Se la conoscenza non e’ un bene comune (il progresso possiamo pure scordarcelo)

Si parla con crescente entusiasmo di beni comuni. Le ultime manifestazioni di piazza che hanno fatto esplicito riferimento a questa idea sono state largamente partecipate ed inclusive[1]. E il dibattito intorno alla questione beni comuni continua ad allargarsi ed arricchirsi, con contributi provenienti dalle più diverse tradizioni culturali e politiche. Digitate sull’onnisciente Google: provare per credere.

Cosa si intende per bene comune? L’idea di “commons” – propriamente traducibile in italiano con comunanze[2] – attraversa la filosofia e le scienze umane e sociali da secoli, e riguarda l’insieme delle risorse naturali e del patrimonio culturale e tecnico accumulato dall’umanità del corso del tempo. Secondo Paolo Cacciari[3], i beni comuni non sono altro che quelle risorse, indispensabili a mantenere connesso il sistema vivente, che rispondono a due caratteristiche fondamentali: 1) il fatto che nessuno possa affermare di averli prodotti in proprio e rivendicarne così la proprietà esclusiva; 2) la loro ontologica necessità, il loro cioè essere indispensabili e insostituibili per l’esistenza di ogni individuo.

I beni comuni possono perciò essere ricondotti alla tassonomia proposta da Giovanna Ricoveri[4], che distingue i beni comuni naturali, materiali ed esauribili da quelli immateriali, illimitati e cognitivi. I primi classicamente intesi come l’acqua, l’energia, le terre fertili e le risorse primarie; i secondi come i servizi pubblici, i saperi e la conoscenza, le infrastrutture e gli strumenti di comunicazione, prima fra tutti la rete Internet.

L’immaterialità e la natura cognitiva della seconda tipizzazione potrebbe far pensare ad una eccessiva astrazione, che rimane confinata nella dimensione della riflessione teorica e non trova una sua traduzione pratica ed efficace. Già da tempo invece questa visione di conoscenza intesa come bene comune si sta traducendo in pratiche che riducono la portata della proprietà esclusiva, valorizzando la condivisione. Pratiche che si determinano nella convinzione del ruolo emancipante della conoscenza, come strumento di affermazione del proprio sé e dei propri diritti[5]. Sono un esempio le licenze creative commons[6], che consentono ai detentori di diritti di copyright di mettere a disposizione tutti o parte di questi diritti alla collettività, permettendo la circolazione e lo scambio di informazioni. Le comunanze creative – è questa la traduzione letterale, ma convenzionalmente si utilizza quella di opera comune – vanno proprio nella direzione della valorizzazione e accrescimento della conoscenza intesa come bene comune.

Vedere la conoscenza come bene comune significa non solo garantire il suo accrescimento e la sua diffusione, ma percepirne anche il ruolo produttivo: aspetti, questi, ormai invisibili agli occhi di quei legislatori che hanno oggi la pretesa e – purtroppo – la possibilità di riformare scuola, università e ricerca.

Si continua invece a considerare l’investimento in conoscenza – qui intesa nel suo senso più ampio, non solo legato alla pur annosa questione dell’università e della disastrata situazione del lavoro cosiddetto cognitivo – come un investimento di secondo piano: e così l’Italia risulta investire in ricerca e sviluppo nel 2008 solo 1,18% del proprio PIL, contro 2,77% degli USA, il 2,02% della Francia, l’1,88% del Regno Unito[7]. Ma non solo: il  rapporto EIS – European Innovation Scoreboard 2009, che si occupa di valutare il tasso di innovazione dei paesi dell’Unione Europea, definisce l’Italia un paese a innovazione “moderata”, con problemi di carattere strutturale di arretratezza e stagnazione[8]. Situazione confermata dal rapporto del Global Information Tecnology[9], del marzo 2010, che vede l’Italia al 48simo posto per tendenza all’innovazione. In sintesi, innoviamo poco e male.

Gli esempi da fare potrebbero essere ancora molti, ma è opportuno fermarsi qui.

Una visione proprietaria della conoscenza, l’ostilità a favorire l’affermarsi di strumenti di condivisione e diffusione di saperi e conoscenza sono il risultato di una quanto mai necessaria e non più rimandabile rivoluzione culturale, capace di rimettere al centro l’idea di bene comune, inteso come patrimonio collettivo e da tutti condiviso. Un’idea in grado di permettere il diffondersi di innovazione e progresso che, senza scambio e creazione di conoscenza, è seriamente compromesso.



[1] La manifestazione indetta dalla FIOM del 16 ottobre scorso, con lo slogan “Lavoro bene comune”, ha visto la partecipazione a Roma di oltre 600.000 persone. Ma anche la campagna referendaria “Acqua Bene Comune” contro la privatizzazione dell’acqua ha raccolto nei mesi scorsi, da Maggio a Luglio del 2010, un milione e quattrocento mila firme.

[2] Cfr. Angelini M. 2010, “Scambio di semi e diritto originario”, in Cacciari, P., La società dei beni comuni. Una Rassegna, Roma: EDS.

[3] Cacciari, P., La società dei beni comuni. Una Rassegna, Roma: EDS.

[4] Ricoveri G., 2010, I Beni comuni e le Merci, Milano: Jaca Book

[5] Riguardo alla relazione tra affermazione del sé e conoscenza si veda Francois Dubet, 2010, L’École des chances : qu’est-ce qu’une école juste ?, Paris: Seuil.

[6] Per maggiori informazioni sulle licenze creative commons si veda il sito http://www.creativecommons.it/


[7] Cfr. OECD – Factbook 2010. Economic, Environmental and Social Statistics, http://www.oecd-ilibrary.org/economics/oecd-factbook_18147364

[8] EIS, European Innovation Scoreboard 2009, http://www.proinno-europe.eu/sites/default/files/page/10/03/I981-DG%20ENTR-Report%20EIS.pdf

[9] http://www.weforum.org/documents/GITR10/index.html

Commenti: (1)

 

  1. fabrizio scrive:

    grande

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