Paracadute (un po’ piu’) universali per chi perde il lavoro
Non c’è esperto che, riferendosi al sistema di welfare in Italia, non ricorra a caratterizzazioni del tipo: il “labirinto” delle pensioni (Castellino), uno stato sociale “particolaristico e clientelare” (Ascoli, Ferrera). Agli ammortizzatori sociali tocca l’epiteto di “giungla”: indennità ordinaria e a requisiti ridotti, cassa integrazione ordinaria e straordinaria, mobilità. Per non entrare nella selva oscura delle differenziazioni categoriali e in attesa del decollo degli enti bilaterali con base locale. Al contrario di quanto afferma Brunetta[1], questa pletora di strumenti è largamente disfunzionale rispetto alle condizioni reali del mercato del lavoro italiano ed ingiusta nei confronti soprattutto dei lavoratori più deboli.[2]
Fermarsi qui però non basta più. Iniquità e inadeguatezze poggiano su precondizioni ben precise. La questione principale si pone in termini materiali: tutti vogliono essere protetti dal rischio di perdere il posto di lavoro, ma nessuno ne vuole pagare i costi. Come dimostra un confronto con altre realtà europee, è la soluzione del nodo finanziario il cardine di ogni possibile riforma in un’Italia con la più bassa spesa per disoccupazione ma tra i più alti costi del lavoro in Europa. Meglio ancora, sono la distribuzione uniforme dei costi tra i settori produttivi e la diversificazione delle forme di finanziamento le fondamenta di un sistema più efficiente ed equo.
Noi e gli altri
Germania, Francia ed Austria sono tra i Paesi, come l’Italia, in cui il principio dell’assicurazione sociale costituisce il principale meccanismo di funzionamento e di finanziamento per gli ammortizzatori sociali. Per farla breve, riceve un’indennità di disoccupazione chi – e in misura di quanto a lungo – ha contribuito alla “cassa comune”: viene protetto chi paga i contributi, insomma, ovvero le imprese e i lavoratori dipendenti. Questo sistema ha un duplice effetto: le prime fronteggiano un alto livello di costi del lavoro – considerando l’intero monte contributivo; i secondi vedono diminuiti i propri stipendi netti, mentre cresce la proporzione dei lavoratori atipici ed autonomi esclusi dal circuito assicurativo.
Gli altri…
Per controbilanciare questo meccanismo, tutti i Paesi considerati hanno progressivamente smorzato il carattere contributivo della tutela al reddito attraverso un maggior ruolo del sistema fiscale. Hanno ridotto il carico dei costi su lavoratori ed imprese per spalmarlo sulla totalità dei cittadini ed aumentare la copertura verso nuove categorie. Senza dimenticare il complemento fornito dagli schemi di reddito minimo garantito per coloro che non superino una certa soglia di reddito, e un investimento crescente nella formazione dei disoccupati.
In Francia, la Contribution Sociale Généralisée è una (corposa) tassa sul reddito dedicata proprio a sostenere la generosità di programmi sociali come, appunto, il Reddito Minimo di Attivazione. Da parte sua, la Germania ha dimezzato i contributi per la disoccupazione espandendo gli schemi assistenziali e universali – pagati con tassazione progressiva – ai danni di quelli assicurativi. Inoltre, come l’Austria, ha introdotto una finestra per l’assicurazione volontaria degli autonomi. Gli austriaci hanno introdotto il sistema più innovativo: con l’Abfertigung Neu, l’equivalente del nostro TFR (Trattamento di Fine Rapporto) è stato trasformato in un versamento per lavoratori con ogni tipo di contratto su fondi a capitalizzazione, dai cui proventi uno possa ritirare somme anche durante la vita lavorativa in caso di disoccupazione.
Riforme non certo indolori. Da nessuna parte la generosità dei sussidi è rimasta quella degli anni ’70: estendere la copertura a tutti i lavoratori, atipici inclusi, passa attraverso la spartizione della torta in pezzi più piccoli. Nemmeno troppo eguali, dal momento che permangono in tutti i Paesi forti differenze tra la protezione a cui hanno diritto lavoratori con carriere continue e l’assistenza sociale a cui accedono più facilmente gli atipici. Ciononostante, all’aumentare dell’eterogeneità delle forme di lavoro, l’assicurazione sociale da sola non garantisce più né un livello sostenibile di costi né una protezione uniforme per i lavoratori.
…e noi?
Gli ammortizzatori sociali italiani sono ancora saldamente imperniati su meccanismi assicurativi. In un sistema produttivo frastagliato da un altissimo numero di autonomi (25%) e dal cronico nanismo delle imprese[3], il predominio di Cassa Integrazione (CIG) e Mobilità esclude proprio questi due gruppi dai benefici ma anche dai costi della protezione sociale. A coprire la maggior parte dei lavoratori italiani nelle piccole imprese del terziario rimangono schemi generali (indennità ordinaria di disoccupazione e a requisiti ridotti) di scarsa durata e generosità, soprattutto in confronto con la CIG[4]. Alla luce delle esperienze degli altri Paesi europei, una riforma della tutela al reddito in Italia potrebbe partire da:
- razionalizzazione della CIG ed estensione ad includere tutti i tipi di impresa e di lavoratore, inclusi gli interinali;
- revisione dei requisiti di accesso all’indennità di disoccupazione, con qualificazione agevolata per lavoratori temporanei e possibilità di inclusione per gli autonomi;
- finanziamento di CIG e indennità attraverso un solo contributo valido per tutti i tipi di impresa, magari diviso in parti eguali tra datore e lavoratore;
- la stabilizzazione della spesa stanziata durante la crisi per la CIG in deroga a finanziare un reddito minimo di attivazione destinato ai meno abbienti.
Senza passi in avanti, continuerà a valere in Italia quel vecchio verso di Peter Tosh: “tutti vogliono andare in paradiso, ma nessuno vuole morire”.
Federico Pancaldi è dottorando all’Università Statale di Milano e assistente di ricerca al Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, Torino.
[1] “Basta lamenti: in Italia i migliori ammortizzatori sociali”, Corriere della Sera, 7 marzo 2009.
[2] Come dimostra una recente ricerca, le indennità di disoccupazione ordinaria e a requisiti ridotti rimangono inaccessibili al 40% dei lavoratori a tempo determinato e al 50% di interinali. (Berton, Richiardi, Sacchi (2009) Flex-insecurity. Come la flessibilità in Italia diventa precarietà. Il Mulino ). Lo stesso può valere per la Cassa Integrazione, se concessa prioritariamente ai lavoratori organici dell’impresa rispetto a part-time e temporanei.
[3] Al 2006 circa il 40% dei lavoratori nel manifatturiero era impiegato in aziende con meno di 19 dipendenti. Vedi, F. Onida. 2004. “Se Il piccolo non cresce. Piccole e medie imprese in affanno”, Il Mulino.
[4] La durata della CIG straordinaria può arrivare fino a 2 anni, con possibilità di proroga, mentre si ferma a 8 mesi l’indennità ordinaria di disoccupazione per lavoratori con meno di 50 anni, e 180 giorni il massimo raggiungibile con l’indennità a requisiti ridotti – dedicata ai lavoratori discontinui e ai parasubordinati. Con lo stabilimento dei “massimali” di reddito, la differenza nella sostituzione del reddito tra CIG e indennità di disoccupazione si è molto ridotta ma la disparità rimane evidente: 80% del salario per la CIG, 60% per l’indennità ordinaria, 35% per l’indennità a requisiti ridotti.
Commenti: (3)


Santa verità. Non dobbiamo stancarci di chiedere veri e propri ammortizzatori sociali. Siamo l’unico paese OCSE a non avere un assegno di disoccupazione. La CIG, infatti, è di fatto un sostegno alle imprese. Per questo non chiederei tanto di estenderla visto che ha notevoli aspetti negativi (la FIAT per esempio va avanti da decenni con questo sistema, sorta di sussidio statale mascherato), ma una vera e propria indennità di disoccupazione, da pensare e disegnare attentamente (esiste un’ampia letteratura e esperienze in altri paesi).
Articolo molto saggio, mi fa rabbia il fatto che tutti sappiano quali sono le cose da fare (per esempio, una vera riforma degli ammortizzatori sociali) ma non ci si riesca. Mi pare che i grandi interessi organizzati siano politicamente pigri, e l’opinione pubblica ancor di piu’….
Vorrei, a questo proposito, sottolineare e mettere i lettori al corrente di una forma di ammortizzatore pensato e operato a “vantaggio” dei lavoratori della pubblica istruzione. Un paracadute pieno di tagli…
Lo hanno definito decreto “salva-precari” perché dovrebbe dare precedenza nelle graduatorie scolastiche ad alcune facse di lavoratori disoccupati e garantire un emolumento a chi resta fuori dalla scuola nell’anno a venire. Tuttavia, come da sempre accade nel nostro Paese è difficile modellare il precario (e non lui solo) in base ai requisiti equi e corretti, cosicché ci troviamo di fronte a manicate di precari disoccupati che, in possesso chi di un requisito, chi di un altro e chi di titoli ancora differenti, si fratturano ulteriormente grazie proprio alla stortura degli articoli del decreto.
A parte la beffa delle cattedre vacanti che stavolta saranno oggetto degli assalti dei docenti in ruolo, ma “perdenti posto” e quindi interdette anche ai precari storici, qui si sta cercando di trattare gli insegnanti come trogloditi con anello al naso: senza posti, senza requisiti, “salvati” solo coloro che sono stati assistiti dalla fortuna nell’anno scolastico antecendente quello scorso.
Tutto ciò per allontanare l’attenzione della società e dei lavoratori della conoscenza nello specifico, dall’unico vero problema su cui dovrebbero intervenire i sindacati: le assunzioni!