Perché Pomigliano non riguarda solo la FIAT

Il “pensiero unico” sulle relazioni sindacali osservato da una FIOM territoriale.


Tutto è cominciato a Pomigliano, è vero. Ma la FIAT non si è fermata e così ci sono stati i licenziamenti per rappresaglia a Melfi e a Torino. Oggi la Federmeccanica, prima con il “recesso” dal Contratto Nazionale del 2008 (quello che fu votato con referendum da tutti i lavoratori metalmeccanici) e poi con l’accordo – ovviamente con CISL e UIL – sulle “deroghe”, vuole imporre la cancellazione stessa del Contratto Nazionale.

Bisogna fare attenzione a non sottovalutare quello che sta succedendo, perché quando si dice e si scrive “il modello Pomigliano” i vari editorialisti e talebani del libero mercato hanno in mente un’idea molto semplice: la fine della contrattazione collettiva e l’eliminazione di ogni vincolo sociale tra il volere del mercato e la condizione di chi lavora.

Esigibilità e derogabilità sono i nuovi mantra delle imprese piccole e grandi, anche alle periferie industriali come Forlì. L’esigibilità che piace tanto a dirigenti, padroni e padroncini di queste parti non è la mezz’ora spostata a fine turno – non sanno neanche cosa sia -, non è nemmeno il non pagamento dei primi tre giorni di malattia. E’ il potere di “comandare”, di controllare gli orari di chi lavora, di non dover più discutere con i delegati su come fare lo straordinario, su come recuperare produzioni, su come gestire un mondo impazzito dove le disfunzioni del “pensiero snello” vengono come al solito scaricate sui lavoratori.

C’è un ritardo in una fornitura di componenti che arrivano dalla Cina? Facciamo la flessibilità. Ah no, c’è da fare la trattativa con la RSU.

C’è un magazzino che si rompe, magari anche a causa di scarsa manutenzione, e non si riesce ad alimentare la produzione? Mettiamo in libertà i lavoratori e facciamo qualche sabato obbligatorio di recupero. Ah no, anche in questo caso c’è da raggiungere un accordo con la RSU.

C’è un picco produttivo? Facciamo straordinario. Ma perché i delegati chiedono di far rientrare gli interinali espulsi qualche mese fa quando il lavoro era calato?

Pomigliano è il “pensiero unico” applicato alle relazioni sindacali, è la fine della contrattazione come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, è la fine dell’idea che il lavoro e i lavoratori siano portatori di un interesse e di un punto di vista indipendente da quello delle imprese.

Ma per applicare tutto questo c’è più di un ostacolo. Ci sono le leggi, c’è la Costituzione e c’è il Contratto Nazionale di lavoro, che garantisce non solo al sindacato in fabbrica il diritto di contrattare su orari e flessibilità, ma che costituisce una garanzia per il singolo lavoratore.

Ed ecco servite le “deroghe”. Le imprese, quando devono fare investimenti o in situazione di crisi – cioè sempre – possono decidere di non applicare singole parti (economiche e normative) del Contratto. Ovviamente i padroni non si sono fatti mancare nulla e, nell’accordo del 29 settembre con FIM e UILM1, hanno addirittura previsto le sanzioni per chi non accetterà le deroghe.

Con l’accordo sulle deroghe si manifesta ancora una volta la gravissima violazione di qualsiasi principio democratico: sindacati che sono minoranza in un settore firmano accordi che si pretende abbiano valore collettivo e che vengono applicati in modo autoritario dalle imprese. Non solo non si sottopone al voto di tutti i metalmeccanici quanto firmato, ma addirittura si evita qualsiasi confronto nei luoghi di lavoro.

Noi non ci stiamo. Organizziamo le assemblee, con ore di sciopero quando abbiamo finito le ore retribuite, parliamo con i lavoratori, discutiamo e affermiamo con la coerenza della pratica quotidiana un modo di fare sindacato che si fonda sul rispetto per chi rappresentiamo, i lavoratori.

In discussione c’è proprio questo: il modello di sindacato.

CISL e UIL hanno ormai scelto che il loro lavoro è presentarsi nelle aziende, ovviamente solo quando chiamati, a spiegare che le decisioni dei padroni sono le migliori possibili e che non si può fare altro.

Per la FIOM non è così: contrattiamo (nel 2010 a Forlì abbiamo firmato oltre 150 accordi nelle sole imprese industriali), scioperiamo, discutiamo e facciamo decidere ai lavoratori, che sono i titolari degli accordi che li riguardano.

Ed è per tutto questo che i metalmeccanici della FIOM il 16 ottobre manifestano a Roma insieme a tutta la CGIL.


Michele Bulgarelli  è Segretario generale FIOM CGIL Forlì


1 Che hanno firmato l’accordo senza aver ricevuto alcun mandato dai lavoratori e che si guardano bene dall’andare a spiegare quello che hanno fatto nelle fabbriche.

Commenti: (2)

 

  1. claudio scrive:

    Michele ma quei 150 accordi che hai firmato a Forlì li hai firmato da solo?? le crisi a Forlì le hai affrontate da solo?? I diritti a Forlì li hai difesi da solo ?? hai firmato deregoghe al contratto a Forlì perchè magari un uso diverso delle ferie ha permesso in alcuni casi di non fare cassa integrazione?? le assemblee le hai convocate di organizzazione o unitarie in modo che venissero anche gli altri a spiegare la loro?? gli scioperi al freddo sotto l acqua al sole per contestare chi voleva chiudere o voleva licenziare li hai fatti da solo?? lo sai che rispetto le idee diverse dalla mia, ma qualche volta non bisogna mischiare troppo le cose altrimenti leggendo il tuo articolo sembra proprio che altre persone altri fratelli che lavorano al tuo fianco sul territorio per difendere i lavoratori magari sotto un’altra bandiera facciano veramente poco !! quando in realtà la rabbia la passione le idee e gli ideali che ci spingono a fare il nostro lavoro ci accomunano in una cosa la difesa dei lavoratori che se ne dica, e se hai esempi diversi su Forli scrivili ti prego.. .ciao fratello alla prossima lotta.

  2. michele scrive:

    caro claudio, non è questo il punto. quello che ho cercato di indagare è se dopo pomigliano c’è o meno un cambiamento nel modo di intendere la contrattazione e le relazioni sindacali che non riguarda solo la Fiat, ma che investe anche i territori e le periferie, come forlì. e allora cosa facciamo? io credo che dobbiamo guardare un po’ più in là e un po’ più in su, per cercare di capire i fenomeni che ci investono e contro i quali costruiamo resistenze. e questo riguarda anche il modello di sindacato da praticare, con tutti i compagni di viaggio che ci sono anche nelle altre organizzazioni, fondato sulla coerenza dei comportamenti e sulle pratiche democratiche.

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