Ancora su societa’ della conoscenza ed Europa: e se si trattasse solo di un simbolo?

Non esiste una definizione condivisa di società della conoscenza. Basta dare uno sguardo ai documenti e alle programmazioni europee, nazionali e locali prodotti negli ultimi dieci anni per rendersi conto della confusione che aleggia intorno alla questione. E nello stesso tempo e allo stesso modo non esiste una formulazione, coerente e condivisa, di politiche pubbliche per la società della conoscenza.

Una frammentazione concettuale e politica che ha inevitabilmente portato non pochi fallimenti sul fronte della implementazione delle politiche pubbliche.

A partire dalla Strategia di Lisbona, la società della conoscenza è certamente entrata a far parte della vulgata politica della Comunità europea, senza però mai diventare realmente l’asse portante delle politiche economiche e sociali e – soprattutto – senza raggiungere i risultati sperati e promessi oramai oltre dieci anni.

La UE è infatti terribilmente in ritardo rispetto alla programmazione, e i singoli stati membri appaiono altamente differenziati negli sviluppi e nelle implementazioni delle singole e rispettive policy.


Politiche distributive, regolative e costitutive

Le politiche pubbliche per la società della conoscenza in Europa presentano infatti connotati diversi e rimandano a categorie trasversali di analisi. Esse mostrano, a tratti, caratteristiche di tipo distributivo, ad attestare le quali, oltre agli specifici programmi di finanziamento, vi è la struttura dei rapporti di potere tra i partiti politici e i gruppi parlamentari caratterizzati da scambio di voti (log-rolling) e reciproca non interferenza sulle politiche al centro dello scambio. Esse rimandano anche ad un tipo di politica atte alla regolazione e a normare i comportamenti (regolative), in quanto l’implementazione delle politiche avviene sulla base di indicazioni coercitive e poco negoziabili. Ma esse hanno anche caratteristiche costitutive, tipiche dei processi di cambiamento di lungo periodo, che tendono a riformare o cambiare la natura del rapporto fra cittadini e stato, attraverso azioni fra i diversi livelli istituzionali (multi-level) e la collaborazione tra i diversi settori amministrativi per l’integrazione dei servizi.

Le politiche per la società della conoscenza – sia per la natura elaborata delle procedure di finanziamento e dei relativi strumenti di governance, sia per la costante pressione di NGO ad ogni livello – si configurano anche come politiche redistributive il cui outcome principale dovrebbe – in linea teorica – essere la riduzione delle disparità e delle disuguaglianze.


Dal modello competitivo a quello inclusivo, ma senza grossi risultati

Quest’ultima tipologia ha preso a rafforzarsi con il lancio della Strategia di Lisbona e con l’introduzione dei piani per l’informatizzazione della Comunità europea (eEurope). Infatti, sulla carta, si è trattato di un momento importante sul piano delle pratiche perché abbiamo assistito ad un sostanziale spostamento del baricentro dal modello competitivo, incentrato sui processi di liberalizzazione e di deregolamentazione e con il mercato come volano per la strutturazione delle politiche, verso un modello inclusivo, orientato alla riduzione delle disparità, all’inclusione sociale, culturale e digitale. Si è intravista una più marcata attenzione alla dimensione inclusiva ed alla coesione sociale, comportando un più incisivo indirizzo per la programmazione dei diversi paesi membri.

Parallelamente abbiamo assistito alla nascita di una vision europea, più attenta alle dinamiche locali ed alla riallocazione delle competenze e delle responsabilità in materia di società della conoscenza. Con la pubblicazione del Libro Bianco dal titolo La governance europea (2001), per le politiche pubbliche per la società della conoscenza si aprì una nuova stagione che ha trovato la sua massima espressione con l’inizio della VI Legislatura e con l’allargamento dell’Unione avvenuta nel 2004.

Ma a quanto pare le aspettative programmatiche promesse nel 2000 e rilanciate nel 2005 sono state ampiamente deluse, come afferma la stessa UE nelle diverse relazioni congiunte pubblicate nel corso del bienno 2009-2010.


La vera natura è quella simbolica

Qual è dunque la vera natura delle politiche pubbliche europee per la società della conoscenza?

Oggi, le politiche pubbliche per la Knowledge Society hanno lentamente assunto una valenza simbolica, che ha reso la società della conoscenza una politica a forte connotazione retorica. La rappresentazione della società della conoscenza ha preso il sopravvento sulla effettiva gestione e implementazione delle politiche ad esso connesse. Sempre più spesso ci capita di aprire documenti, programmazioni e regolamenti che non contemplano una definizione operativa di società della conoscenza condivisa sul piano delle pratiche. L’uso della locuzione “società della conoscenza” ci appare dunque un mero strumento retorico che ha come unica funzione e preoccupazione quella di essere in linea con i bandi di finanziamento europei.

Di fatto, proprio questa forte componente retorica, ha comportato un disancoramento delle politiche (policy) dalla politica (politics) condannata alla sola gestione dei processi, quasi sempre imbrigliata nel meccanismo finanziario e privata di qualsivoglia orientamento ideologico. Ridotto a sistema di pratiche ed a strumento di finanziamento del mercato e dei servizi avanzati, il tema è sfuggito al dibattito politico, trasformando le istanze di maggiore formazione, partecipazione e inclusione politica avanzate dalla comunità europea, in velleità localistiche, nazionali e prive di incisività.

Uno scenario piuttosto complesso che ha trasformando il sogno europeo di Delors in un ricordo, la Strategia di Lisbona in poco più di una buona idea, la società della conoscenza in una stella polare. Ciò che era uno dei progetti più importanti per la Comunità europea si è ridotto in poco più di una narrazione collettiva che, lentamente, ha assunto le caratteristiche di un vuoto esercizio populista.


Tommaso Ederoclide lavora presso il Dipartimento di Sociologia “G. Germani”Università degli Studi di Napoli “Federico II”


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