Cercasi giovane, massima disponibilità, incredibili competenze, minimo salario
Ho trentacinque anni. E ciò che più mi lascia disorientato, mentre vedo scivolare inesorabilmente sempre più in basso le sorti della mia generazione, è il fatto che tutto intorno a me prosperi una retorica sulla società della conoscenza come pozzo di opportunità per le giovani generazioni. “La freschezza delle conoscenze oramai è il più grande fattore di competitività delle imprese e di valorizzazione dei prodotti”, oppure “l’agilità e la duttilità di una mente giovane è ciò che fa al caso per una azienda che richiede grande reattività e flessibilità” sono frasi consuete e verso cui tutti quanti nutriamo una sostanziale quanto fatalistica sintonia. Ma allora perché la generazione più formata della storia italiana, quella che dovrebbe immettere il valore aggiunto nella nostra economia, è quella più bistrattata? Perché le competenze di questa generazione sono in realtà così poco richieste e comunque così poco pagate, sia in termini di salario che di diritti e garanzie? In questi anni da spettatore privilegiato ho potuto vegliare sullo scempio che si è perpetrato ai danni della mia generazione. Prima da studente che ha seguito trepidante le sorti di tanti vivaci colleghi, i quali più si formavano e più vedevano ridursi le loro reali possibilità di impiego. Poi, in Nidil-Cgil (l’organizzazione che per la Cgil segue piu’ da vicino lavoratori flessibili e precari), seguendo da vicino il precariato nell’Università, ed infine alla Filtea (il sindacato dei tessili), da sindacalista nel modo della moda. Un mondo nel quale un saper fare assai raffinato come quello di un artigiano di prodotti di lusso è pagato un tozzo di pane in proporzione al prezzo a cui viene poi venduto, in una vetrina di New York, il pezzo che le sue mani hanno materialmente prodotto. Col protrarsi della mia esperienza sindacale, mi sono sempre più convinto che, sia quando si parla di esternalizzazioni della parte materiale della produzione, sia quando si parla di precariato per alte qualifiche, in realtà siamo assistendo allo stesso fenomeno, endemico del paradigma postfordista, di trasformazione di lavoro in commessa. Un fenomeno di trasferimento del rischio di impresa e contemporaneamente di ipersfruttamento delle conoscenze sedimentate su un territorio. Provo a spiegarmi.
Il valore di un prodotto sta in ciò che rappresenta
Nelle realtà produttive che ho seguito é evidente un fenomeno che appare caratterizzare sempre piu’di tutto il sistema economico. Oggi il valore di una merce proviene sempre più da quello di cui la merce è veicolo, ovvero dal suo contenuto di informazioni, dal suo valore simbolico, dalla capacità di produrre consumatori. Il valore di una merce dipende sempre meno dal processo della sua produzione materiale e sempre di più dalle conoscenze immateriali che quel prodotto contiene e rappresenta per il consumatore. Per fare un solo esempio, pensate alla differenza che intercorre tra il prezzo di un prodotto griffato rispetto allo stesso pezzo se non viene accreditato di un semplice logo. Il valore sta quasi tutto nella riconoscibilità per il consumatore. Un’azienda deve per prima cosa occuparsi di produrre il consumatore a cui il suo prodotto possa essere venduto. Se è così che si crea valore, l’azienda deve tenere viva la propria immagine sul mercato rigenerando costantemente l’offerta dei suoi prodotti e ciò porta inevitabilmente all’avvento di una produzione più “personalizzata” e non standardizzata. Questo è uno dei modi in cui possiamo descrivere il postfordismo.
L’irresistibile ascesa del lavoro a commessa
Ora, nella misura in cui il valore simbolico del prodotto diviene la fonte principale del profitto, la grande impresa seguirà direttamente tutti gli aspetti immateriali di posizionamento sul mercato del suo brand che divengono assai rilevanti e redditizi. La produzione materiale, che diviene scarsamente redditizia e carica di tutte le contraddizioni sociali, è lasciata a partner subappaltatori dell’azienda madre che assume verso di loro un ruolo sovrano. In questo caso viene esternalizzata una parte del ciclo produttivo trasformandola in commessa e scaricando sul subappaltatore gran parte del rischio di impresa e delle controversie con i lavoratori. Inoltre, poiché il saper fare di cui necessita l’azienda postfordista è, in buona parte, di facile obsolescenza vista la volatilita’ dei gusti dei consumatori, in controtendenza rispetto ad un’azienda fordista, come vedremo ad essere estrenalizzata non e’ solo la produzione della parte materiale del processo produttivo, ma anche alcune funzioni ad alta qualificazione. Non vi è nessuna necessità di incorporare conoscenze che potrebbero risultare vetuste di lì a breve e su cui insiste il rischio che l’investimento, anche qualora non fosse sbagliato, possa avere effetti di effimera durata. In sostanza anche la conoscenza si va trasformando velocemente da lavoro incorporato in azienda in commessa di lavoro. La stessa precarietà può essere interpretata come il passaggio da una subordinazione in cui il datore di lavoro ti dice come fare una cosa, ad una subordinazione in cui un committente ti una affida una commessa temporanea per raggiungere un obiettivo che tu solo sai come fare a realizzare. Ma questa trasformazione del lavoro in commesse vale anche per quel nucleo di lavoratori strutturati nelle aziende leader. Anche il loro lavoro è sempre meno misurabile secondo criteri e norme prestabiliti, dato il grado di autonomia che, nei fatti, esercitano nella gestione delle loro mansioni. Poiché il modo di svolgere le mansioni non può essere prescritto, ciò che è prescritta è la soggettività, il dedicarsi al proprio compito. L’impossibilità di misurare la prestazione individuale e di prescrivere i mezzi e le procedure per giungere a un risultato porta l’impresa a ricorrere alla gestione per obiettivi. Si fissano gli obiettivi ai salariati e sta a loro sbrogliarsela per realizzarli. Anche per loro il modello è il lavoro come prestazione di servizi.
Dall’azienda macchina all’azienda logo
La metafora più usata per illustrare cosa sia una fabbrica taylorista è quella della “macchina” in cui tutto è proceduralizzato nel mezzo di produzione e in cui i lavoratori sono ridotti ad ingranaggio o ad energia per far muovere gli ingranaggi (forza lavoro appunto). Oggi, é’ in atto una tendenza che porta dall’azienda-macchina (quella fordista che incorpora conoscenze proceduralizzate verticalmente), all’azienda-logo (quella postfordista che sfrutta conoscenze localizzate fuori da sé strutturandole, modularmente, a rete). Prima la conoscenza prometteva di produrre valore a lungo nel tempo ed era un investimento certo incorporarla. L’azienda quindi si appropriava della conoscenza e la incorporava nella macchina. L’azienda, incorporando la conoscenza nel mezzo di produzione, metteva al lavoro subordinati espropriati dalla possibilità di esprimersi attraverso ciò che sapevano in quanto il sapere utile al valore era posseduto nel mezzo di produzione.
Oggi non è prevedibile se il valore di un prodotto, il sapere incorporato in esso, sia duraturo o meno. Incorporare la conoscenza potrebbe essere un rischio di investimento molto grosso. Si può incassare però il valore di un prodotto rendendo vendibile l’assemblaggio di conoscenze reperibili fuori da sé. Ora l’azienda incorpora, non la conoscenza, ma solo il valore di essa producendo i canali di espressione di questa conoscenza. Il lavoratore viene sempre meno espropriato delle proprie conoscenze, anzi si sente di esprimersi attraverso di esse, anche se è scisso dal valore che la sua conoscenza produce. Il Capitale non toglie più la possibilità di esprimersi appropriandosi del sapere, ma si impossessa dei canali di espressione del sapere. O, detto meglio, il Capitale detiene la possibilità dei soggetti di prodursi e incamera il valore di questa autoproduzione.
Stagisti e assegnisti di ricerca, lavoratori a progetto e partite Iva: ecco cosa ci accomuna
Ecco il punto. Siamo di fronte ad un sistema produttivo che, basandosi sulla possibilità di trasformare il lavoro in commessa, permette di mettere a servizio, a costi decrescenti, addetti delle più varie categorie merceologiche. Cosa accomuna i praticanti negli studi professionali, gli specializzandi negli ospedali, gli assegnasti e borsisti nella ricerca, i falsi apprendisti nelle aziende di produzione, gli ignari stagisti nelle case di moda, i finti lavoratori a progetto nei servizi e nei negozi, gli estenuati collaboratori occasionali nei giornali e nella scuole private, i lavoratori al nero nelle aziende del sud, etc.? Li accomuna il fatto che sono la periferia di una filiera produttiva, sia che siano l’ultimo anello su cui si scarica il rischio nella catena del subappalto della produzione materiale, sia che siano una competenza reperibile fuori dal perimetro dell’azienda, magari strutturale e preziosa, ma non internalizzabile. Le uniche conoscenze che è conveniente internalizzare sono quelle che permettono di reperire altre competenze sul territorio. Quest’ultime, quelle competenze che il territorio offre, sono il vero volano di competitività per le aziende leader ma, ahimé, sono troppo raffinate e specifiche per poter essere coltivate dall’azienda che ne incassa solo il valore sul mercato. Allo sfruttamento tradizionale del Capitale sul Lavoro si affianca un altro tipo di stratificazione sociale tra chi detiene le conoscenze “core” nella filiera che può acquistare a prezzi favorevoli le conoscenze complementari, e chi possiede quest’ultime che, per quanto raffinate, sono troppo specifiche e comunque periferiche rispetto alla struttura dell’impresa.
Mentre in passato il Capitale si appropriava del valore del lavoro attraverso il possesso dei mezzi di produzione e la subordinazione del lavoratore, oggi, sempre di più, il Capitale incamera soprattutto il valore della conoscenza incorporata nei prodotti. Dal momento che il valore della merce sul mercato è determinata da quanto valore immateriale è veicolato dal prodotto materiale, il Capitale traduce in merce le conoscenze possedute e sviluppate dai singoli lavoratori, i quali non avrebbero alcuna possibilità di metterle sul mercato autonomamente e che, quindi, prestano la loro professionalità senza possibilità di modificare la propria condizione di sfruttamento
Dal momento che il valore di una merce è dato, in larga misura, dalla capacità di produrre consumatori, chi possiede le conoscenze “core” è chi detiene il medium che connette con i potenziali acquirenti.
Un generazione sempre “disponibile”
Questa nuova dimensione e dinamica dello sfruttamento ha, in tutta evidenza, una ricaduta in termini generazionali. È, infatti, abbastanza semplice comprendere come chi ne faccia le spese siano tutti i soggetti che debbono ancora entrare pienamente nel mondo del lavoro, e che proveranno ad entrarvi in punta di piedi, senza disturbare il manovratore, nella speranza di essere loro un giorno coloro che, strutturati, possano avvalersi della collaborazione e della prestazione di servizi di altri più giovani. Questa atmosfera di latente servilismo in Italia tragicamente si trasforma di sovente nel più sfrenato familismo e clientelismo. Assai spesso la competenza non è riconosciuta per il suo valore ma la disponibilità è spesso l’unico elemento su cui si viene valutati. Da noi il dettato postfordista di “soggettivarsi”, di dedicarsi al proprio compito “aziendale” in autonomia ma come vocazione, diviene mera disponibilità, disponibilità alle relazioni “di potere” che ti potranno garantire il futuro nel mondo del lavoro. In questo clima l’esito di dequalificazione complessivo del sistema economico è assicurato. Già meriterebbe una riflessione il fatto che, anche in un quadro sufficientemente sano, la conoscenza appare sempre meno frutto di studiosa cura ma sempre di più sinonimo di capacità relazionali. E che a sua volta avere capacità relazionali significa sempre più essere attrezzato per intrattenere relazioni con giacimenti di conoscenze sociali per conto di una azienda. Se poi queste capacità relazionali risultano al servizio, non della competitività, ma degli equilibri interni al sistema in cui si è impiegati, la frittata appare completa. Insomma, ho trentacinque anni. La società e il senso comune continuano, non senza malizia, a considerarmi un giovane. A me sembra lo si faccia apposta per prendere sotto gamba ed eludere questi problemi sociali. Posso sbagliarmi. Sapete, sono solo un ragazzo.
Commenti: (3)


Molto bella l’analisi. Complimenti. Interessante il concetto della trasformazione del lavoro in commessa con il processo di progressiva esternalizzazione. D’accordo anche sul fattore generazionale come elemento trasversale che accomuna le tipologie di lavoratori deboli.
Purtroppo ho ascoltato con attenzione l’interevento della Camusso al meeting dei Giovani della CGIL (Marina di Grosseto, 30 Luglio 2010; http://www.radioradicale.it/scheda/308584/estendere-rappresentanza-e-partecipazione-le-priorita-della-contrattazione-e-del-sindacato-prima-festa-dei) e non mi sembra che ci sia piena consapevolezza della questione. Alla domande di come risolvere le asimmetrie del mercato (tutelati/non tutelati) risponde (sintetizzo): occorre riguadagnare il ruolo del Lavoro Pubblico come strumento di tutela dei diritti. E aggiunge (sintetizzo): la riforma degli ammortizzatori non può adeguarsi al nuovo quadro di precarietà diffusa ma dobbiamo riuscire a creare una società dove ci sia meno precarietà. Campa cavallo…aggiungo io.
Mi sarei aspettanto più coraggio sulla contrattazione come strumento di regolazione del lavoro non subordinato. E invece una posizione un po’ teipida. Infine la Camusso sostiene che il modello attuale di ammortizzatori si basa su principi solidaristici. A me sembra piuttosto unidirezionale questa forma di solidarismo per cui i nostri genitori sono andati in pensione col sistema retributivo con 35 anni di contributi (con parecchie scappatoie) e a noi serviranno 40 anni (ad alcuni non basterà avere 70), peraltro col sistema contributivo. E vogliamo parlare dei buffi dei fondi previdenziali INPS risanati con il bilancio del Fondo Gestione Separata, ovvero degli atipici? Strana sta idea di solidarismo. Mi ricorda tanto la truffa
Condivido, analisi lucida. Mi pare che il tema sia quello della redistribuzione del rischio, assieme alla redistribuzione del reddito. Chi detiene secondo l’analisi di Bernardo “il medium” per acquisire valore dalla conoscenza tende a esternalizzare ogni forma di rischio, senza peraltro offrire in cambio un equo compenso.
Mi piacerebbe che da questo articolo si sviluppasse un dibattito su come redistribuire rischio e reddito e come organizzare gli sfruttati che operano nel lavoro in commessa.
D’accordo con Saba, un welfare più universale è un pezzo della risposta. Probabilmente anche una riflessione sul costo della flessibilità (chi esternalizza la produzione dovrebbe pagare non solo la commessa ma anche il fattore rischio). Ma di fondo rimane il nodo del lavoro e della dignità del lavoro: su questo servirebbe un nuova contrattazione sindacale capace di ragionare in termini di filiera e di organizzazione della produzione. Ma per far questo bisognerebbe ragionare di rappresentanza di come ricomporre quel mondo (in buona parte nuove generazioni) che è fuori dagli schemi classici del lavoro. Organizzare questo mondo significa anche ragionare di strategie comuni con quello che appare il “core” del lavoro tutelato e progressivamente però perde potere….
Significa per esempio che se la conoscenza è la risorsa che offre “valore aggiunto” deve diventare il centro della contrattazione sindacale: a partire dalla valorizzazione professionale, dalla contrattazione delle sfere di autonomia e di organizzazione del lavoro fino alle strategie industriali di ricerca e innovazione.
Insomma se il sindacato vuole dare un messaggio di risocossa alle nuove generazioni che si dichiarano disponibili a prestare lavoro a qualsiasi prezzo deve offrire uno spazio di rappresentanza che affornti realmente la complessità di un mercato del lavoro che è cambiato, non solo in virtù della legge 30, ma sopratutto in virtù di quel processo che Bernardo ha ben descritto!
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