le camere del lavoro provinciali e territoriali, le leghe spi, gli uffici del sistema servizi, rappresentano una rete fisica presente in tutto il territorio nazionale. un appoggio reale e concreto che potrebbe amplificare e supportare la sfida del reinsediamento della cgil come forza sociale e di rappresentanza.
Hai ragione da vendere Luca, ci deve essere la volonta’ politica e culturale di “salvare” e ” rilanciare” le Camere del Lavoro. Certo gli incentivi a che si trasformino in mere concentrazioni di uffici sono davvero forti. Il cambiamento delle forme d’uso consolidate, probabilmente, puo’ solo discendere dalla capacita’ dei gruppi dirigenti di scomettere su progetti che hanno poco senso nel breve periodo ma molto nel lungo……Un dilemma per qualsiasi organizzazione!
Vorrei ringraziare l’autore per questo articolo: per me è stato molto istruttivo e di valore.
Innanzitutto vorrei ringraziare Fabrizio Loreto per aver descritto così bene il ruolo delle Camere del lavoro nella storia della Cgil.Poi concordo con ciò che hanno affermato Luca e Ales perchè anche io penso che nel rilancio culturale e politico delle Camere del Lavoro stia la sfida del sindacato del futuro.Sono fiduciosa che ciò lentamente stia avvenendo, sarà perchè vengo da un’esperienza che da più anni sta andando verso questa direzione.