L’intolleranza delle democrazie reali, ovvero: che cosa significa essere un italiano all’estero

Primavera, Berlino, Prenzlauerberg: il quartiere col più alto tasso di natalità di tutto il Land, impareggiabile campione di funzionalità, benessere, cura, adeguamento degli spazi ai bisogni del cittadino di ogni età e orientamento sessuale, soluzioni geniali eque e solidali, vegetarianesimo e sane colazioni impreziosite da decorazioni di margarina e ribes e tazzine a forma di rana, ambientalismo e cultura bio corredati di pregevoli tupperware riciclati, thermos biodegradabili, ciabatte da piscina intrecciate con foglie d’eucalipto, zainetti fatti di sola argilla che si trasformano in concime per gli orti urbani non appena te ne liberi e carta igienica al polline che ti accarezza le chiappe e poi si spande nell’aria come se nulla fosse, inseminando tutti i parchi cittadini. Vita che germoglia, zampilla e scaturisce ovunque. Qui vengo verbalmente aggredita due volte: la prima quando, passeggiando amenamente su un marciapiede della larghezza di sette metri, forse galvanizzata da cotanto spazio, mi perdo in fantasie e dimentico di concentrarmi sui miei piedi, poggiando inavvertitamente la punta della scarpa sul bordo della pista ciclabile. Una ciclista su veicolo in alluminio, dotato di carretto a trazione per un numero di quattro bambini, borsa porta-computer laterale, cestello per la spesa e gabbietta da gatto incastonata nel manubrio, sfreccia di fianco a me spettinandomi e gridando rabbiosa: «Fahrradweg! (Pista ciclabile!)». Non mi scompongo, d’altra parte ha pienamente ragione: ho calpestato la pista ciclabile, dove non si può camminare… anche se un po’ quella precisazione: «questa è una pista ciclabile», cui segue sottinteso: «sai di cosa si tratta? Ne hai mai vista una?», mi turba; non so, io probabilmente avrei suonato il campanellino. La seconda volta mi trovo al banco-posta, all’angolo tra Marienburgerstrasse e Prenzlauerallee. Entro. Ci sono due automatici: uno occupato da una giovane incinta e l’altro apparentemente libero; alla mia sinistra, appoggiata al vetro, una signora grassa che sembra farsi gli affari suoi. Mi dirigo sicura verso lo sportello libero, quand’ecco che la donna mi zompa addosso abbaiando: «ist eine Reihe!». È una fila, perbacco signora, mi scusi, non l’avevo notata, giuro di non averlo fatto apposta ma senza dubbio lei ha tutte le ragioni, avrei dovuto prestare attenzione e correggere così la mia indomita sprovvedutezza… anche se, a ripensarci, quella puntualizzazione: «è una fila, conosce l’articolo?» mi pare, come dire, un po’ supererogatoria; io credo che avrei picchiettato sulla spalla incriminata azzardando un: «mi scusi, veramente c’ero io». Rifletto un tanto, mi dico: però, come sono orgogliosi qui delle loro belle regole, come le difendono e le sottolineano, forse con un pizzico di eccesso di zelo, talvolta scambiando la distrazione per malafede, ma d’altro canto se non si comportassero così, se non esistessero questi solerti vigili del rispetto di ogni norma di civile convivenza, cosa diventerebbe Berlino, col suo via vai continuo di curiosi, avventori, migranti e viaggiatori?


Giugno, Berlino, U7 direzione Rudow: mi sto recando all’aeroporto per una breve visita in Italia. Non ho preso posto perché ho due valigie molto grandi che certamente ostacolerebbero il passaggio tra i sedili, pertanto resto nei pressi delle porte automatiche, con una pesante borsa a tracolla e il bagaglio da venti chili posto in senso verticale vicino all’uscita. All’altezza, supponiamo, della fermata di Rathaus Neukölln, il perfetto nucleo famigliare berlinese impegna il corridoio del mezzo, dirigendosi con piglio deciso verso la porta. Temo il peggio. Ecco che lei – trentacinquenne bionda e rosea –, lui – coetaneo leggermente stempiato ma atletico – e una bambina saltellante si fanno largo tra la folla brandendo come un’arma il passeggino, dove giace un neonato deodorato. Ovviamente tutti si scansano tra gridolini di apprezzamento e cortesi gesti del capo a omaggiare questo prototipo di giovinezza, vigore, bellezza e produttività. Io resto paralizzata. La mia valigia è inamovibile. So che dovrei cercare di schiacciarla ancora di più a lato della porta, per agevolare l’accesso dei cari congiunti, ma sembra incollata al pavimento e, forse, il fatto che il signor papà brizzolato mi stia gambizzando con una ruota del passeggino non aiuta. Tra vari «Entschuldigung (mi scusi)» miracolosamente l’incastro si districa e i quattro scendono dalla metro; guardo l’uomo con aria mortificata allargando le braccia in segno di impotenza e mormorando: «es tut mir… (mi disp…)», ma prima che io possa finire la frase costui mi iberna con un’occhiata carica di disprezzo e proferisce: «Willkommen in Berlin (benvenuta a Berlino)». Improvvisamente ne ho le palle piene e lo mando apertamente affanculo, in italiano, nella mia lingua. Sono indignata e offesa dal sentirmi dare il benvenuto nella città in cui abito e di cui credo di avere estremo riguardo, esattamente come questo tizio. Solo che allo stesso tempo mi sento un po’ come Nino Manfredi a Francoforte o Monaco, dov’era, con i capelli tinti di biondo e il portamento fasullamente teutonico, che riesce a fingersi originario del luogo solo fino al goal dell’Italia in televisione e finisce per prendere a testate un vetro e venire gettato in un cassonetto a calci nel culo. Va beh, non mi sento proprio così, ma mi ci approssimo. Ce l’ho con loro e le loro regole di merda che non prevedono, non dico la trasgressione tutta italica, ma l’errore umano, la svista, l’esitazione. Una disattenzione al semaforo ti costa la pelle, perché l’autista del tram, di fronte alla luce verde che segnala “sei autorizzato a procedere”, non vede più nulla oltre a quel bagliore divino; che cos’è la vita umana paragonata a un permesso di transito? Che valore potrà mai avere un essere pulsante e palpitante di fronte al tabellone luminoso degli orari, che va onorato? Ma non sarà che quella punta di nazismo così caratteristica non ha nessun bisogno, per sopravvivere, di regimi totalitari fondati sul mito della razza, bensì si applica benissimo anche alla democrazia più liberale e progredita? Lo so, sto esagerando, ma qualche intellettuale l’ha già fatto prima di me. Benvenuto a Berlino, deprecabile parassita mediterraneo, questa è la città dove tutti soccorrono le vecchiette con la borsa del Kaiser e aiutano le giovani mamme a sollevare passeggini, e non sarai certo tu, indegno esemplare dell’insubordinazione peninsulare, a contaminare questa culla del progressismo che si alimenta alla fonte della cultura del rispetto. Altrimenti è bene che te ne vada al più presto fuori dai coglioni.


Agosto, Parigi, Bibliothèque nationale de France:……

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Francesca Gruppi e’ dottoranda in filosofia presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane (SUM). Vive e svolge le sue ricerche tra Torino e Berlino.


Commenti: (1)

 

  1. Angelo scrive:

    Perchè, quando non c’era Lui ci trattavano diversamente?

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