Ma ce la daranno la pensione? Si, per Dio!

Storicamente la pensione non è mai stata la priorità nei pensieri delle giovani generazioni. Il pensionamento  è sempre stato visto come un evento lontano, non certo importante nelle scelte quotidiane di un lavoratore trentenne o quarantenne, ma comunque un evento sicuro.

Da un paio di decenni tuttavia, a seguito dei ripetuti interventi di correzione dei conti che immancabilmente hanno coinvolto le norme di accesso al pensionamento, si è insinuato un dubbio che, riforma dopo riforma, ha consolidato in molti la convinzione che “i giovani d’oggi la pensione non l’avranno mai”.

Ed è questa una solfa che spesso è riportata anche in buona fede e quasi amorevolmente dalla generazione a noi precedente, come un invito a pensare maggiormente al nostro futuro.

Maggiormente si intende rispetto a quanto abbiano dovuto fare loro.

E non è raro del resto trovare persone di 30 anni che già versano somme ad assicurazioni private (chi scrive lo fa dall’età di 25 anni), oltre a destinare il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) al fondo complementare[1], cosa del tutto nuova ed inimmaginabile fino a 20 o 30 anni fa.

E’ vero che l’importo delle nostre pensioni sarà generalmente più basso di oggi, a parità di versamenti. Ma che sia dopo 40 anni di lavoro (o più, vedi refuso del ministro Sacconi), che sia al compimento dei 66 anni (o più, vedi innalzamento previsto dal 2015[2] dal ministro Sacconi), i contributi che i giovani lavoratori stanno versando daranno diritto ad una prestazione.

E la consapevolezza che quanto stiamo versando, e quanto verseremo, ci darà diritto ad una pensione oltre ad essere un dato oggettivo è una necessità politica.

E’ un dato oggettivo in quanto la previsione di mezzi adeguati in caso di vecchiaia è tutelata dalla Costituzione all’articolo 38[3], che è uno dei pochi che questo governo non vuole smantellare.

Vogliono convincerci che le pensioni pubbliche non convengano

Ma è una necessità politica in quanto negli ultimi anni imponente è stata quella che possiamo definire l’operazione culturale che, da parte dei media e della politica, è stata finalizzata a far nascere e ad alimentare questa disillusione, a togliere la speranza nella pensione dalle menti dei nati dagli anni 70 . Operazione culturale che, se continuerà a diffondersi e se le cui idee base saranno interiorizzate dai giovani lavoratori, potrebbe portare alla messa in crisi del valore della solidarietà previdenziale tra lavoratori, valore del resto già malandato anche a causa di interventi spartiacque che hanno scavato un fosso tra insiders ed outsiders. Perché in fondo il passo è breve tra il pensare che il proprio prelievo contributivo sia un versamento alla fine inutile, praticamente una tassa, una trattenuta come le altre, ed essere d’accordo con la possibilità di un contracting out, ovvero con l’idea dell’abolizione della previdenza obbligatoria.

Se si diffonde la convinzione che in fondo sto pagando, e neanche poco, per qualcosa che non avrò, sarò culturalmente assai ben disposto a farmi convincere da un’assicurazione privata che prometta di farmi pagare meno e che mi assicuri una rendita a fine carriera. E se diventa vulgata che l’Inps mi toglie il 33% dallo stipendio per pagare i falsi invalidi e dare pensioni agli stranieri che non lavorano (altri spregevoli tasselli di questa operazione culturale), crescerà in me la voglia di smettere di pagare per una pensione che, arrivato il mio momento, sarà di importo ridicolo, se mai l’avrò. Quindi, meglio pensare da solo al mio futuro, meglio farmi la mia assicurazione privata.

Per inciso, vi sfido a trovare un prodotto assicurativo che copra i rischi invalidità, vecchiaia, morte del coniuge, malattia e disoccupazione e che eroghi trattamenti superiori a quelli dell’Inps.

Le bugie degli affossatori delle pensioni (e la verità del dramma dei precari)

Abbiamo detto che le nostre pensioni saranno di importo più basso rispetto a quelle della generazione precedente. Ma anche su questo si esagera. Perché le dimensioni di questa differenza non sono immense e drammatiche come vari attori di questa operazione culturale vogliono farci pensare. Calcolata ad oggi la pensione di chi scrive, col contributivo, ovvero con il sistema applicato a chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995, sarebbe 1350 euro[4], mentre col vecchio sistema, il retributivo, sarebbe 1790 euro[5]; una sostanziosa decurtazione, ma certamente l’importo risultante non è paragonabile a quelle terrificanti previsioni che alcuni giornali diffondono secondo cui le pensioni della nostra generazione saranno pari a poche centinaia di euro. Pari a poche centinaia di euro saranno le pensioni dei lavoratori precari, saltuari, domestici; ma per queste categorie non è mai esistito un sistema di calcolo che assicurasse pensioni decenti, oltre, ovviamente, e non esistere nessun prodotto assicurativo privato che possa prometter loro nulla di paragonabile. Per cui il vero grande problema delle pensioni di domani sarà la proiezione del vero grande problema del lavoro di oggi, e cioè la precarietà, il lavoro poco pagato, i lunghi periodi di disoccupazione tra una occupazione ed un altra.

Solidarieta’ che conviene

A quella che abbiamo chiamato operazione culturale finalizzata a diminuire le aspettative verso le pensione pubbliche è necessario rispondere con una attività che punti a rilanciare la fiducia nel ruolo della previdenza pubblica obbligatoria come espressione di solidarietà, di una solidarietà che conviene al lavoratore anche in termini economici. Viste le regole del sistema contributivo, in cui la pensione è calcolata in base a quanto versato in tutta la vita lavorativa, ai giovani è tuttavia richiesta una particolare attenzione ed un controllo costante della posizione assicurativa (ovvero proprio il contrario di quello di cui ci vogliono convincere), fin dai primi periodi di lavoro, per evitare omissioni, anche parziali, del versamento contributivo, perché sì, la pensione ce l’avremo, per Dio, ma ce la dobbiamo costruire da oggi, giorno per giorno.


Cristian Perniciano lavora nel settore previdenza della sede centrale del patronato Inca Cgil.


[1] Fondo pensionistico (in genere gestito da rappresentanti delle parti sociali) a cui i lavoratori possono volontariamente aderire e versare una parte di retribuzione, oltre al TFR, al fine di ottenere, una volta in pensione, un importo aggiuntivo.

[2] Art 22 ter DL 78/09

[3] Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L’assistenza privata è libera.

[4] Importo lordo calcolato applicando ad una posizione assicurativa di 8 anni il criterio di calcolo della pensione di inabilità, che maggiora il montante contributivo fino a quello teorico che si possiederebbe a 60 anni di età o, se inferiore, a quello relativo ad una posizione pari a 40 anni di contribuzione, cui è stato applicato il coefficiente di trasformazione dei 65 anni.

[5] Importo lordo calcolato applicando ad una posizione assicurativa di 8 anni il criterio di calcolo della pensione di inabilità nel retributivo, che maggiora la contribuzione utile ai fini della misura  fino a quella teorica che si possiederebbe a 60 anni di età o, se inferiore, a 40 anni di contribuzione.

Commenti: (5)

 

  1. Simone scrive:

    Complimenti, ottimo articolo!

  2. paola scrive:

    condivido il commento di simone!grazie per questo sano ottimismo, basato su idee e dati oggettivi!spero di poter diffondere le notizie che sono contenute in queto articolo ai miei coetani!

  3. Giovanni scrive:

    Il tuo articolo mi piace, ma, a mio avviso, passi un po’ troppo velocemente su:
    “Pari a poche centinaia di euro saranno le pensioni dei lavoratori precari, saltuari, domestici”
    Perchè alla fine della storia, di precari in italia, ce ne sono milioni (le stime mi pare dicano 3 milioni)… tra cui me.
    Ho capito che poi ci sono invece 20milioni di lavoratori tipici che prenderanno una pensione decente, ma io?
    Insomma non mi pare un dato trascurabile, dati i numeri.

  4. Cristian Perniciano scrive:

    Infatti il senso dell’articolo è proprio che sarà il lavoro poco pagato a rendere, domani, basse le pensioni, più che il sistema di calcolo in sè.

    Mi vengono in mente tre possibili soluzioni, tra le tante.
    1)Portare i contributi di tutti, anche dei dipendenti, alla percentuale dei collaboratori (o anche meno, diminuendo così il “cuneo contributivo”) ed istituire una pensione base pubblica finanziata dalla fiscalità generale per tutti i lavoratori che, ad esempio, abbiano almeno 10 anni di versamenti. Questo però presupporrebbe una riforma generale non esente da costi.
    2)Aumentare ulteriormente l’aliquota contributiva degli iscritti alla gestione separata, ma non so quanto, specie nei primi tempi, questo costo ricadrebbe, a conti fatti, sulle tasche dei collaboratori stessi. Per non parlare dei professionisti senza cassa che avrebbero obblighi contributivi improponibili rispetto agli altri liberi professionisti.
    3)Riuscire ad aumentare i compensi dei collaboratori, visto che a seguito di versamenti alti anche i collaboratori iscritti alla gestione separata possono avere pensioni dignitose. Ma questa mi sembra l’utopia più grande di tutte, almeno rispetto alla gran parte delle attuali collaborazioni.

    Insomma, il tempo passa, ma possibilità di cambiare ce ne sono. Forse manca la volontà politica di affrontare un tema per cui i diretti interessati non è che si battano più di tanto. Anche comprensibilmente, per certi versi.

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