Risposte alla disoccupazione. In Olanda succedono cose davvero incredibili
L’Olanda, non solo per la posizione geografica, è uno dei paesi che ha fatto da traino, come piccolo cuore pulsante, all’integrazione europea: pensiamo, su tutti, ai Trattati europei di Maastricht e Amsterdam degli anni novanta. Quella stessa Europa però negli ultimi anni, ha dovuto fare i conti con la crisi economica e forse, una chiave di lettura per capire come risolvere, o per lo meno tentare di arginare la situazione, sono proprio gli interventi intrapresi dall’Esecutivo che fino a poche settimane fa era guidato dal cristiano-democratico Balkenende: in particolare dai Ministro delle Finanze Wouter Bos e di quello per gli Affari Sociali e l’Occupazione Piet Hei Donner.
Prendiamo alcuni casi concreti, che hanno toccato anche il lavoro dei giovani: come riportato da Roger Cohen in una recente inchiesta sul New York Times, nell’ultimo anno la produzione della grande impresa Daf Trucks di Eindoven è dimezzata, ma grazie agli aiuti di Stato – il governo ha stanziato due miliardi di euro a sostegno della (dis)occupazione – questa fabbrica di autocarri ha mantenuto l’80% per cento dei dipendenti a tempo pieno.
A livello generale, infatti, i Paesi Bassi hanno registrato i risultati migliori tra i paesi europei che usano i cd. programmi di indennità di disoccupazione parziale per evitare i licenziamenti nelle aziende: a riprova di questo, nei primi mesi del 2010, il tasso di disoccupazione era solo 3,7 %.
Con l’arrivo della crisi, i sindacati e le imprese raggiunsero in breve tempo un accordo per il sostegno dei salari. Un esempio della collaborazione che caratterizza il “modello polder”, tipicamente olandese, e che secondo alcuni storici risale al Medioevo, quando le popolazioni delle città e le diverse classi sociali univano le forze per consolidare le dighe contro un’alluvione incombente (F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, Einaudi, 1982).
Tuttavia, negli ultimi anni, le autorità olandesi hanno scoraggiato il ricorso eccessivo ai sussidi di disoccupazione tramite controlli più frequenti e rigorosi, che nel 2008 hanno ridotto le domande a 20.000, un quinto di quelle presentate nel 2002.
Per partecipare al primo programma di lavoro breve, avviato nel novembre 2008, le aziende hanno dovuto dimostrare che le loro entrate si erano ridotte del 30 % nell’arco di 2 mesi. Ai dipendenti di queste imprese – circa due mila ne hanno fatto richiesta – lo Stato ha versato la parte di salario persa in seguito alla riduzione dell’orario di lavoro.
Le sovvenzioni, limitate ad un periodo di 6 mesi, sono state erogate fino alla fine di aprile 2009, quando è stato lanciato un secondo programma, per accedere al quale, le imprese non dovevano più dimostrare di aver subito un calo consistente delle entrate. Secondo questo piano, che prevedeva un fondo di un miliardo di euro, i datori di lavoro potevano ridurre gli orari e i salari fino al 50% , mentre lo Stato si impegnava a compensare il 70% delle ore di lavoro così perse.
Questa seconda fase è risultata subito troppo dispendiosa, così nell’estate del 2009, dopo che alcune aziende si erano avvalse del programma facendo pagare allo Stato un conto salato, il Governo ha imposto limiti più rigidi. Nel frattempo però si sono visti i primi segnali di ripresa. La Asml di Tilburg, un’impresa che produce sistemi di fotolitografia per l’industria di semiconduttori, ha usato il lavoro part time per 1.100 dipendenti fino al giugno 2009, e così nella seconda metà del 2009 l’azienda ha aumentato gli ordinativi, migliorando nel complesso la situazione.
A livello generale, nei primi mesi del 2010 il Pil dell’Olanda è cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente. L’Olanda rimane la quinta economia dell’area euro, ha esportazione che valgono il 70% del Pil e che hanno fatto registrare un aumento dell’11% da gennaio a marzo, trainate da industria chimica e metallurgica.
In prospettiva, uscita dalla recessione nella seconda parte del 2009, l’economia, grazie anche alle “ricette” sul mercato del lavoro, dovrebbe crescere nel 2010 dell’1,3%, con un deficit stimato del 6,6% del Pil.
Parlare di intervento pubblico nell’economia certo, oggi come oggi, ha un sapore antico; interventi come quella sopra descritti sono stati tacciati di “comunismo strisciante” da alcuni economisti olandesi. Resta sullo sfondo la domanda politica di fondo: chi altrimenti si può far carico, in tempi di crisi dell’aiuto delle fasce più deboli della popolazione nella piccola grande Olanda, senza però sfociare nell’assistenzialismo statale strisciante e parassitario ?
Alberto Mattei e’ dottorando presso la Scuola di Dottorato in Studi Giuridici Comparati ed Europei dell’Universita’ di Trento. Sito web: www.albertomattei.it
Commenti: (1)


questo articolo dimostra che solo un’Europa unita può salvarci!
in un’Europa politicamente unita e dunque con politiche sociali uniformi per i tutti i paesi quello che accade in un pase come l’Olanda accadrebbe automaticamente anche in un paese come l’Italia che non ha nè governanti/politici, nè tamtomeno industriali/imprenditori/(mettiamoci anche parte del sindacato (leggi:cisl e uil))lungimiranti.
bisogna cercare di far crescere in tutti il desiderio di un’Europa unita!