La trappola del part time

Da tempo ormai si parla dei problemi dei precari, della difficoltà a rendersi indipendenti dalle famiglie di origine, ad ottenere un mutuo in banca o più semplicemente ad arrivare a fine mese con lo stipendio che si percepisce.

E quando si pensa ai lavoratori precari di solito si immaginano giovani con contratti atipici, collaboratori, tempi determinati, dipendenti di agenzie di lavoro interinale.

Ma oltre a questo mondo di nuovi poveri vorremmo porre l’attenzione su un altro universo che non se la passa molto meglio: sono donne o giovani, impiegati prevalentemente nella grande distribuzione, nei supermercati per intenderci, che sono assunti a tempo indeterminato (e questo li differenzia dai precari in senso stretto), ma con contratti part time.

Forse nell’immaginario collettivo il part time è legato a una condizione privilegiata, di solito si pensa a mamme ben contente di poter passare i pomeriggi a casa con i figli.

La realtà però è diversa: oggi il contratto part time è prevalentemente imposto dalle aziende e serve per fare fronte alle esigenze di flessibilità tipiche del settore del commercio.

Che significa più cose:

  • Non è una richiesta del lavoratore;
  • Il lavoratore non può scegliere in quale fascia oraria lavorare;
  • L’azienda può quasi quotidianamente cambiare l’orario di lavoro, in virtù di due piccolissime righe che con molta probabilità sono state inserite all’interno del contratto, dette “clausole flessibili ed elastiche” , per le quali vengono riconosciute 12 euro mensili;
  • Lo stipendio mensile mediamente non supera i 400/500 euro netti.

Credo che tirare le somme sia molto facile.

Ci troviamo di fronte ad un mondo di lavoratrici e lavoratori economicamente precari, molto ricattabili (un’ora di lavoro supplementare può far arrivare alla la fine del mese senza la consueta angoscia). Lavoratrici e lavoratori che subiscono una forma contrattuale nata, in realtà con una ratio completamente diversa, la conciliazione tra i tempi di vita e quelli del lavoro; una forma contrattuale abusata dai datori di lavoro, che se pur nel totale rispetto delle normative, assicura all’azienda la massima flessibilità al minimo costo, rendendo invece impossibile la conciliazione tra i tempi di vita e quelli del lavoro.

La FILCAMS (Federazione Italiana Lavoratori Commercio, Turismo e Servizi), che rappresenta una buona parte di questi lavoratori, si sta impegnando affinchè migliorino le condizioni del “part time”, agendo in primo luogo sul contratto nazionale del commercio e del terziario, attualmente in fase di rinnovo. L’ipotesi di piattaforma, attualmente in fase di consultazione dei lavoratori, ha un capitolo dedicato al part time, all’interno del quale vengono avanzate richieste chiare e imprescindibili; a partire dall’aumento delle ore minime contrattuali, fino a prevedere un percorso più certo di consolidamento delle ore.

La finalità è quella di ridare dignità a questi lavoratori, facendo in modo di farli uscire da quella che oggi è una situazione immutabile, dando loro la possibilità di andare sempre più verso l’aumento del proprio orario di lavoro e del loro stipendio.

La flessibilità che le aziende del commercio chiedono deve avere un prezzo che non può essere pagato interamente dai lavoratori.


Daria Banchieri

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