Dati Istat: giovani divorati dalla crisi


Tratto da Art. 33, la Rivista della FLC CGIL


Il fatto che i giovani abbiano pagato per primi il conto della crisi è ormai un fatto consolidato, ma se incrociamo con attenzione i dati emersi recentemente dal Rapporto Annuale dell’Istat, dalle indagini di Bankitalia e AlmaLaurea possiamo concludere che ne sono stati letteralmente divorati e che la questione generazionale dovrebbe, a rigore di logica, esser il primo punto nell’agenda politica del Paese.

Secondo l’Istat nel mese di Aprile 2010 il tasso di disoccupazione nella popolazione tra 15 e 24 anni è salito al 29,5%, con un aumento 4,5 punti percentuali rispetto ad aprile 2009; questo a fronte di un dato complessivo della disoccupazione che si attesta sul 8,9%, con un aumento di 1,5 punti rispetto ad aprile 2009.

Se quasi il 30% degli under 24 è disoccupato, non va certo meglio ai fratelli maggiori: rielaborando i dati Istat vediamo che nel 2009 la disoccupazione degli under 35 si è attestata intorno al 15%, assorbendo per buona misura l’aumento del tasso complessivo.

L’Istat inoltre elabora nel Rapporto Annuale alcuni dati riferiti alla condizione dei giovani under 30.

La crisi ha infatti determinato nel 2009 un significativo calo sull’occupazione dei giovani (18-29 anni): 300 mila unità in meno rispetto al 2008, con un contributo del 79% sul calo complessivo dell’occupazione.

Secondo l’Istat nel 2009, poco più di due milioni di giovani (il 21,2 per cento della popolazione tra i 15 e i 29 anni) non lavora e non frequenta nessun corso di studi (i cosiddetti Neet, Not in education, employment or training). L’Italia ha il primato europeo per quanto riguarda il numero di giovani Neet e sono ad alto alto rischio rischio di esclusione sociale visto che nel 2009 è aumentata la probabilità di permanere a lungo in questa condizione.

Oltre ad un allargamento dell’area dei Neet (142 mila in più) e degli studenti (83 mila in più), si aggiungono altri 47 mila giovani che, precedentemente in posizione di studenti-lavoratori, prolungano gli studi, presumibilmente in ragione delle ridotte prospettive occupazionali.

Per quanto riguarda coloro che sono fortunatamente impiegati non ci sono certo prospettive “solide”: il 30% della popolazione 18-29enne ha un lavoro atipico (a fronte del 8% della restante parte della popolazione) ed è in questo segmento che si è concentrato il calo dell’occupazione. Se, per ogni 100 giovani occupati nel primo trimestre 2008, a distanza di un anno, 15 sono transitati nella condizione di non occupato (erano 10 un anno prima), tra i giovani collaboratori questa percentuale sale a 27.

La maggior parte dei lavoratori atipici non ha usufruito di alcun ammortizzatore sociale visto che su 150.000 parasubordinati che hanno perso il lavoro solo 1500 hanno usufruito del misero bonus elargito dal Governo.

Quindi si passa direttamente da precari a disoccupati, senza alcuna forma di sostegno al reddito.

Occorre sottolineare che questa è una generazione che ha investito tempo e risorse per formarsi, ci aspetteremmo pertanto che in una fase di crisi fossero quantomeno salvaguardate le migliori competenze: come sappiamo purtroppo non è così.

L’occupazione crolla non solo per i giovani con basse qualifiche: secondo i dati diffusi recentemente nell’indagine 2009 di AlmaLaurea a tre anni dalla laurea il tasso di occupazione è sceso di 8,6 punti percentuali.

Molti autorevoli Ministri, e per ultimo il Ministro Brunetta, si sono esercitati nel definire il grave fenomeno dei “bamboccioni”, ovvero giovani “viziati” che preferiscono rifugiarsi nella mura domestiche.

Effettivamente secondo l’Istat nel 2009 la quota dei 18-34enni che vive ancora in famiglia si attesta al 58,6%, per la fascia 30-34 siamo quasi al 30%, una quota triplicata dal 1983.

Il dato è allarmante, ma difficilmente può essere addebitato ad un repentino mutamento psicologico dei giovani italiani, che sempre secondo l’Istat, più lungimiranti dei loro Ministri, identificano il problema nella condizione sociale, determinata dall’andamento del mercato del lavoro e dall’assenza di welfare, sommariamente sostituito dall’ammortizzatore “famiglia”. Senza considerare il costo della vita, a partire da un mercato degli affitti drogato che certo non agevola l’uscita dalla casa dei genitori.

Questa condizione, come autorevoli demografi hanno già denunciato, rischia di portare al collasso il nostro Paese. L’Istat sempre nel rapporto annuale prevede che il numero di figli per donna possa crescere fino a 1,58 nel 2050; la speranza di vita aumentare fino a raggiungere gli 84,5 anni per gli uomini e gli 89,5 per le donne; il numero dei giovani fino a 14 anni ridursi a 7,9 milioni (il 12,9 per cento della popolazione); la popolazione attiva contrarsi a 33,4 milioni (54,2 per cento) e quella degli over 64 salire a 20,3 milioni (da uno su cinque a uno su tre residenti nel 2050). In sostanza, l’indice di dipendenza degli anziani potrebbe raddoppiare, creando un disequilibrio demografico rilevante.

Questi dati in tutta la loro crudezza dicono una cosa chiara: alle generazioni più giovani viene sottratta la possibilità di rendersi autonomi dalla famiglia e di determinare il proprio futuro, con la drammatica conseguenza di ratificare ed estendere le diseguaglianze sociali di partenza.

Anche questa è una riflessione che dovrebbe far parte del dibattito pubblico visto che l’immobilità sociale nel nostro paese aumenta, condizionando non solo l’accesso agli studi, ma anche l’accesso al lavoro. Forse i molteplici afflati sulla valorizzazione del merito dovrebbero essere innanzitutto indirizzati all’affermazione della mobilità sociale e all’indipendenza economica dei giovani, piuttosto che strumentalizzati per ridimensionare l’intervento pubblico e quindi le opportunità delle fasce più deboli.

E’ pertanto necessario un investimento straordinario per i giovani: questo significa più scuola e università pubblica, più sviluppo e occupazione di qualità, più stabilità e diritti nel lavoro, politiche per l’autonomia e l’accesso alla casa, un adeguato sistema di welfare e sostegno al reddito.

A pagare non possono essere sempre i soliti noti: è ora di addebitare il conto a chi in questi anni ha visto crescere la propria ricchezza protetto dalla rendita e dai grandi patrimoni con l’obbiettivo esplicito di redistribuire risorse e opportunità, mettendo, questa volta senza finta retorica, i giovani al primo posto.


Commenti: (3)

 

  1. [...] disoccupati: oggi uno cinque ne’ lavora ne’ studia, un altro terzo ha contratti atipici: tutti dati che nel Mezzogiorno diventano ancora piu’ apocalittici. Giovani disoccupati fra i quali la [...]

  2. [...] disoccupati: oggi uno cinque ne’ lavora ne’ studia, un altro terzo ha contratti atipici: tutti dati che nel Mezzogiorno diventano ancora piu’ apocalittici. Giovani disoccupati fra i quali la [...]

  3. Francesco scrive:

    sicurmente c’è una sprequazione nella tassazione tra redditi da lavoro dipendente e autonomo , andrebbero colpiti di più rendite e patrimoni ma anche le pensioni … i soldi non si trovano sotto i sassi , quindi il sindacato dovrebbe cedere sul taglio della spesa pubblica , non si possono fare gli ammortizzatori sociali senza toccare gli stipendi e le pensioni delle categorie relativamente privilegiate che sono il bacino d’utenza del sindacato che sono quasi tutti pensionati o in procinto di andarci , non si può andare in pensione a 55 anni in Svezia ci vanno a 65 da 30 anni. Bisognerebbe riformare l’università inserire criteri di accesso basati sul merito aumentare le tasse a chi può pagarne di più liberismo!!! , spostare l’onere del servizio dal contribuente all’utente scoraggiare i fuori corso , abolire gli ordini professionali , la flessibilità senza ammortizzatori si chiama precarietà . L’occupazione dopo la riforma Biagi è cresciuta . Perchè non iniziamo a parlare di tutti i privilegi dell’altra casta , che per voi l’art. 18 non esiste , che non pagate un sacco di tasse , che non avete organizzazione democratica , che non siete tenuti rendere pubblici i bilanci , del business dei CAF… del patrimonio immobiliare , delle trattenute ala fonte

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