Nuove professioni, vecchi ricatti. Ci vuole il sindacato…
I dati ISTAT sull’occupazione nel primo trimestre 2010 parlano chiaro: 208.000 posti di lavoro in meno in un anno, di cui 138.000 posti persi da uomini e 70.000 da donne. E’ evidente che il prezzo più alto in questa crisi lo stiano pagando ancora una volta i lavoratori, soprattutto le generazioni più giovani. Un giovane su tre (15-24 anni) è ormai disoccupato, con un tasso arrivato al 28,8%. Ma i dati sarebbero ancora più impietosi se comprendessero anche centinaia di migliaia di lavoratori tradizionalmente non considerati tali, anche da una parte consistente dei sindacati. Dalle rilevazioni ISTAT è infatti esclusa una parte rilevante del lavoro atipico, il lavoro autonomo “debole” o “economicamente dipendente”. Si tratta di un fenomeno in continua crescita in tutta Europa, ancora più accentuato in casa nostra. In Italia la diffusione è legata alle profonde trasformazioni intervenute in una realtà socio-economica sempre più dominata dalla conoscenza e dalla tecnologia, con pressanti esigenze di specializzazione tecnica e professionale e conseguente domanda di flessibilità sul mercato del lavoro. Ma deriva anche dalla peculiarità dell’assetto economico italiano, storicamente sostenuto da un tessuto microimprenditoriale particolarmente frammentato e vivace. Decisiva anche una legislazione che incentiva fortemente il ricorso al lavoro atipico e autonomo.
Tante differenze nell’esercito delle Partite Iva
Tutto ciò determina spesso condizioni imposte per i lavoratori che, in assenza di alternative per scelta o per necessità, aprono la partita iva o accettano miseri contratti a progetto pur di restare nel mercato del lavoro. In Italia l’universo delle partite Iva è composto da circa sei milioni di persone. Di questi, due milioni sono iscritti agli ordini professionali. La maggior parte di essi, i più “anziani”, si ritrovano in posizioni di vantaggio grazie a robuste riserve di legge e rendite da posizione, economicamente consolidate da un largo ricorso all’evasione e all’elusione fiscale. Otre tre milioni invece esercitano attività professionali non regolamentate e non riconosciute. All’interno di questa “categoria” esiste un nucleo consistente di lavoratori autonomi o parasubordinati su cui si concentrano almeno tre fattori di debolezza strutturale. Il primo fattore è di tipo generazionale: è evidente che il lavoratore o il professionista che prova oggi ad entrare o a rimanere nel mercato del lavoro, debba farlo con l’enorme zavorra del settimo debito pubblico più grande del mondo e in una situazione di forte contrazione dell’economia globale. Ciò comporta scarse occasioni lavorative, basse prospettive di autoaffermazione (che spesso degenerano in frustrazioni individuali), umilianti attese pensionistiche che prefigurano inquietanti effetti sociali.
Il ricatto della precarietà
Un secondo fattore di debolezza è di tipo lavorativo o “contrattuale”: i lavoratori di oggi devono far i conti con forme contrattuali molto più penalizzanti rispetto a quelle con cui si sono confrontati genitori e nonni. Prima la legge Treu nel 1997, poi la legge 30 del 2003 (c.d. Legge Biagi), introducendo nuove forme di lavoro discontinuo, hanno assecondato le pulsioni del mercato e la sempre crescente domanda di flessibilità da parte delle imprese. Nessuno si è però preoccupato di prevedere una rete di protezioni sociali per chi rendeva possibile tale flessibilità. E mentre per più di un decennio le imprese hanno goduto della sua faccia migliore, con la possibilità di contrarsi, espandersi, delocalizzare, ristrutturare, licenziare, e spesso arricchirsi, i lavoratori atipici e autonomi ne hanno vissuto sulla propria pelle la faccia peggiore, costituita da una precarietà senza futuro. Le numerose forme contrattuali previste dall’attuale normativa hanno di fatto abrogato la dimensione umana e la dignità sociale di una generazione di lavoratori, a prescindere dalla classe di provenienza, dal genere e dalla categoria di appartenenza.
Dentro e fuori gli ordini
Il terzo fattore di debolezza per le nuove generazioni è di tipo professionale. Chi intraprende professioni di tipo ordinistico (avvocati, commercialisti, medici, notai, geometri, architetti) si ritrova alte barriere di accesso, innalzate dalle corporazioni per tenere fuori i potenziali competitors il più a lungo possibile. Le lenzuolate di Bersani con il Governo Prodi tendevano ad attenuare tali squilibri ma l’attuale governo si è subito preoccupato di annullarne gli effetti per poi smantellarne l’impianto. Ancora più consistente il numero di chi esercita professioni non regolamentate, monitorato da oltre dieci anni grazie alla “banca dati sulle associazioni professionali” istituita dal CNEL. L’età media dei professionisti non regolamentati è di 41 anni e 8 mesi. Il 90,2% ha un alto livello di formazione (diploma di scuola superiore o diploma di laurea). Gli autonomi e i parasubordinati che esercitano professioni non regolamentate, essendo privi di una cassa o di un fondo di categoria, versano nel Fondo Gestione Separata dell’INPS. Stando ai dati IRES i livelIi di reddito per tali lavoratori sono molto bassi, ancor più se si considera l’incertezza occupazionale e la discontinuità nelle relazioni di lavoro. L’82,8% lavora in monocommittenza o in pluricommittenza con committente principale. Ciò vuol dire che tali soggetti si trovano in un’evidente e insostenibile condizione di debolezza economica.
Il sindacato e la rappresentanza delle nuove professioni
Ai tre fattori di debolezza se ne aggiunge un quarto, costituito dal sistema della rappresentanza sindacale italiana, tarato pressochè esclusivamente sui lavoratori dipendenti. Per questo è necessario che i sindacati, piuttosto che ostinarsi a disconoscere i cambiamenti, colgano la sfida imposta da un nuovo assetto del mondo del lavoro, estendendo senza riserve la propria base di rappresentanza anche a chi tradizionalmente ne è rimasto escluso. Il sindacato ha il dovere di rappresentare qualunque lavoratore debole, a prescindere dal fatto che sia dipendente o autonomo, stabile o precario. E invece ci si sta sempre più abituando al fatto che alcuni lavoratori non abbiano diritto ad avere diritti. E’ più comodo considerarlo un fenomeno passeggero, un effetto collaterale dello sviluppo. Come se gli atipici, i parasubordinati e le partite IVA “deboli” non debbano avere diritto ad aspettative personali, a prestazioni previdenziali dignitose, a legittime attese di carriera. E’ urgente trovare subito nuove forme, realmente efficaci, di vera rappresentanza per i nuovi lavoratori deboli. E subito dopo lottare per dare diritti e tutele a chi si ritrova fuori dal recinto ben protetto (almeno finora…) del lavoro subordinato o dipendente.
Salvo Barrano è archeologo classico e opera come freelance, conducendo scavi e ricerche nel territorio di Roma e del Lazio.
Commenti: (15)


Io sono un web-designer e si di un sindacato ne avremmo bisogno, so di un’esperienza molto interessante negli Usa. Nata veramente dal nulla, http://www.freelancersunion.org/. Dovremmo prendere l’esempio, certo i sindacati confederali dovrebbero fare la loro parte
Articolo molto istruttivo, mi ci riconosco (faccio praticantato in uno studio di avvocati…). Trovo che la questione dell’accesso alle professioni sia solo uno degli aspetti del piu’ ampio problema dello sfruttamento del lavoro intellettuale. Da questo punto di vista, credo che aprire il mercato sia veramente un obbiettivo di sinistra. Ne guadagneremmo in mobilita’ sociale. Bersani ci aveva provato, ma la “societa’” e’ troppo debole su questi temi….
Dell’esito delle famigerate lenzuolate di Bersani nessuno parla. Tutto sparito nel nulla. Sembrava dovesse essere una rivoluzione. Sono passati quattro anni, se non sbaglio e non si hanno dati ne’ notizie.
Ho apprezzato molto l’intervento e lo condivido per buona parte. Tuttavia su una cosa non sono del tutto d’accordo e cioè che il sindacato sia tarato esclusivamente sul lavoratore dipendente. NIdiL Cgil (Nuove Identità di Lavoro), ad esempio, è la categoria che all’interno della Cgil si occupa anche del lavoro autonomo. Riconosco che c’è una fatica di una parte del Sindacato a staccarsi da una mentalità fordista, che tuttavia ha una sua giustificazione per il semplice motivo che non è che le grandi aziende siano scomparse (e , aggiungo, per fortuna). Ma il Sindacato lavora anche quotidianamente con tutte le atipicità del lavoro (dal lavoro professionale ai vouchers), cercando di ricomporre un mondo del lavoro sempre più frantumato. Dà la possibilità a chi è fuori dal sistema delle tutele acquisite di riconoscersi in un progetto condiviso, in una casa comune che tiene insieme le differenze, dalla prima all’ultima, e che ha come obiettivo l’acquisizione di nuovi diritti, cercando di coniugare la tutela individuale con quella collettiva. E’ un processo, e come tutti i processi complessi è faticoso e ha bisogno di tempo. Il problema che io intravedo è un’altro e cioè che la politica di centro sinistra, l’attore che cioè dovrebbe spingere al cambiamento proponendo norme di avanzamento sulla linea della tutela, arranca, immersa ancora nell’idea di Bauman di società liquida. Fatica a riempirsi di contenuti, a delinare scenari di rappresentanza che tengano insieme la complessità sociale, del mondo del lavoro sempre più disgregato e soggetto a logiche internazionali. Io sono dell’idea che la politica dovrebbe essere ‘invasa’, e che si debba riappropriarsi degli spazi deputati alla partecipazione. Bisognerebbe fare gruppo; può sembrare scontato ma da che mondo è mondo sono i numeri a modificare gli scenari. Bisogna avere la pazienza di tessere reti, mettere insieme più persone possibili, ricostruire una collettività partendo dall’istanza dell’individuo, cioè partendo da noi stessi per primi. Ciao a tutti
Vorrei dire a Lia che condivido in pieno il suo contributo!
tessere reti, questa e’ una fatica di Sisifo. ma e’ quello che bisogna fare nel mondo del precariato sociale ed anche delle nuove professione. Certo, ci vuole gente che sappia investire sui tempi lunghi ed in Italia, specie a sinistra ce n’e’ davvero poca. Ma non perdiamo la speranza…
Credo che lo spirito giusto sia quello indicato da Lia: l’impegno personale a tessere reti, rivendicare spazi, lottare (chi non lotta ha già perso…). Da qualche anno alcune associazioni provano a far comprendere le ragioni di una flessibilità sicura e regolata. Ma è difficile farlo comprendere fino in fondo nei partiti e nei sindacati. La scelta della CGIL di avviare la Consulta del Lavoro Professionale, dove possono confrontarsi le categorie sindacali e le associazioni professionali, sia un primo passo, coraggioso, di superare i tradizionali recinti del lavoro dipendente. Devo però dire che ho avuto modo di toccare con mano le resistenze da parte di alcune categorie a dare legittimazione ai lavoratori o professionisti che, per condizioni imposte o per scelta, ne stanno fuori. Ma ancora una volta ha ragione Lia: è un processo, e come tutti i processi complessi è faticoso e ha bisogno di tempo. A questo proposito ieri Franco Martini, segretario generale FILCAMS, durante un dibattito alla Festa dell’Unità di Roma cui ho partecipato, ha chiaramente indicato quale sarà la sfida del sindacato nei prossimi anni, se vuole rimanere radicato all’iterno della società: cercare di dare rappresentanza e diritti a tutti coloro che attualmente non ne hanno e che spesso sono rappresentati dalle generazioni più giovani.
Sul percorso a ostacoli delle lenzualate di Bersani invito a leggere “Il difficile cammino delle liberalizzazioni a favore del cittadino-consumatore’ di Antonio Li Rosi (http://blogbookshop.blogspot.com/2009/09/libri-lassedio-di-antonio-lirosi-e.html), consigliere per le liberalizzazioni quando Bersani era al Ministero dello Sviluppo Economico
Segnalo inoltre che una recente proposta di legge depositata dal PD alla Camera (Lulli, Cavallaro, Ferranti) limita il tirocino professionale ad una durata massima di 12 mesi per tutte le professioni e prevede, oltre al rimborso spese, un equo compenso proporzionato ed adeguato alla prestazione del tirocinante .
P. S. Saba sta per Salvo Barrano
E’evidente, se in Italia si vuole dare veramente un futuro al paese, quanto si debba investire nella generazione così tartassata così ben descritta nell’articolo. Io ci rientro in pieno; per ragioni anagrafiche su di me è stato praticato l’esperimento della flessibilità senza alcuna forma di tutela o diritto; facendo così di me un precario di quellli senza speranza a 8500 euro all’anno. Ovviamente a partita Iva.
Vi do questi dati per segnalarvi l’urgenza di intervenire nel welfare di questi lavoratori, spesso considerati collaboratori esterni e per tale motivo considerati un pò di serie B, per quel nome collaboratore che non li inserisce in nessun organigramma. Ma i collaboratori sono dei lavoratori veri a cui bisogna quanto prima estendere quelle tutele del mondo del lavoro dipendente di cui ora non godono affatto e dare un senso alla flessibilità. La sfida non è sanare situazioni ma dare diritti ai lavoratori lasciandoli liberi di svolgere le loro professioni sebbene in maniera “flessibile”
Non sono una tecnica, i numeri mi distraggono e non li ho mai capiti fino in fondo.
Però posso passare, sperando di non cadere off topic, della mia di esperienza… che mi vede senza alcun contratto lavorativo da più di sei mesi.
Nonostante ciò, tutte le imprese con le quali ho collaborato negli ultimi mesi del 2009 non mi hanno ancora pagata nonostante i termini di copertura della fattura fossero di 60 giorni: col risultato che, paradossalmente, per questo semestre non lavorativo pagherò probabilmente più tasse di quanto non abbia fatto per l’anno passato.
Avere una partita Iva (imposta, non certo aperta per scelta consapevole) mi impedisce di avere, oggi, una copertura sanitaria: per quelli come me la tessera ASL per non residenti dura al massimo sei mesi. Il rinnovo ora come ora mi è impossibile, non potendo produrre la documentazione necessaria per la conferma: il contratto di lavoro.
Anche ottenere un prestito bibliotecario è un’impresa titanica: lo ammetto, stavo per decidermi a certificare il falso pur di ottenere quel libro indispensabile alle mie ricerche quando un’impiegata della Biblioteca Nazionale si è fermata a parlare prima di analizzare la mia richiesta.
Partita Iva anche lei, ma non la usa: lavora a 600 euro in nero per un’istituzione pubblica, che ha tagliato i posti da 400 a 250 per mancanza di fondi ma che deve andare avanti pagando sotto banco perché non riesce a garantire i servizi altrimenti.
Voi siete sereni?
“parlare” della mia esperienza, non “passare”.. ovviamente
“Il sindacato ha il dovere di rappresentare qualunque lavoratore debole, a prescindere dal fatto che sia dipendente o autonomo, stabile o precario”…condivido tutto l’articolo e in particolare questa frase..mi piace pensare che c’è ancora qualcuno, sopratutto se giovane, che crede o spera in un sindacato vicino alle esigenze di tutti i lavoratori…pronto a intervenire per studiare soluzioni e alternative…capace di svolgere in pieno le proprie funsioni originarie….(scusate la sottile nota polemica!)
Vorrei aggiungere uno spunto alla discussione. Il sindacato è fatto dai lavoratori, le iniziative sindacali partono dai lavoratori, non è un’entità astratta. Ciò che sta faticosamente portando avanti la Filcams (categoria della cgil che segue oltre a commercio, turismo e altri contratti anche quello degli studi professionali) nella rappresentanza e difesa dei praticanti degli studi ( es. avvocati) è nato grazie alla sollecitazione e alla partecipazione attiva dei diretti interessati. Oltre che, ovviamente, alla sensibilità di una categoria da sempre imegnata nella difesa di lavoratori “solitari” e per questo deboli.
Concordo in tutto e per tutto, sono convinta anch’io che ci sia bisogno di un sindacato che rappresenti noi, perchè lo sono anch’io, appartenenti alla meravigliosa DEA PARTITA IVA, così amata da tutti gli imprenditori ed i professionisti che pur di non pagare le tasse per il dipendente, sono disposti a buttarci in pasto alla macchina tritura soldi di questo scandaloso lavoro atipico. Voglio anche segnalare che ultimamente ho sentito delle proposte incommentabili, lavori a partita iva a 300 euro al mese part-time e questo succede al nord come al sud, vale a dire 100/150 euro nette per il malcapitato!!! E succede anche di peggio.
[...] http://www.molecoleonline.it/2010/07/05/nuove-professioni-vecchi-ricatti/ [...]