E la (prima) generazione precaria creo’ i centri sociali

I centri sociali italiani nascono nel corso degli anni ottanta; almeno nella fisionomia culturale, politica e di socialità che li caratterizza ancora oggi. Una genealogia ne fa risalire la prima apparizione con la nascita, tra 1975 e 1977, dei cosiddetti “circoli del proletariato giovanile”. I primi circoli giovanili assumevano nella concreta forma spaziale – l’occupazione di edifici, spesso collocati nelle periferie urbane di un industrialismo vicino a entrare nella fase critica – una marginalità sociale che pure si manifestava attraverso l’espressione di una ricca cultura fatta di musica, creatività di base, relazioni informali, risposta diretta ai bisogni.

La prima generazione precaria e le risorse del fai-da-te

La generazione del ’77, che è stata efficacemente ritratta da Umberto Eco nella definizione di “generazione dell’anno nove”, mostrava caratteri non certo di sola marginalità ma anche attitudini e pratiche innovative. Eppure, la prima giovane generazione con minori prospettive di futuro rispetto a quelle precedenti fu proprio quella che attraversò i vent’anni anagrafici nel passaggio tra gli ultimi anni settanta e i primi anni ottanta. Fu pertanto la combinazione tra un contesto di risorse istituzionali bloccate e le chance dal fai-da-te a dar vita all’affermazione della prima generazione di centri sociali italiani, all’incirca tra il 1982 e il 1989. Le differenze di attitudine verso il territorio circostante fecero di ciascun centro sociale uno spazio pubblico assai specifico: alcuni si orientarono a stabilire uno stretto “rapporto con il territorio”, specie se sostenuto da legami di classe, di cultura e idioma sociale comuni. Altri luoghi nacquero invece su forte base generazionale; in essi la collettività di riferimento era semmai quella dei propri pari e le reti – anche di lunga distanza – che si venivano a stabilire. Questa duplice anima fece dei centri sociali degli anni ottanta luoghi in fondamentale tensione tra l’interno e l’esterno: tra promozione di sé, ovvero autorealizzazione delle proprie inclinazioni culturali – principalmente virando in termini controegemonici le culture giovanili del tempo, in primo luogo il punk –  e mantenimento dei legami sociali territoriali che andavano via via allentandosi.

Città socialmente disabitate e l’attacco alla “Cultura”

Specie nei contesti metropolitani, i primi anni ottanta hanno segnato un’inversione di tendenza irreversibile rispetto alla concentrazione di classe operaia entro le mura urbane. Si è trattato di un movimento che ha ricollocato centinaia di migliaia di persone specie dalle grandi città del nord Italia – Milano e Torino – verso i comuni delle cinture urbane, non solo attraverso il montare della rendita immobiliare nelle metropoli, ma anche grazie a un nuovo schema dei desideri di stile di vita destinato alle classi popolari. Entro le mura, invece, operavano ristrutturazioni urbane, terziarizzazione, gentrification, primi rivoli d’immigrazione.

Di conseguenza, anche i centri sociali – assai più nelle pratiche concrete che non nelle retoriche politiche – spostarono progressivamente l’enfasi dai “quartieri” a un territorio sempre più deterritorializzato (reti relazionali, reti culturali e via media, costituite tra soggetti affini e assai meno con la popolazione circostante). Questo ne fece, nel corso degli ultimi anni del decennio, degli spazi pubblici sempre più concentrati e abitati da comunità elettive, che anche grazie alla crescita biografica degli attivisti e delle attiviste portarono nei centri sociali un variegato flusso di risorse e di popolazione. Ancora giovani, senz’altro, ma più differenziati per età, includendo giovani lavoratori/trici e disoccupati, madri e padri, precari e/o attivi nei settori informali dell’economia – sia marginali sia avanzati –. Non va dimenticato che nei primi centri sociali degli anni ottanta si realizzarono diverse sperimentazioni intorno all’autoproduzione culturale e musicale, all’uso e alla diffusione dell’informatica sociale, alle sperimentazioni sui nuovi media e nelle arti performative e audiovisive. Tutti elementi che, complici il disinteresse istituzionale e un mercato – specialmente culturale – ancora per certi aspetti primitivo, confinarono attività, competenze e saperi d’avanguardia in un campo sociale scarsamente visibile e poco interattivo. Da qui l’importanza di un’autodefinizione che emerse nei centri sociali, quella di underground, che bene rappresenta l’ambivalente posizione di marginalità e forza creativa di queste esperienze.

Verso i novanta: una “scena-movimento” di massa

Gli anni novanta si aprono in maniera eclatante per i centri sociali: nell’agosto-settembre del 1989 lo sgombero del centro sociale Leoncavallo di Milano inaugura un ciclo di forte espansione, che si concluderà intorno alla metà del decennio. Tra il 1990 e il 1992 cambia radicalmente il rapporto con l’esterno, specialmente grazie a una giovane generazione di attivisti e di “pubblico” che si è riversata nei centri sociali sull’onda – di riflusso – del movimento studentesco della Pantera e con l’esplosione della musica indipendente: dallo ska al reggae, dal raggamuffin’ all’hip-hop.

L’apparente successo raggiunto vide anche il venire al pettine di alcuni nodi irrisolti di lunga data. Anzitutto, sul piano culturale la forte capacità dei centri sociali di attrarre i nuovi fenomeni creativi( Aaster et al. 1996), specie giovanili, stava venendo meno passo dopo passo, anche per la progressiva cattura delle attività creative giovanili nel campo delle attività economiche di mercato – e di conseguenza nel lavoro precario –. Anche su altri piani, ad esempio nell’economia sociale, un fragile dibattito sull’opportunità di sviluppare “imprese sociali e politiche”, ovvero soggetti produttivi in qualche modo federati e inclusi negli spazi autogestiti, venne rapidamente messo ai margini, mentre sarebbe stato approfondito nel corso degli anni novanta e nel decennio successivo dai movimenti dell’altraeconomia e della produzione equa e solidale. In terzo luogo, vi è una dimensione soggettiva che nei primi anni novanta è entrata in crisi nei centri sociali: il passaggio di consegne generazionale, ovvero la possibilità di una convivenza di diversi bisogni ed esperienze, tra diverse generazioni di attivisti in cooperazione tra loro. Ciò che è stato possibile – o maggiormente e più profondamente sperimentato – altrove in Europa, ad esempio la legittimazione dei bisogni dei lavoratori, dei giovani genitori, degli appassionati di altre pratiche culturali oltre a quelle egemoni nei centri sociali di fine anni ottanta/primi novanta, in Italia è stato assai più sofferto, almeno fino agli anni più recenti.

Una storia di impasse e invenzioni preziose

In sostanza, la mancanza di una economia autogestonaria sostenibile (diversamente dall’economia sociale odierna, che si è soffermata su tutta la filiera produttiva: dal finanziamento etico alla distribuzione e al rapporto tra produttori e consumatori), ma anche di una vera politica delle differenze via via emergenti e di una fiducia nelle attitudini cooperative delle persone coinvolte, hanno occultato un tema chiave che pure ha attraversato la vicenda dei centri sociali autogestiti, almeno per il lungo decennio andato dai primi ottanta alla metà degli anni novanta: il tema dell’autorealizzazione. Si tratta di una parola forse stridente – e probabilmente assente, nei fatti e nelle carte – dal vocabolario della sinistra radicale e autonoma, specie negli anni ottanta del rampantisimo, dello yuppismo e dell’individualismo acquisitivo – aspetti che ne rappresentavano solo la dimensione egemone, non cancellando altre possibilità alternative –. Ma si tratta ugualmente di un’aspirazione che ha scalpitato a lungo nelle pratiche di giovani e meno giovani attivisti. Ciò ha rappresentato un’invenzione preziosa nella lunga ed eterogenea vicenda dei centri sociali italiani: una declinazione di nuovi spazi pubblici nell’utopia della piena realizzazione di sé.


Beppe De Sario è ricercatore presso l’area Welfare e diritti di ed è redattore della rivista di storia della conflittualità sociale “Zapruder. Storie in movimento”.


Letture:

Aaster et al., 1996, Centri sociali: geografie del desiderio. Dati, statistiche, progetti, mappe, divenire, Milano, ShaKe edizioni Underground.

Adinolfi Francesco (a cura di), 1994, Comunità virtuali: i centri sociali in Italia, Roma, Manifestolibri.

Adinolfi Francesco, 1989, Suoni dal ghetto, Genova, Costa & Nolan.

Anonimi, 1977, Sarà un risotto che vi seppellirà. Materiali di lotta dei circoli proletari giovanili di Milano, Bologna, Squilibri.

Branzaglia et al., 1992, Posse italiane. Centri sociali, underground musicale e cultura giovanile degli anni ’90 in Italia, Firenze, Tosca.

De Sario Beppe, 2009, Resistenze innaturali. Attivismo radicale nell’Italia degli anni ’80, Milano, Agenzia X.

Moroni et al., 1995, Centri sociali: che impresa! Oltre il ghetto: un dibattito cruciale, Roma, Castelvecchi.

Revelli Marco, 1997, La sinistra sociale, Torino, Bollati Boringhieri.

Sorlini Claudia (a cura di), 1978, Centri sociali autogestiti e circoli giovanili. Un’indagine sulle strutture associative di base a Milano, Milano, Feltrinelli.





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