In Italia il no al reddito minimo e’ un no al Mezzogiorno. Lavoro, welfare e migrazioni: una conversazione con Enrico Pugliese.
di Claudia Pratelli
La disoccupazione, lo testimoniano, tra gli altri, le ultime rilevazioni Istat, è in crescita soprattutto tra i giovani. Contemporaneamente esplode il fenomeno dei cosiddetti Neet (giovani che non studiano, non lavorano, non si formano). Come legge questi dati? Quali sono le traiettorie attraverso le quali la crisi colpisce i giovani?
Nella situazione presente si manifestano contemporaneamente due tendenze di segno opposto. Da una parte esiste un trend pluridecennale di espulsione di lavoratori dalle grandi aziende, si tratta del così detto “downsizing” ovvero del processo di riduzione occupazionale. In tale processo parte delle uscite (ma non tutte!) sono compensate da nuovi ingressi di giovani assunti con contratti a tempo determinato (come mostra per esempio la recente ricerca di Francesco Pirone sulla Fiat). Questo è il quadro in tempi di ordinaria amministrazione.
Cosa succede con l’irrompere della crisi economica? La crisi non implica necessariamente licenziamenti. Implica però necessariamente il blocco del turn over. Non si fanno né assunzioni nuove, né quelle che dovrebbero compensare le uscite. Vengono quindi a mancare i giovani e giovanissimi. Chi paga particolarmente il costo della crisi insomma sono i non assunti.
In altre parole ricompare in Italia un fenomeno che pareva superato negli anni 80: una disoccupazione prevalentemente giovanile e, non dimentichiamolo, femminile. Se le ragazze continuano a insistere sul mercato del lavoro e non decidono di ritirarsi nell’inattività hanno ottimi rischi di disoccupazione.
Il welfare sembra aver dimenticato gran parte di queste persone. Perché? Come si potrebbe riformare per rispondere alla domanda di tutela dei giovani?
Con una battuta possiamo dire che il welfare in Italia ha scelto la strada del “meno ai padri e di nuovo niente per i figli”. La tendenza ad una riduzione complessiva delle protezioni per tutti è il frutto delle ondate liberiste che, nate in seno alla destra politica, hanno penetrato ideologicamente settori molto più vasti di opinione. In Italia la retorica del meno ai padri e più ai figli, alimentata anche da sinistra (cfr. titolo del libro di Nicola Rossi, esponente del Partito Democratico) ha corroborato, probabilmente in modo non intenzionale, questa tendenza.
Vediamo però per chi erano le protezioni e, soprattutto, chi erano e chi sono i soggetti forti e deboli nel sistema di protezione sociale.
Nel nostro welfare soggetto debole per antonomasia è la popolazione urbana, soprattutto femminile. Una donna di Scampia non ha diritto a niente se non grazie a misure come la Legge 328 (la riforma delle politiche sociali approvata durante la legislatura 1996-2001), nel caso in cui fossero finanziate largamente, o come il reddito minimo di inserimento. Ciò si determina per l’impostazione lavoristica del welfare che destina ai lavoratori le provvigioni del welfare. Non solo ai lavoratori di fasce particolarmente forti, non si tratta solo di operai di fabbrica o di lavoratori statali: a proposito dei lavoratori statali è bene ricordare che tutti i professori che parlano di questo eccesso di garanzie per i lavoratori ne godono ampiamente… il lavoro non è usurante e infatti non se ne vogliono andare, ma questa è un’altra storia…
Ad ogni modo in un sistema lavoristico il soggetto di riferimento non è il cittadino o la cittadina, né il giovane che ancora non ha un’occupazione, bensì il lavoratore, o il non più lavoratore o la moglie del lavoratore: la figura di riferimento, insomma, è il capofamiglia adulto cui sono agganciate le tutele. Io non ho nulla contro questo sistema, però questo sistema andrebbe allargato. Allargato a chi? Ai giovani in qualche modo. Per esempio il reddito minimo di inserimento sarebbe stato una buona opportunità. Allargato alle donne. Introducendo meccanismi di welfare universalistico e non residuale.
Con un mercato del lavoro che prevede queste modalità contrattuali (precarie) è possibile pensare all’estensione dei meccanismi classici senza ripensarli?
Facciamo un esempio: perché non dare una protezione della maternità anche ai precari per cui se una ragazza perde il lavoro (formalmente perché le scade il contratto, sostanzialmente perché è incinta), oppure se smette di lavorare perché è incinta anche se non la vogliono cacciare può contare su una garanzia di tutela?
Bisogna rilevare che una delle caratteristiche della legge 30 (la riforma del mercato del lavoro promossa dal secondo Governo Berlusconi) è che viene prodotta in un contesto di welfare dove non c’è niente per coloro i quali andranno a lavorare con le modalità contrattuale previste. E’ singolare come questa legge sia stata pensata prescindendo completamente dal welfare. Il problema è che se uno non va a lavorare non è agganciato i diritti. Su questo ci sono poche idee. Circa dieci anni fa comparve una proposta di uno studioso francese, Alain Supiot, sull’istituzione dei “diritti di prelievo sociale” che, però, non si è mai capito esattamente cosa fossero, purtroppo, altrimenti si sarebbero potuti sperimentare.
Lei ha citato il reddito minimo d’inserimento…
Prima di tutto su questo tema bisogna fare chiarezza: il reddito minimo di inserimento non è il reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza è un’idea reazionaria che circola in ambienti liberal-chic.
Il BIEN (basic income european network ) prescinde completamente dalle classi sociali, dalla situazione del mercato del lavoro, dalle casse dello stato. Se dovessimo dare a tutti i giovani meridionali il reddito di cittadinanza…
In Campania, per una malintesa operazione radical-rivoluzionaria, Rifondazione Comunista ha voluto dare questo nome ad un provvedimento che in realtà è di altro segno. Hanno chiamato reddito di cittadinanza quel poco di soldi che danno ad una percentuale minima degli stessi aventi diritto a norma della legge da loro voluta. Lo chiamassero sussidio di povertà, suona un po’ male, ma corrisponde meglio ai termini della questione. La gente può ritenere che ci sia il reddito di cittadinanza a Napoli: non è vero, c’è un po’ di sussidio di povertà. Niente di male purchè non venisse rivestito da questa patina ideologica e fosse rivolto a una platea più ampia, almeno a coloro che beneficiavano dell’RMI (Il reddito minimo di inserimento, sperimentato dal primo Governo Prodi) cancellato da governo Berlusconi con l’idea che dovesse essere sostituito dal reddito di ultima istanza, di fatto mai attivato.
Peraltro la sperimentazione dell’RMI in Campania andò particolarmente bene. C’entrò la camorra? No. A dimostrazione del fatto che non sempre le cose che si fanno al sud hanno un esito negativo.
Forme di basic income, pur modulate in modo diverso, esistono in quasi tutti i paesi europei. Perché non in Italia?
In Italia non si vuole introdurre in Reddito Minimo d’Inserimento perché non si vogliono dare soldi al mezzogiorno e perchè si tratterebbe di un intervento a carattere meramente assistenziale. Ma i soldi a carattere assistenziale sono un’alternativa ai soldi da delinquenza e scippo. Quando l’agenzia di valutazione a Napoli dichiarò che si era ridotta la microcriminalità io ero perplesso, tuttavia che qualche mamma si sia potuta comprare la lavatrice con quel provvedimento è verissimo. Ci vorrebbero veri finanziamenti per le misure di lotta alla povertà e poi ci vorrebbe un piano vero per l’occupazione. I problemi dell’occupazione sono al mondo sono prima di tutto problemi di politica economica e poi di politica del lavoro interna al welfare.
L’italia storicamente è un paese di migrazioni. Interne ed esterne. Dopo la grande stagione di migrazioni dal mezzogiorno al nord del paese e verso l’estero si riaffaccia un consistente trend migratorio nell’ultimo decennio. Chi riguarda e di cosa si tratta?
Vorrei ricordare la brutale aggressione verbale dell’allora sindaco Veltroni contro dei pendolari napoletani che occupavano per protesta i binari del treno della Stazione tiburtina a Roma. L’ex sindaco ne rilevò la maleducazione, magari maleducati lo erano: i proletari spesso lo sono, soprattutto se sono pendolari a lunga distanza esasperati dalla difficoltà del loro pendolarismo, soprattutto se sono stanchissimi per il continuo disagio di affrontare un viaggio e che non funziona. Questo per dar conto di un mondo di sinistra che non conosce la realtà della gente.
La realtà della gente parla di una consistente ripresa dell’emigrazione. Da dieci anni la SVIMEZ lo rileva, ma tutto questo è arrivato nelle prime pagine dei giornali solo di fronte al dato shock di 700.000 persone emigrate negli ultimi dieci anni. E si tratta di un dato che recepisce non più del 30% di coloro che migrano, perché non dà conto di tutti coloro che non cambiano residenza: quelli che se ne vanno e non cambiano residenza, che se ne vanno per periodi stagionali e il pendolarismo a lunga distanza. C’è un pendolarismo a lunga distanza duro, difficile, dove si dorme qualche notte in treno o come capita, che è quello che scatenò la protesta di Tiburtina. Questa è una realtà che c’è nel nostro paese. L’emigrazione intellettuale, quella altamente scolarizzata non si è mai fermata nel nostro paese. Il dato di novità che rileviamo oggi è che è ripresa quella operaia di basse e medie qualifiche.
Una delle letture possibili su quanto sta accadendo alla Fiat di Pomigliano è che si tratti di un evento che mette a nudo la globalizzazione. Dentro questo quadro ci sono, però, numerose ricadute, terribilmente concrete, sulla vita dei lavoratori della Fiat, sulle relazioni industriali, sul tessuto industriale del nostro paese.
In realtà era sensata la provocazione di Calderoli (che probabilmente ha già cambiato opinione) che diceva che la Fiat è come chi si siede a un tavolo, mangia abbondantemente e poi vuole andarsene senza pagare il conto. Se la Fiat può decidere di recidere, in nome della globalizzazione, i legami con il paese che ha ampiamente sostenuto la fabbrica, è sensato chiedergli di restituire tutto quello che ha avuto. Ma oltre a questo c’è di più. Su Pomigliano e sugli eventi successivi, la disdetta del contratto del 2008, la minaccia di Fiat di uscire da Confindustria, si gioca una partita più ampia. Come sostiene Wallerstein la globalizzazione è il criceto che sta nella ruota e Marchionne pensa di essere un criceto che corre più veloce della ruota. Tuttavia nel suo impianto qualcosa non funziona: primo perché laddove non c’è il sindacato, quello vero, c’è la conflittualità più primitiva e diffusa; in secondo luogo perché non è detto che i lavoratori che hanno accettato di lavorare 80 ore, riuscirebbero a sostenere questo stato di cose: ritmi e modalità di lavoro inaccettabili. Infine è tutta da verificare la sua promessa tecnologica: è credibile l’idea, che al fondo lui propugna, per cui si possono produrre auto senza operai? Qui l’idea di fondo è di ridurre al massimo i costi di produzione che diventano l’elemento primo della competizione globale. Lui è un ideologo della guerra capitalista: poche fabbriche che si contendono il mercato globale.
Ma il problema è che comunque ci sarà una sovrapproduzione. Come ci si oppone? In primo luogo sono possibili anche riconversioni. Ammessa anche l’ipotesi della decrescita c’è ancora bisogno di produrre. Esistono delle alternative, per esempio l’alternativa alla Chiamparino, basata sulla qualità, l’innovazione e l’alta tecnologia è un esempio.
Ma in questa vicenda ciò che mi interessa in particolare è la difesa dei diritti elementari dei lavoratori senza la minaccia perenne e antidemocratica rappresentata, per esempio, dall’idea di fondare la Newco (la nuova societa’ proposta da Marchionne) che licenzi tutti coloro che non hanno accettato la proposta Fiat.
C’è un elemento di irrealismo nella proposta della Fiat e una difficoltà di produrre delle alternative in chi si oppone. Nel quadro complicato delle relazioni industriali in questa vicenda, tuttavia, l’elemento ideologico (nel senso di falsa rappresentazione della realtà) è largamente più presente nella Fiat che nei lavoratori che si oppongono al suo piano.
*Enrico Pugliese, sociologo, è Professore Ordinario di Sociologia del Lavoro presso l’Università degli Studi La Sapienza
Commenti: (2)



complimenti claudia, bella intervista…..
trovo particolarmente rilevante il passaggio sulla migrazione, in particolar modo quella interna,
sui libri di storia si parlava delle valigie di cartone, adesso nel nuovo millennio c’è internet, la globalizzazione, il nuovo migrante ha già il suo “sito virtuale” dove potrà cercare di soddisfare la sua vita.
Però se ci sono i soldi lo vorrei anche io il RMI.
Anzi, dirò alla mia compagna, che lavora e guadagna 700 euro al mese, che può avere le stesse entrate senza lavorare, o meglio, lavorando in nero.
Ammesso che sia una buona proposta (ed io non lo credo) in Italia, in questo momento, il reddito minimo sarebbe un ulteriore schiaffo ai lavoratori dipendenti.