Da dove arriva l’affaire Pomigliano? Fiat e Mezzogiorno: l’eterno ritorno dell’identico
La meridionalizzazione della FIAT inizia a fine anni 70, quando molte grandi imprese manifatturiere del “Triangolo industriale” seguono una strategia di delocalizzare verso regioni con più bassi tassi di industrializzazione. Si tratta di una strategia che mette in discussione l’idea fordista di concentrare nello stesso sito l’intero ciclo produttivo, sia per ragioni economiche, sia soprattutto per arginare la crescente conflittualità operaia e lo sbilanciamento dei rapporti di forza nelle relazioni sindacali.
In un paese con un forte squilibrio Nord-Sud nei livelli di sviluppo, il decentramento produttivo verso le regioni meridionali si basa su due fattori: (1) la possibilità di beneficiare di un rilevante sostegno pubblico agli investimenti industriali nell’ambito delle politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno; (2) l’opportunità di insediarsi in contesti sociali senza tradizioni sindacali conflittuali. Su queste basi La FIAT, con un forte sostegno pubblico, avvia due grandi piani d’investimento nel meridione: il primo, tra il 1969 e il 1972, per la costruzione di 7 nuovi stabilimenti legati alla produzione automobilistica; il secondo, tra il 1977 e il 1980, riguarda la costruzione di 3 ulteriori stabilimenti.
Nel corso degli anni 70 si passa dalla concentrazione produttiva nello storico sito torinese, al sistema diffuso territorialmente secondo un “archetipo insediativo” che consiste in un modello che prevede investimenti in stabilimenti di più ridotte dimensioni, specializzati su fasi del processo produttivo, localizzati in aree lontane dai grandi centri urbani senza precedenti esperienze industriali e con elevati livelli di disoccupazione, capaci pertanto di garantire le condizioni per una migliore governabilità e una minore vulnerabilità sociale rispetto alla crescente conflittualità operaia.
Il prato verde: investimenti nel Mezzogiorno, ma a condizione che…
La meridionalizzazione della FIAT si accentua nei primi anni 90, quando si avviano nuovi investimenti nel Sud con il sostegno pubblico in una nuova fase di politiche per lo sviluppo delle aree depresse a elevata disoccupazione. Gli investimenti riguardano la costruzione della SATA di Melfi e della FMA di Pratola Serra. Si accentua così la concentrazione nel Sud delle produzioni automobilistiche, tenuto anche conto che nel 1987 la FIAT acquista l’Alfa Romeo e lo stabilimento Alfasud di Pomigliano.
La novità della nuova fase di investimenti è la richiesta ai sindacati di condizioni di vantaggio in termini di costo del lavoro più basso, maggiore flessibilità nell’uso della forza lavoro e più elevati livelli di produttività. Come è successo quest’anno per Pomigliano, l’Azienda chiede un contratto ad hoc per i nuovi siti produttivi i quali, inoltre, vengono collegati a due nuove società controllate da FIAT, ma fuori dal sistema di regole che governano le relazioni di lavoro nel resto del Gruppo.
Non senza polemiche, si arriva ad un accordo nel 1993 con tutti i sindacati che anticipa lo scambio riproposto oggi con l’accordo di Pomigliano: investimenti e occupazione a fronte dell’intensificazione del lavoro e della riduzione dei diritti dei lavoratori. L’accordo del 1993 si colloca nella prospettiva di un nuovo sistema di relazioni industriali coerente con il modello organizzativo della cosiddetta “fabbrica integrata” che in quel momento esprime l’approccio FIAT alla produzione snella di matrice giapponese. I due territori scelti per realizzare gli investimenti definiti “prato verde”, ovvero vergini dal punto di vista del conflitto sindacale, avrebbero garantito le condizioni sociali per costruire nuove relazioni di lavoro basate sulla partecipazione e sulla cooperazione in stile giapponese.
La partecipazione, però, è stato più un argomento retorico che una pratica effettiva. Le relazioni di fabbrica sono state impostate secondo i principi del controllo gerarchico, mentre gli obiettivi di produttività hanno avuto sempre il primato. In queste condizioni, il “prato verde” ha garantito un decennio di elevati ritmi produttivi e subalternità dei lavoratori. Tuttavia l’insostenibilità dell’intensificazione del lavoro e della disuguaglianza dei diritti ha alimentato un malcontento operaio, arrivando allo storico “Sciopero dei 21 giorni” nel 2004 alla SATA e il superamento delle condizioni da “prato verde”.
La normalizzazione: Pomigliano al crocevia di due storie aziendali
Pomigliano viene dalla storia dell’Alfa Romeo e dell’industria pubblica, rispetto alla quale la FIAT ha tentato costantemente di realizzare una “normalizzazazione”, vale a dire di superare l’impronta originaria Alfa Romeo e di adeguare, strutturalmente e funzionalmente, anche Pomigliano al suo archetipo insediativo nel Mezzogiorno.
Le ragioni della difficoltà di normalizzazione stanno proprio nella storia dell’Alfasud. L’Alfa Romeo, infatti, sceglie di concentrare in un solo grande impianto tutte le fasi del ciclo produttivo, optando per un’area fortemente urbanizzata e già industrializzata in grado di offrire un ampio bacino di manodopera operaia, senza preoccuparsi della conflittualità operaia. Durante le ristrutturazioni industriali degli anni 80, inoltre, l’Alfa Romeo segue una strategia opposta a quella della FIAT, puntando sulla valorizzazione del sapere operaio e sulla loro partecipazione all’organizzazione del lavoro, mentre in FIAT al contrario si investiva in tecnologie secondo il modello della “fabbrica ad alta automazione”, cercando di limitare il più possibile il fattore umano.
Quando la FIAT acquisisce Pomigliano limita le attività produttive alle lavorazioni della lamiera e all’assemblaggio finale, dimezza l’organico in un decennio e impone il proprio sistema di controllo gerarchico, cercando di superare le pratiche e la cultura sindacale che si era sviluppata nell’Alfa Romeo. Lo stabilimento, tuttavia, resiste alla normalizzazione e conserva una propria tradizione operaia che si alimenta nella cultura sindacale e politica del territorio con cui ha un inevitabile rapporto osmotico.
In continuità con quanto accaduto negli anni 90, oggi la FIAT a Pomigliano chiede un nuovo sistema di regole ad hoc per garantirsi maggiore produttività e migliore governabilità del sito produttivo. Ciò si realizza all’interno dello scambio “antico” tra investimenti-occupazione, da una parte, e produttività-subalternità operaia, dall’altra, a cui il Mezzogiorno sembra non potersi sottrarre. Un decennio fa, però, s’inseguiva ancora il sogno del riscatto meridionale attraverso l’industrializzazione, oggi semplicemente si chiede di adeguarsi alle regole della competizione internazionale, guardando alle prestazioni dei paesi a elevato sfruttamento dei lavoratori.
Francesco Pirone e’ assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Scienza della Politica, Università di Salerno.

