Welfare for Life (o forse for survive…). Una modesta proposta.
La società del rischio raccontata da Ulrich Beck1 e, con lui, da molti sociologi, economisti e politologi è precipitata nel quotidiano di una intera generazione nell’ultimo biennio. Lo racconta l’Istat con i numeri feroci che descrivono come la crisi si è abbattuta sui giovani (ne abbiamo parlato qui).
In realtà il rischio non nasce nel nuovo millennio. Ciò che emerge nella contemporaneità è la straordinaria inadeguatezza degli strumenti di protezione. La lotta contro l’insicurezza è antica come il mondo e varie sono state le “tecnologie sociali” con le quali i popoli hanno tentato di proteggersi, l’ultima delle quali, in senso cronologico, è rappresentata dal welfare state occidentale. Di questo, da almeno trent’anni, sono emerse le lacune: il catalogo dei rischi si è ampliato, ma non sono state inventate “tecnologie alternative”. Ne danno conto il lavoro precario e la disoccupazione giovanile di chi non riesce a trovare il primo impiego, condizioni che vivono un singolare abbandono rispetto alla protezione sociale e in particolare al sostegno al reddito.
Nessuna tutela per i nuovi lavori
Nessuno degli ammortizzatori sociali previsti in Italia è in grado di rispondere al bisogno di protezione dei precari, né tanto meno dei giovani in cerca di prima occupazione (per approfondire vedi qui): preclusa la cassa integrazione (sia ordinaria che straordinaria), riservata ai lavoratori a tempo indeterminato al fine di conservare il posto di lavoro; preclusa anche la mobilità, strumento erogato solo in caso di licenziamenti collettivi e comunque rivolto ai lavoratori a tempo indeterminato; preclusa quasi sempre anche l’indennità di disoccupazione, a causa dei requisiti di accesso al trattamento che richiedono un’anzianità contributiva di almeno due anni con almeno 52 contributi settimanali utili. Ne deriva che i soggetti più fragili e periferici nel mercato del lavoro, coloro che più sono esposti al rischio, si trovano attualmente privi degli strumenti di protezione che sarebbero invece necessari.
…..e nessuna tutela per i nuovi rischi
Va però aggiunta un’ulteriore considerazione relativa alla natura del rischio che incombe sul lavoro a termine: i rischi contro i quali si è costruito l’impianto del sistema di protezione novecentesco erano rischi veri e propri, «aleatori e circostanziali» come spiega Rosanvallon2. Si trattava, cioè, di avvenimenti che colpivano incidentalmente i lavoratori, di cui era possibile calcolare probabilità di comparsa ed entità dei danni (aleatori); e che una volta sopravvenuti avevano relativamente poche probabilità di protrarsi nel tempo (circostanziali).
Le trasformazioni socioeconomiche hanno indotto anche a questo livello una mutazione profonda3: il rischio disoccupazione per un lavoratore precario non è aleatorio perché, a rigore, in un lavoro a termine la scadenza del contratto è l’unica cosa certa; nè è circostanziale, perché in una carriera professionale fatta di contratti a termine è probabile che vengano sperimentati molteplici periodi di non lavoro.
La crisi, concentrando i suoi effetti soprattutto sui lavoratori a termine, ha fatto esplodere queste contraddizioni palesando la stortura del mercato del lavoro italiano per cui i soggetti su cui si concentra il rischio, un rischio nuovo: immanente e perpetuo, sono sguarniti di qualsiasi protezione sociale, anche inadeguata o parziale.
Oltre al lamento… ammortizzatori sociali per i precari e reddito minimo d’inserimento!
Ecco le proposte per andare oltre al lamento. La prima riguarda un sistema di ammortizzatori sociali che si rivolga ai lavoratori precari: sia ai lavoratori subordinati a tempo determinato, sia a coloro che formalmente rientrano nell’alveo del lavoro autonomo, senza che questo li renda effettivamente capaci di autotutela (collaboratori e professionisti con partita iva privi di albo professionale). Come? Estendendo a chi versa alla gestione separata dell’Inps4 la possibilità di fruire dell’indennità di disoccupazione (in primo luogo eliminando la mannaia dell’anzianità contributiva…).
Ma, sì dirà, si tratta di lavoratori autonomi, che, in più, hanno molti committenti… A questa obiezione si risponde con due argomenti. Il primo è che, al di là dei formalismi, si profilano figure professionali e modalità di lavoro per le quali appartenere alla categoria degli autonomi proprio non dà alcuna garanzia di forza. Emblematico il caso dei parasubordinati. Il secondo è relativo alla pluricommittenza: se c’è bisogno di un criterio per selezionare chi, nel vasto mondo della gestione separata, può aver diritto all’indennità di disoccupazione (e certo che ce n’è bisogno), si possono individuare coloro che perdono la quota maggioritaria del loro reddito causa non rinnovo di uno o più contratti di lavoro.
Ma non basta. Se è vero che la contemporaneità ha prodotto un mutamento della natura del rischio allora il solo criterio contributivo-assicurativo potrebbe non essere sufficiente. In Italia (unico paese in Europa oltre la Grecia!) manca uno strumento a carattere universalistico capace di accogliere chi presenta caratteristiche diverse dai lavoratori tradizionali e quindi si trova sprovvisto dei requisiti di accesso alle prestazioni a carattere contributivo (ne abbiamo parlato qui). Proprio uno strumento di questo tipo, improntato all’attivazione delle persone, potrebbe consentire di rispondere al bisogno di protezione sia di chi ha terminato i periodi di fruizione delle prestazioni sociali contributive, sia di chi nel mercato del lavoro ancora non è riuscito ad entrare.
Dunque tutto qui? Un po’ di ammortizzatori possono addolcire la precarietà, dominare il rischio, sconfiggere la paura? Evidentemente no. Quella sul welfare non è che una riflessione complementare ad altre che su Molecole abbiamo provato a svolgere relative alla capacita di governare la complessità, alla qualità del lavoro e alla conoscenza, oltre ai dati strutturali relativi alla regolazione del mercato del lavoro.
Ai cantori dell’ebbrezza del surf (“la postmodernità impone intraprendenza, capacità di cogliere le opportunità ecc. ecc. ecc.), però, va ricordato che, se la domanda di protezione sociale non esaurisce tutte le sacrosante domande di una generazione, essere riconosciuti dal welfare ha a che fare con la possibilità di accedere alla democrazia. Storicamente un “effetto collaterale” della protezione dai rischi è stata la capacità di generalizzare l’accesso alla cittadinanza. Se il progetto liberale era soprattutto tutore della proprietà privata, il welfare state ha costruito una sorta di “proprietà sociale” a garanzia collettiva, superando così la scissione tra proprietari e non proprietari che si configurava come scissione fra soggetti di diritto e di non diritto. Davvero pensiamo che questo problema sia stato risolto una volta per tutte nel secolo scorso?
Claudia Pratelli é dottoranda presso l’Università di Firenze e collabora con la Cgil Nazionale
1 Cfr. La società del rischio. Verso una seconda modernità ed. italiana: 2000, Carocci.
2 Rosanvallon, P. La nuova questione sociale. Ripensare lo stato assistenziale, 1997, Edizioni lavoro, Roma.
3 Argomenta questa tesi in modo convincente Massimo Paci in Nuovi lavori, nuovo welfare. Sicurezza e libertà nella società attiva, 2005, Il Mulino, Torino.
4 Si tratta sostanzialmente di: collaboratori a progetto; collaboratori coordinati e continuativi; collaboratori occasionali; lavoratori autonomi non iscritti ad un’autonoma Cassa di previdenza; titolari di borse di studio per la frequenza a corsi di dottorato di ricerca; percettori di assegni per attività di tutorato o didattico-integrative. Per approfondimenti vedi qui
Commenti: (3)


Mi sembra di grande interesse la campagna promossa dal Basic Income Network Italia http://www.bin-italia.org/ proprio nella dirizione d’introdurre nel sistema di welfare italiano uno strumento a carattere universalistico di garanzia di un reddito minimo. Da qui si può partire per riformare il sistema italiano di ammortizzatori e di ripensare le cosiddette politiche “passive” del lavoro, tanto osteggiate dall’UE.
Anch’io la trovo interessante e ho difficoltà a capire perchè nel nostro paese il dibattito sul tema non riesca ancora ad uscire da circuiti ristretti.
Prossimamente su Molecole uscirà un’intervista a Enrico Pugliese che parla anche di reddito minimo d’inserimento, dove lui prova a spiegare perchè in Italia non lo si vuole introdurre. Anticipo solo che la sua risposta è molto forte e provocatoria….
L’altra cosa che mi domando, poi, è perchè sul sussidio di disoccupazione per i precari, tema sul quale nessuno si dichiara ufficialmente contrario, non siano ancora state prodotte azioni concrete….
[...] http://www.molecoleonline.it/2010/09/09/welfare-for-life-o-forse-for-survive-una-modesta-proposta/ [...]