Senza lavoro e senza reddito?
La nostra idea è semplice: quando il lavoro manca o è intermittente, quando il reddito è insufficiente o addirittura assente, si è cittadini a metà. E questo, in una società che si vuole democratica, non è tollerabile. E più guardiamo ai numeri, a quei numeri dolorosi della crisi più volte evocati sulle pagine di Molecole, più ci convinciamo che l’ingiustizia, in questo paese, ha raggiunto livelli davvero, ma davvero assurdi. La crisi, così, l’hanno pagata soprattutto i giovani. Secondo l’Istat, lo scorso mese di Aprile il tasso di disoccupazione nella popolazione fra 15 e 24 anni era del 29.5%, in aumento del 4.5% rispetto allo stesso mese del 2009. Questo a fronte di una disoccupazione complessiva che era invece del 8,9%, con un aumento dell’1.5% rispetto al 2009. Nello stesso anno, più di due milioni di giovani erano soldati semplici dell’esercito (che, politicamente, potrebbe e dovrebbe essere davvero temibile ed invece non lo è per niente) dei cosiddetti Neet, vale a dire di chi fra i 15 ed i 29 anni la mattina, quando si sveglia, non va né al lavoro né a scuola o all’università. E come (soprav)vivono i Neet? Domanda legittima anche per quei 150.000 precari, in gran parte giovani, che hanno perso il lavoro e che sono precipitati nell’inferno del reddito zero, dove non esistono né cassa integrazione né indennità di disoccupazione. Di questi solo 1500 sono riusciti a strappare il miserabile sussidio liberalmente offerto dal Governo dell’amore universale. Per gli altri niente, reddito ZERO per l’appunto. Oppure qualche cento euro in nero, manovalanza operaia o intellettuale che sia di sicuro gli importi non cambiano. Certo, si, c’è la famiglia a fare da eterno ammortizzatore. Ma come ricordavamo nel nostro primo numero, dedicato all’orrenda retorica dei “bamboccioni”, la “privatizzazione” del rischio funziona per chi può permettersela. E per gli altri?
Lavoro, reddito e cittadinanza: crisi di un ménage a trois
In questo nuovo numero di Molecole vorremmo partire da qui, da chi si trova schiacciato ed al buio, nel ground zero della crisi. Per poi dissezionare la traiettoria di una storia d’amore sempre più precaria: quella fra lavoro, reddito e cittadinanza. Un ménage a trois fiorito nel secolo passato e che aveva fatto del lavoro il canale principe di accesso alla cittadinanza, il criterio che si voleva prevalente della stratificazione sociale, lo strumento più efficace di definizione dell’identità stessa delle persone. E per un bel pezzo questo ménage a trois sembrava funzionare, tanto da attirarsi la critica di integrare troppo (incredibile a ripensarci ora!) le persone che vivevano nel suo raggio d’azione, vale a dire il mondo avanzato. Da quelle parti, insieme alle società industriali, era cresciuta una cultura del lavoro che animava partiti e sindacati, e che ancora ispira molte delle politiche pubbliche (anche se sempre meno, nella Repubblica della Rendita) ed il nostro comune modo di pensare. Ma anche una narrazione del lavoro nobilitante che all’immagine della fatica aveva sostituito quella della gratificazione.
Frammentato e senza appigli: il lavoro come ce lo ritroviamo noi
E cosa succede quando si rompe l’incantesimo? Cioè se in una società strutturata sul lavoro, sia dal punto di vista materiale che simbolico, viene a mancare proprio il lavoro? Oggi, specie per le nuove generazioni, il lavoro è sempre più raro, quello di qualità, magari corrispondente ai propri studi o ai propri desideri, rarissimo. Oppure, quando c’é molto spesso non permette più, automaticamente, di avere un reddito sufficiente a condurre un’esistenza dignitosa. Da troppo tempo ormai diciamo che quel mondo è cambiato, ed in modo irreversibile. E da troppo tempo, specie nella Repubblica della Rendita, il mondo nuovo lo si rincorre sempre più in affanno. Anche da noi, la riorganizzazione dei processi produttivi ha duramente colpito quelli che sono al tempo stesso le componenti più fragili della società, ma anche i nuovi soggetti produttivi: giovani, donne e migranti. La precarietà non costituisce un accidente legislativo, ma l’esito di processi strutturali di riorganizzazione del lavoro che vedono le imprese concentrare il rischio nei segmenti terminali – quelli più deboli, meno visibili e più facilmente amputabili – del ciclo produttivo. Ricattabilità, frammentarietà e individualizzazione sono diventati i tratti distintivi di condizioni di lavoro che tendono a generalizzarsi, in particolare fuori e ai margini delle grandi imprese, consegnando soprattutto ai nuovi lavoratori l’idea che non esista nessuna prospettiva di riscatto collettivo. E’ soprattutto della crescente estraneità a quello che per decenni è stato lo status tipico del lavoratore – dipendente a tempo indeterminato – che si nutre la marginalità delle nuove generazioni. Ad esserne il ritratto emblematico sono tante situazioni ormai sempre più tipiche: l’essere disoccupati, considerati eternamente in stage o in formazione, avere solo contratti precari e bassissimi salari, non accedere al mutuo per la casa, non poter entrare nel mondo delle professioni se non dopo anni di praticantato gratuito, non poter quindi decidere di costruirsi una nuova famiglia. E quando il lavoro c’è ed è precario, non dà garanzie di stabilità e non consente l’accesso ai diritti ed agli appigli del welfare state. Ed oggi infatti, nonostante decenni di retorica delle riforme, il nostro sistema di protezione sociale ignora chi il lavoro lo cerca e non lo trova e chi, nomade tra contratti, tra un lavoro e l’altro si trova fatalmente privo di reddito. Dietro il disastro sociale e generazionale provocato della crisi non ci sono solo quei “cambiamenti strutturali” che prima richiamavamo, ma anche scelte precise operate da governi, attori economici e sociali. E così, anche il welfare state si trova paradossalmente ad oliare gli ingranaggi potenti della marginalizzazione sociale di una generazione che la crisi di quel ménage a trois (fra lavoro, reddito e cittadinanza: lo ricordiamo per scrupolo) la sta vivendo proprio in pieno.
La crisi la possiamo subire o domare. Ma anche cavalcare!
Ma come vedremo, non si tratta di magnificare nostalgicamente il ‘900. Il grande compromesso politico e sociale del secolo passato ha garantito la protezione dei lavoratori, ha permesso l’accesso generalizzato ai consumi, ma non abbastanza ha fatto per la “liberazione” di quei lavoratori, per la qualità, la soddisfazione, per la possibilità di scegliere il proprio lavoro. In una parola: per la felicità di quei lavoratori. Forse, ed anche questa è retorica corrente, la crisi potrebbe essere un’occasione per ripensare a come cambiare – e profondamente – i termini del rapporto fra lavoro, reddito e cittadinanza. Il tempo della crisi potrebbe essere quello dei “pensieri lunghi”, come li chiamavo una volta. A partire da ruolo del sindacato, che deve essere capace di immaginare nuovi diritti universali e di lottare per la loro affermazione, utilizzare la contrattazione collettiva per ricomporre filiere produttive sempre più segmentate, estendere le conquiste di un secolo di lotte ed inventare nuove forme di tutela. Si parlera’ di quanto di buono e’ stato fatto, ma anche di quanto si dovrebbe fare. Nel lavoro è lecito desiderare protagonismo, autonomia, riconoscimento della professionalità. Allo stesso tempo, al lavoro è lecito chiedere di non fagocitare interamente la propria esistenza e di non irrigimentarne i tempi. La formula tradizionale – subordinazione in cambio di sicurezza – non incontra, probabilmente, i desideri emergenti di una forza lavoro sempre più istruita, qualificata e, spesso, intraprendente. Ironia della sorte questa nuova domanda di autonomia e protagonismo è andata incontro a nuove dipendenze e marginalità. Ma di certo non si tratta di un destino. La crisi possiamo senz’altro subirla oppure domarla. Ma anche cavalcarla, collettivamente, e costringerla a portarci dove vogliamo noi e non dove vuole lei. E’ di tutto questo che, con aspettative che come di consueto saranno ben al di là del ragionevole, discuteremo sul terzo numero di Molecole.
Commenti: (10)


E’vero, la crisi potremmo anche cavalcarla e costringerla a portarci dove vogliamo noi giovani lavoratori precari e /o disoccupati, però, prima, noi giovani lavoratori precari e/o disoccupati dovremme prendere coscienza che dovremmo impegnarci tutti, e tutti insieme per realizzare questo grande sogno !
Vi spiego , più parlo con i miei coetani (ho 28 anni) e più mi sembra che non si potrà mai cambiare questa orribile situazione in cui ci troviamo perchè impera la rassegnazione,la nostalgia per un passato “d’oro” poi non conosciuto neanche a fondo, e un individualismo sfrenato che porta ciascuno a pensare a se stesso, a salvare se stesso.
Tutto ciò mi deprime tantissimo perchè io sono una dei pochi che pensa che insieme , impegnandosi tutti assieme, potremmo cambiare le regole che non ci permettono di avere un lavoro stabile, un reddito dignitoso e quindi una cittadinanaza piena , però ripeto ci vuole l’impegno concreto(non solo quando va bene di parole) di tutti.
e’ vero che la nostra generazione ha dimenticato cosa significa l’azione collettiva. ma e’ anche vero che mai come ora le condizioni della nostra generazione sono sprofondate. onestamente, credo che la sola alternativa alla disperazione individuale – mettersi assieme e fare qualcosa – inizi a prendere di nuovo quota. ci vorrebbero di certo degli stimoli esterni…
beh! gli stimoli esterni non sono molti è vero! però anche quando ci sono mi sembra che non si vogliano prendere le occasioni al volo. non c’è entusiasmo, passione!è ora di muoverci di non stare sempre ad aspettare , di reagire
aggiungo che basta dare un’occhiata a questa stessa iniziativa di Molecole!ci dovrebbero essere molti più commenti, voglia di partecipare e invece in tre numeri che sono stati pubblicati c’è stata pochissima parteciazione, quindi caro il mio moro gli stimoli esterni ci sono ma non misembra che si abbia tutta questa voglia di partecipare!cmq spero sempre che tutto possa cambiare, ho molta fiducia !quindi forza !partecipiamo!
intanto volevo informarvi che è nato anche questo blog http://www.scrittorincausa.splinder.com/ che cerca di far luce sui contratti editoriali. perchè talvolta dove si pensa ci sia un privilegio (la scrittura) si nascondono contratti capestro e diritti negati. ciao a presto.
Condivido l’analisi che trovo facile anche afferire ai lavoratori della scuola e della conoscenza che in modo asmatico e difficoltoso trovano la strada per l’unità nel trogolo delle proteste avviatesi nell’anno.
Ciò che non mi torna è il concetto di “crisi”, a mio avviso ipersfruttato proprio da chi ci governa al fine di generare nei cittadini un senso di sottomissione e paura. La crisi è avvertita dalle categorie sotto-locate di cittadini e lavoratori, ma all’interno della stanza dei bottoni gestita dai grandi industriali italiani e non, dalle banche e…dal vaticano, la crisi sembra essere un concetto sconosciuto: introiti in rialzo, esportazione delle produzioni per ingrassare fatturati di già stellari, condizioni di vita principesche alle spalle di chi è costretto a chiedere 50 euro a papà e mamma (bamboccioni sfruttatori di vecchietti!).
Le monarchie assolute sono morte nell’ottocento dopo la riv. francese; Perchè nel mondo del lavoro tolleriamo ancora la sudditanza a un padrone. Sogno l’industria del futuro: lavoratori azionisti, che eleggono i manager e che condividono onori (anche finanziari) ed oneri (anche crisi). Contratto nuovo: socio lavoratore (e se si vuole anche investitore)
tutte parole vere purtroppo.. ho 26 anni e sono appena uscita dall’Università laureandomi con ottimi risultati. Il massimo che sono riuscita a trovare, nel mio campo, è un tirocinio formativo chiaramente non retribuito della durata annuale avendo pure la fotuna (per scorrimento di graduatorie) di superare la selezione prevista dalla mia asl..
Ho mandato centinaia di curriculum a scuole, asili nido, cooperative sociali e nessuna risposta o al massimo “ci invii il c.v., le faremo sapere”. Questa purtroppo è la mia realtà dei fatti e se questa mia realtà accomuna altri giovani allora per forza ci scoraggiamo, questa è una società, a mio avviso dove fare il 100% non basta.
Sono d’accordo con Paola sull’idea che probabilmente insieme, facendo “comunità” il problema si potrebbe risolvere ma manca chi ci ascolta.. chi si prende carico di ascoltare un disagio così dilagante?
Nel frattempo, ritorno al mio lavoro a nero perchè purtroppo è l’unico che non mi fa chiedere a miei genitori “papà, mamma ho bisogno di 100 euro perchè questo mese non riesco a pagare l’assicurazione”
io o 57 anni e volevo fare una riflessione noi operai noi disoccupati e tanti altri gruppi lavorativi noi siamo la maggioranza assoluta e ci facciamo mettere sotto da una minoranza di arricchiti la piu cattiva,e da dei politici che pensano solo a stare bene loro,non siamo capaci di ribellarci abbiamo paura,di cosa dobbiamo aver paura oramai abbiamo toccato il fondo eora di andare tutti in piazza a protestare e a pretendere i nostri diritti come negli anni 60.Volevo anche dire che siamo tornati indietro nel tempo siamo al medioevo,eora di farla finita ribelliamoci,viva il lavoro viva la libertà.
[...] http://www.molecoleonline.it/2010/06/30/senza-lavoro-e-senza-reddito/ [...]