Nomi e numeri della precarietà italica


Da diversi anni ormai in Italia la questione giovanile è diventata centrale nel dibattito politico. Se ne discute nei giornali e telegiornali. Vengono avanzate dai politici provocazioni contro i bamboccioni che a trent’anni superati non vogliono lasciare la casa dei genitori, si scrivono libri [Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni, di Boeri e Galasso, 2007], senza che tuttavia tutto questo gran parlare porti ad azioni promosse dalla politica o dagli stessi giovani a tutela delle proprie condizioni materiali di vita.

Qualcosa di simile accade con la precarietà del lavoro, tema di cui si parla spesso con compassionevole paternalismo, ma sul quale non si interviene mai. Forse è più che un caso, i due temi, infatti, sono inestricabilmente connessi: se è vero che non tutti i precari sono giovani, vale la relazione inversa, per la quale molti giovani che lavorano dispongono di contratti a termine. Se, infatti, gran parte degli ingressi al lavoro si svolgono con modalità precarie, succede spesso che la precarietà diventi una condizione nella quale si rimane intrappolati per anni. L’ultima indagine Ires (Rapporto 5/2010) sul lavoro precario al tempo della crisi dà una stima dei soggetti interessati dalla instabilità occupazionale pari, nel 2008, a 3 milioni e mezzo circa di persone, di cui poco più di 1 milione e 800 mila donne (52%) e quasi 2 milioni di giovani e giovani-adulti fino a 34 anni d’età (56%)[1].


I numeri della precarietà

Il mercato del lavoro italiano ha subito negli ultimi decenni, con una netta accelerazione nell’ultimo quindicennio, un marcato processo flessibilizzazione. Dalla metà degli anni novanta ai primi anni del 2000, per dare un’idea dei numeri in questione, i contratti a tempo determinato sono raddoppiati, raggiungendo la quota del 10% del totale dei lavoratori dipendenti [Paci, 2005; Reyneri, 2004; Sestito, 2002, p.152; Altieri 2000, p.51].  E’ importante sottolineare che l’aumento della flessibilità in entrata nel mercato del lavoro, non procede di pari passo con una ri-organizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali in uscita [Zucchetti 2002; Borghi e Van Berkel 2005], i quali restano ancora strutturati principalmente su una logica di funzionamento di tipo contributivo-occupazionale. In tal modo si crea quindi una situazione di elevata vulnerabilità in particolare nei confronti dei giovani, sempre più implicati in percorsi di flessibilità occupazionale. Tale vulnerabilità inoltre è accresciuta dai processi di indebolimento della famiglia come “vero ammortizzatore sociale” nel sistema di welfare italiano” [Kazepov e Genova 2005].

Piccola storia nazionale della precarietà

Se questi sono i dati, come si è giunti ad un tale risultato? Quali sono stati i principali interventi normativi che hanno avviato quel ” lungo processo di smontaggio” – come lo definisce Accornero-  del lavoro standard tutelato e garantito? In sintesi è possibile individuare due tappe di tale “smontaggio” La prima ha inizio con l’ampliamento dell’utilizzo del contratto a tempo determinato, introdotto nel 1962 e che a partire dal Lodo Scotti (1983) diventa, tramite graduali e successivi interventi legislativi (LN 56/1987; D.lgs 368/2001) non più uno strumento strettamente vincolato ad un impiego “straordinario ed occasionale” ma una forma “regolare”.

La seconda tappa è rappresentata dalla incrementale introduzione di nuove fattispecie, come ad esempio i contratti di formazione lavoro (LN 863/1984[2]), poi riformulati dagli accordi “Amato” (31 luglio 1992) e “Ciampi” (23 luglio 1993)[3]; il lavoro interinale (LN 196/97 il c.d. “Pacchetto Treu”[4]); i  contratti di collaborazione coordinati e continuativi, che, se pure già esistenti dal 1959, non erano stati molto utilizzati per l’assenza di riferimenti normativi che ne definissero confini, regole e tutele. Tale processo culmina con l’approvazione della LN 30/2003, la quale completa e sigilla la flessibilizzazione del mercato del lavoro ampliando e moltiplicando le tipologie contrattuali di carattere “atipico”, (come il lavoro in somministrazione, a progetto, a chiamata, ripartito, contratto di inserimento, prestazione occasionale), istituzionalizzando in tal modo il “lavoro non standard”.

Chi paga la crisi economica?

A ciò si aggiunge che nel biennio 2007-2009, per effetto della crisi economica, il tasso totale di occupazione in Italia ha subito una battuta di arresto. Anche in questo caso, come ci ricorda l’Istat con la Rilevazione delle Forze di lavoro, le componenti più colpite sono state quella femminile e quella giovanile, e non anche quella degli ultra- cinquantacinquenni, per i quali al contrario il tasso di occupazione ha  continuato a crescere passando dal 33,8% al 35,7%. L’analisi dell’andamento della disoccupazione per classi di età, nell’ultimo biennio di crisi (2007-2009) evidenzia infatti la maggiore espulsione di giovani dal mercato del lavoro, per i quali infatti la disoccupazione cresce di oltre cinque punti percentuali (dal 20,3% al 25,4%) mentre la disoccupazione degli over – cinquantacinquenni, (notevolmente più bassa rispetto a quella giovanile), è cresciuta di un punto percentuale (dal 2,4% al 3,4%).

Questo dato dimostra che i giovani occupati prevalentemente con contratti “non standard” sono le componenti più marginali del mercato del lavoro, e come tali sono le prime ad essere espulse dal mercato del lavoro nei periodi di crisi economica. Inoltre i contratti di lavoro atipici, utilizzati prevalentemente per l’inserimento lavorativo dei giovani, non prevedendo le tutele sociali garantite ai lavoratori standard (come ad esempio la cassa integrazione ordinaria e straordinaria, l’indennità di disoccupazione, il trattamento di fine rapporto, ecc…), rendono i giovani anche più esposti alle conseguenze della perdita del posto del lavoro. La minore crescita della disoccupazione degli ultra-cinquantacinquenni, può infatti essere letta come il risultato della temporanea “tenuta” degli ammortizzatori sociali, dal momento che i lavoratori in cassa integrazione non vengono conteggiati tra i disoccupati.


Maria Concetta Ambra dopo aver lasciato la casa dei genitori e la terra Sicula all’età di 18 anni, è riuscita- lavorando precariamente- a laurearsi in sociologia a Roma, con una tesi sulle “disuguaglianze e classi sociali in Italia”. Dopo una breve esperienza di studio negli Stati Uniti è ritornata a Roma, dove attualmente  sta concludendo il dottorato in “Sistemi Sociali, Organizzazione e Analisi delle politiche pubbliche”. Si interessa di mercato del lavoro, sistemi di welfare e politiche sociali. Essendo una amante della cucina italiana, spera di non dover presto migrare in terre straniere in cerca di un lavoro dignitoso.



[1] Viene qui proposta una stima dell’occupazione atipica che considera come “instabili”, insieme ai dipendenti a termine e ai collaboratori, anche i non occupati da non più di un anno per scadenza dell’impegno lavorativo.

[2] Con la L.N.863/1984 vengono introdotti, in un contesto di ripresa economica, nuovi strumenti di politica attiva come i contratti di solidarietà, i contratti di formazione e lavoro e il lavoro a tempo parziale. I primi permettono alle imprese,in accordo con le rappresentanze sindacali, di diminuire l’orario di lavoro sia in senso difensivo, per scongiurare possibili licenziamenti, che in senso espansivo, al fine di favorire nuove assunzioni. I contratti di formazione e lavoro, già introdotti in via sperimentale nel 1977, puntano ad incentivare le opportunità lavorative per i giovani dai 15 ai 29 anni  (per un periodo non superiore ai due anni) combinandone l’assunzione con un percorso formativo. Il contratto a tempo parziale costituisce una importante deroga al lavoro tradizionale fulltime anche se, “ la non proporzionalità del carico contributivo rispetto al monte orario, ne disincentiva fortemente l’applicazione da parte dei datori di lavoro” (Graziano 2004).

[3] Tali accordi prevedono nuove misure di de-fiscalizzazione degli oneri sociali in caso di assunzioni a tempo parziale e istituiscono i piani di inserimento professionale per i giovani residenti nelle aree depresse del mezzogiorno e i lavori socialmente utili (LSU) per i disoccupati di lunga durata.

[4] Il Pacchetto Treu riformula diversi strumenti di politica attiva quali l’apprendistato, i contratti di formazione e lavoro e introduce nuove tipologie contrattuali volte a garantire un maggior grado di flessibilità, come il lavoro interinale.

Commenti: (1)

 

  1. paola scrive:

    molto interessante come articolo, visto che pensavo che le forme di lavoro precario fossero state introdotte tra il 1996 e il 2003.

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