Giovani salari che non crescono
Se c’è una cosa che tutti gli economisti riconoscono come l’origine della crisi economica-finanziaria che stiamo attraversando è l’accentuarsi delle disuguaglianze, a cominciare da quelle riconducibili alla distribuzione del reddito. Negli Stati Uniti come in Italia, passando per tutte le economie avanzate, si è registrata una progressiva compressione della parte di reddito nazionale distribuita al lavoro a vantaggio della quota che è andata a profitti e, peggio ancora, alle rendite. Mentre lavoratori e famiglie cominciavano a capire che i loro stili di vita e di consumo non sarebbero stati più gli stessi, il sistema economico, sotto il dominio di quello finanziario, spingeva a compensare sempre di piu’ tale riduzione con l’indebitamento privato, la cui onorabilità però veniva rimandata e manomessa dagli stessi mercati finanziari in funzione della speculazione. Esattamente dall’altra parte della “curva della distribuzione”, infatti, i più ricchi, cioè coloro che avevano accumulato risparmi e patrimoni da proteggere dall’inflazione e da utilizzare per generare altre rendite e altri investimenti finanziari (solo finanziari), tenevano “imprigionate” buona parte delle risorse che sarebbero state utili a far crescere l’economia reale, a rendere più equa la distribuzione delle ricchezze e a bilanciare i conti pubblici. La degenerazione e la deregolamentazione della finanza, lo squilibrio delle bilance commerciali e dei pagamenti tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo, i problemi di liquidità dei sistemi bancari e il mal-funzionamento stesso dei mercati finanziari, la crisi dell’economia reale, della produzione e dell’occupazione, i miliardi spesi per stimolare l’economia reale e ridare fiducia ai mercati finanziari e, infine, l’inevitabile disordine dei conti pubblici e le conseguenti manovre correttive, pertanto, rappresentano solo una conseguenza dello squilibrio della distribuzione dei redditi.
Origini e storia recente della “questione salariale”
Anche in Italia – dove negli anni Settanta, il movimento operaio era stato capace di strappare conquiste sociali fra le piu’ rilevanti nel mondo occidentale – la compressione della quota distributiva del reddito da lavoro è stata dettata essenzialmente dalla bassa crescita della produttività e dalla ancor più bassa crescita salariale; dal peso sostenuto soprattutto dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, dato il prelievo fiscale fisso, del risanamento dei conti pubblici e delle riforme; dalla dequalificazione del lavoro in una logica di competizione sui costi. All’origine, infatti, della cosiddetta “questione salariale” c’è un processo di contenimento – più noto come “moderazione salariale” – della crescita delle retribuzioni dei lavoratori italiani legato ad una decelerazione della crescita dello stesso reddito nazionale e, contemporaneamente, ad una riduzione dell’inflazione, nel corso di tutti gli anni Ottanta e Novanta, portato dallo shock – dell’economia come degli economisti – generato dalla crisi energetiche del’73 e del’79. Tuttavia, ogni accordo tra governo e parti sociali in cui si è chiesto ai lavoratori di accettare una crescita moderata delle retribuzioni è sempre stato animato da quel senso di responsabilità nazionale che avrebbe permesso di non lasciare l’intera economia italiana indietro rispetto agli altri principali paesi industrializzati, soprattutto negli anni Novanta, a fronte della nuova rivoluzione tecnologica e della maggiore offerta di lavoro a livello globale. Lo “scambio” dell’Accordo del 23 luglio 1993 quindi, chiedeva: ai lavoratori “moderazione salariale”, minore partecipazione alla redistribuzione della produttività, maggiore flessibilità e maggiore insicurezza; ai governi di fare riforme (a cominciare dal welfare dal fisco); alle imprese di investire, per riconvertire il tessuto produttivo verso settori meno tradizionali e ad alta intensità di conoscenza e di tecnologia.
Indovinate chi non ha mantenuto gli impegni? I maggiori profitti non hanno garantito maggiori investimenti, maggiore efficienza dell’apparato produttivo e maggiore produttività, non hanno prodotto né maggiore crescita, né più occupazione a tempo pieno e indeterminato, né maggiore sicurezza sociale. Dall’altro lato, sono evidenti le mancanze ed i fallimenti legislativi nell’agevolare il funzionamento dei mercati e la salvaguardia del potere d’acquisto dei redditi da lavoro con il sistema fiscale, con il controllo di prezzi e tariffe, dunque della concorrenza (soprattutto nel change-over dell’Euro).
Qualche numero: giovani sempre più penalizzati
Dall’ultimo Rapporto IRES-CGIL risulta che in 15 anni di applicazione del Protocollo del 23 luglio 1993 le retribuzioni lorde hanno mantenuto appena il potere d’acquisto e su una crescita media complessiva di 14,3 punti percentuali della produttività dell’intera economia in termini reali, solamente 3,8 punti sono andati al lavoro. Le retribuzioni nette, dal 1993 al 2008, hanno poi lasciato al fisco 6.738 euro cumulati in termini di potere d’acquisto, per effetto del fiscal drag[1] e di un iniquo sistema fiscale[2]. Risultato: quindici anni di crescita zero dei salari netti reali e il fisco ha mangiato i pochi guadagni di produttività (già bassa rispetto agli altri paesi europei).
Secondo i dati delle ultime dichiarazioni dei redditi (2008) circa 15 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 8 milioni ne guadagnano meno di 1.000, di cui oltre il 60% sono donne. Infine, oltre 8,5 milioni dei lavoratori in pensione guadagna meno di mille euro netti mensili. A causa della suddetta asimmetria della distribuzione il 61,8% delle famiglie italiane perciò ha conseguito un reddito inferiore alla media e di queste oltre 2/3 sono residenti nelle regioni meridionali e insulari. Nella Relazione annuale della Banca d’Italia (2010) si evidenzia, inoltre, come nell’ultimo ventennio la quota della popolazione con meno di 25 anni sia passata dal 34% al 24% del totale, restringendo da 20 a 4 punti il divario positivo con la percentuale degli ultrasessantenni. Allo stesso modo la Relazione sottolinea come negli ultimi vent’anni si siano progressivamente ampliati i divari retributivi tra classi di età: nel 2008, la retribuzione netta mensile dei dipendenti con età compresa tra i 51 e i 60 anni era più alta del 27% di quella dei dipendenti con età tra i 31 e i 40 anni a fronte di meno del 10% alla fine degli anni Ottanta. Secondo la Banca d’Italia, Questi andamenti sono riconducibili alla progressiva flessione delle retribuzioni iniziali reali, non compensata da una crescita retributiva più rapida nel corso della carriera lavorativa. L’ultima Indagine IRES-CGIL sulle condizioni dei lavoratori (2007) colloca tale differenziale tra la retribuzione netta mensile di un giovane lavoratore e quella media al 27%.
In Italia, la “questione salariale” è perciò riconosciuta alla radice delle disuguaglianze sociali. Disuguaglianze tra redditi, tra famiglie, tra lavoratori. Disuguaglianze ereditate, a scapito del futuro. L’analisi condotta sin qui porta inevitabilmente ad alcuni obiettivi su cui agire per recuperare il futuro: 1) più crescita e sviluppo del paese; 2) come conseguenza anche del primo punto, buona occupazione per le nuove generazioni di lavoratori; 3) come conseguenza anche del secondo punto, retribuzioni lorde e nette più alte per le nuove generazioni di lavoratori.
[1] In inglese drenaggio fiscale, dettato dall’aumento del rapporto tra imposte e contributi sociali e PIL originato dall’espansione inflazionistica dei redditi in presenza di aliquote fiscali crescenti.
[2] In particolare, per effetto dell’economia sommersa e di un peso del prelievo proporzionalmente più sbilanciato a sfavore dei redditi da lavoro.
Commenti: (5)


Analisi lucida, il punto e’ il che fare. Di questo il sindacato dovrebbe discutere di piu’!
Individuare gli obiettivi è abbastanza facile, perseguirli è difficile!
il punto è trovare un classe politica all’altezza della situazione cosa che non abbiamo e non sembra esserci per il futuro immediato, dopo di che perseguire gli obiettivi non dico che sia facile, ma non sarebbe impossibile visto che negli anni 70 ci si è riusciti.
…ragazzi, basta con gli anni settanta. Sono passati quarant’anni (40). Dobbiamo liberarci di quell’ossessione. Per agire bene bisogna senza dubbio sapere, ma talvolta fa bene anche non sapere….liberarsi il cervello da cio’ che ereditiamo…
Senza entrare in questa sede sulla definizione di conflitto redistributivo più idonea a perseguire questi obiettivi, appare intuitivo un ventaglio minimo di responsabilità che devono assumersi i diversi attori istituzionali e sociali.
Cominciamo dal Sindacato. Estendere la rappresentanza, rinnovare la rappresentatività e allargare la contrattazione sono i primi passi per riunificare e ricomporre il mercato del lavoro. Forti della solidarietà del e nel lavoro il Sindacato – possibilmente unitario – deve contrattare le condizioni di lavoro tanto quanto contrastare gli abusi e le prepotenze. Bisogna cercare di arrivare a contrattare lo stesso sviluppo delle imprese e concertare lo sviluppo dell’economia, sulla base della competenza, dei saperi e del merito, sia nell’industria moderna, sia nei servizi e nei settori strettamente riconducibili all’economia della conoscenza. Il modello tedesco di cogestione e codeterminazione dei processi d’impresa deve rappresentare una tensione ideale.
Il governo, qualsiasi governo, innanzitutto, dovrebbe fare le riforme necessarie a imprimere equità al sistema cominciando dal fisco, dal welfare e dall’istruzione. Il governo non può e non deve esimersi dal governare il mercato, che rappresenta un’istituzione alla pari dello Stato. La politica industriale è indispensabile per far crescere il sistema di imprese e creare buona occupazione. Il caso della FIAT di Pomigliano – prima ancora che un problema di turni, demansionamenti, o di assenteismi e deroghe a leggi e contratti – si presenta come un problema di produzione (la Panda!), connesso all’innovazione necessaria per conquistare quote di mercato internazionale. Di fronte all’assenza di standard internazionali di tutela non si può continuare a competere sui costi della produzione e dei diritti. Si deve investire, investire e investire, per trovare la via alta della competitività, sospinta dall’alta intensità tecnologia e della conoscenza nei processi e nei prodotti, per “scoprire” le quote di mercato globale da conquistare e aprire la strada della qualità, dello sviluppo e del lavoro.
Questo è il ruolo delle imprese. Cercare di non essere un momento, ma “un attività economica professionalmente organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi” (art 2082, Cod. Civile) che cresce, guida l’economia e lo sviluppo.