Lo tsunami della disoccupazione giovanile

L’effetto congiunto del mutamento della struttura demografica della popolazione in età da lavoro, del prolungamento dei percorsi formativi e della diffusione delle forme di lavoro atipico ha portato il tasso di disoccupazione giovanile dal 30,2% del 1997 al 20,3% del 2007. In seguito alla crisi, il tasso di disoccupazione giovanile è tornato a crescere, portandosi al 29,2% (nota: Istat, Occupati e disoccupati: stime provvisorie, maggio 2010). In poco più di due anni, quindi, si è tornati nuovamente ai livelli di 10 anni fa.

Il modello italiano di flessibilità ha dispiegato (quasi) tutti i suoi effetti (negativi): ha reso più fluido l’accesso al lavoro per i giovani, ma ne ha aumentato l’instabilità occupazionale. In questo modo, quello che i giovani avevano recuperato in dieci anni di progressiva flessibilizzazione delle forme di lavoro, lo hanno perso in pochi mesi, appena è scoppiata la crisi.

È stato impressionante, infatti, il crollo subito dal lavoro giovanile. Solo tra il 2008 e il 2009, tra i giovani al di sotto dei 30 anni si sono persi oltre 300 mila posti di lavoro e nella maggior parte dei casi si trattava di dipendenti a termine e di collaboratori (nota: I dati si riferiscono al I semestre, Elaborazioni Ires-Cgil su microdati Istat RCFL).

Si guadagna meno ed in modo discontinuo

La deregolamentazione del mercato del lavoro ne ha prodotto una graduale segmentazione, che attraversa le generazioni. I giovani fanno più fatica ad entrare nel mercato del lavoro e, una volta entrati, sono più esposti al rischio di marginalizzazione lavorativa e di conseguente vulnerabilità economica e sociale.  Se si è dentro al mercato, si lavora prevalentemente con scarse tutele contrattuali e di welfare, subendo gli svantaggi retributivi che la precarietà comporta. Anche al crescere dell’anzianità lavorativa, la retribuzione media dei dipendenti a termine rimane una frazione di quella dei dipendenti stabili: dopo 10 anni di lavoro a termine, a parità di condizioni, la retribuzione media dei dipendenti a termine è pari all’85% di quella dei lavoratori stabili (In particolare, se i primi guadagnano in media 1021 euro, i secondi, a parità di condizioni, ne percepiscono circa 1200[1]) I rapporti di lavoro a termine e le collaborazioni rappresentano le normali modalità di ingresso e di permanenza nel mondo del lavoro, trascinandosi fino all’età adulta. Si lavora in modo discontinuo, con scarse prospettive di crescita e non si guadagna abbastanza per acquisire una propria autonomia economica, abitativa e familiare.

Che si sia dentro o fuori dal mercato, la famiglia funge da fondamentale (unico) ammortizzatore sociale. L’ultimo rapporto Istat ha evidenziato che negli ultimi 15 anni si è triplicata la quota di 30-34enni che vive in famiglia (è pari al 29% circa) e per molti questa condizione è dettata da problematiche di natura economica. È in questo modo che le giovani generazioni di lavoratori sembrerebbero adattarsi – senza adeguarsi – ad un sistema del lavoro più mobile e dinamico che, orientato da strategie di mercato, tende a (in)seguire modelli di produzione globali; soprattutto in un contesto, come quello italiano, nel quale i giovani sono poco valorizzati sia nel sistema formativo che nel mondo del lavoro.  Nel nostro paese, la percentuale di giovani che sono fuori dal circuito della formazione e del lavoro (NEET- Neither in Education, nor in Employment or Training) è tra le più alte d’Europa: nel 2009, poco più di due milioni di giovani (il 21,2 per cento della popolazione tra i 15 e i 29 anni) non lavoravano e non frequentavano nessun corso di studi (nota: Istat, 2010, Rapporto annuale. La situazione del paese nel 2009), molti di loro hanno perso il lavoro durante la crisi. La permanenza in questa condizione è negativa, perché quanto più essa si protrae, tanto più difficile sarà l’inserimento nel mercato del lavoro o il reinserimento nel sistema formativo.

Scoraggiati e discriminati

Lo scenario che si prospetta è preoccupante, poiché la crisi ha dilatato i tempi medi della disoccupazione, rendendo più probabile l’effetto scoraggiamento: molti giovani, soprattutto se hanno bassi titoli di studio, corrono il rischio di transitare nella zona grigia del mercato del lavoro – un’area liminale tra attività e inattività – rinunciando alla ricerca del lavoro e differendo nel tempo un autonomo progetto di vita.  Il possesso della laurea non preserva certo dalla precarietà, né assicura più elevati livelli di reddito, ma almeno nel lungo periodo può favorire la transizione ad un’occupazione permanente. Diversa è la situazione per i giovani che hanno medio-bassi livelli di istruzione – la maggioranza dei giovani lavoratori e lavoratrici italiani (In Italia un giovane lavoratore su due ha un diploma e almeno uno su quattro ha a malapena la licenza media[2]). Per questi ultimi la precarietà è per lo più una trappola, che implica condizioni di lavoro di scarsa qualità e un maggior rischio di disoccupazione.  La flessibilità, quindi, si è rivelata un fattore di discriminazione e di riproduzione delle disuguaglianze sociali, poiché ha comportato una crescente frammentazione dei diritti del lavoro, che permea di incertezza i percorsi lavorativi e di vita, confinando i giovani in una stabile condizione di outsider, di soggetti deboli sui quali si tendono a scaricare tensioni e criticità del mercato del lavoro e del sistema sociale nel suo complesso.[3]


Francesca Dota, è sociologa e ricercatrice all’IRES-CGIL. In particolare, collabora alle attività di ricerca dell’area “Mercato del lavoro” .



[1] Altieri G., Dota F., Ferrucci G., Il lavoro atipico al tempo della crisi: dati e riflessioni sulle dinamiche recenti del mercato del lavoro, www.ires.it.

[2] Elaborazioni Ires-Cgil su dati Istat RCFL, media 2009

[3] Reyneri E., Occupazione, lavoro e disuguaglianze sociali nella società dei servizi, in Sciolla (a cura di), Laterza 2009.

Commenti: (2)

 

  1. paola scrive:

    beh che dire io sono una dei tanti che compone quel 29,2 % di dissocupati in Italia.a poco più di un anno da una laurea specialistica in storia(purtroppo rientro nei laureati incappati nella sciagurata riforma 3+2), con il massimo dei voti;l’anno scorso sono riuscita a fare uno stage e un co.pro che mi hanno tenuta occupata per 8 mesi e permesso di portare a casa in quel lasso di tempo il corrispettivo di un paio di stipendi normali!!!!ed ora sono tre mesi che cerco un lavoro senza successo……..ma la cosa che più mi rattrista è che non vedo nessun segnale di cambiamento,nessuno che si renda conto di quanti talenti sta sprecando il nostro paese, nessuno che si renda conto di quanto peserà tutto ciò sul futuro del nostro paese.

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