Andare oltre la petulante lagna della frustrazione

Lavoratori della conoscenza: se le condizioni oggettive dello sfruttamento non fanno una coscienza (di classe)


Dov’è il general intellect, il lavoratore della conoscenza, quando si tratta di generare il conflitto che dovrebbe fornire la benzina alla trasformazione del nostro paese?

Proviamo a misurare il polso dell’antagonismo sociale in Italia: a stretto giro devo notare che abbiamo dovuto aspettare il “vecchio” sindacato degli operai per veder comunicare ed aggregarsi masse critiche di soggettività antitetiche allo status quo dominante. E quale lezione dovremmo trarre dalle rivolte degli immigrati a Brescia o a Rosarno o in giro per i CIE? Solo questi schiavi disperati, strappati al cuore e al terrore della loro terra, gettati nello sprofondo dell’abominio, possono opporre un netto rifiuto contro lo sfruttamento alienante del mondo della forza-lavoro capitalistica? E noi dove siamo?  La “mutazione antropologica italiana” che cassandrava Pasolini ha raggiunto profondità virali inaspettate nella mia generazione (20-35) che non si limitano solo al lato più esposto e visibile delle figure televisive, a cui tutti indirizziamo gli strali della nostra indignazione frustrata.
Il panorama è vasto e anche molto ben conosciuto, ma voglio portare un esempio pratico che a mio parere rappresenta un diffuso modello antropologico di lavoratore della conoscenza.

Stefano, giovane lavoratore della conoscenza

Giovane ragazzo, laureato in scienze umane, colto e intelligente (scrive e pubblica anche poesie) che lavora in una importante multinazionale televisiva americana – lo chiameremo con un nome di fantasia: Stefano. Assunto con stage dopo una selezione durissima per fare lo stesso identico lavoro che fanno i suoi colleghi ma con un terzo del loro stipendio. Nessun contributo previdenziale, nessun diritto alla malattia, né vacanze pagate. La condizione di lavoro di Stefano è di evidente illegalità visto che il suo contratto di Stage è meramente formativo, quando invece egli è sottoposto alla disciplina lavorativa come e peggio dei suoi colleghi (c’è una diffusa pratica di nonnismo in azienda per cui coloro che sono più protetti lavorano di media meno dei nuovi assunti, che sono invece “costretti” a fare il proprio lavoro in maniera più intensiva dei loro colleghi più anziani). Il lavoro si svolge davanti al pc per 8-9 ore al giorno, molto spesso Stefano deve saltare la pausa pranzo; un lavoro ripetitivo, meccanico, a suo dire, in cui non c’è nessuno spazio per la creatività personale. Ma non finisce qui: nonostante la palese violazione di tutte le leggi in merito al diritto al lavoro, lo sfruttamento estensivo a cui Stefano viene sottoposto per una paga da fame (circa 600 euro più buoni pasto) gli chiedono di trattenersi più di quanto non già faccia perché – dicono – deve dimostrare di essere meritevole del rispetto dell’azienda: lo “spirito” dell’impresa richiede una prestazione ad altissimo livello. Ovvero – dicono –  la lavoratrice che l’aveva preceduto nel suo stesso lavoro si tratteneva sino alle 20.30 iniziando a lavorare alle 10 di mattina – dicono. Il fatto spaventoso è che nonostante faticasse 10-11 ore al giorno, la persona che lo aveva preceduto è stata mandata via alla fine del suo stage, e la stessa cosa succederà – glielo hanno già annunciato – a Stefano. A quale prezzo allora si può accettare che la vita ci venga rubata in modo così violento? Per il “curriculum” – dice Stefano –  aspettando di passare dalla parte dei garantiti, nell’attesa del “colpo di fortuna”, dell’incontro con la “persona giusta”, perché “bisogna fare esperienza”.

Ho portato un esempio a me vicino non per stigmatizzare un caso specifico, ma solo come specimen di un paradigma pervasivo ed imperativo che modella le menti collettive in maniera quasi totalizzante.

Andare oltre la petulante lagna della frustrazione
Non so se un tempo la riflessione su una condizione di vita del genere (ipersfruttamento, alienazione, comportamenti lesivi della propria dignità, un basso salario – che tra l’altro deve essere destinato per 2/3 a pagare l’affitto della propria stanza, 400e su 600) potesse portare ad una immediata rivolta. Mio padre mi raccontava che lui dormiva in stazione quando era stato costretto ad emigrare per lavorare alla Fiat di Torino, ma poi venne il ’69 e tutto cambiò.
Dovremmo ipotizzare che il giogo a cui è sottoposto il giovane lavoratore della conoscenza non è tanto pesante come quello di un operaio negli anni ’60 o di un immigrato che raccoglie arance per 12 ore al giorno? C’è una forma di sfruttamento essenzialmente differente tra le generazioni di lavoratori tale che non si danno per noi le condizioni oggettive di un rifiuto? Oggi le condizioni di vita materialmente alienanti non generano rivolta, ma assuefazione, rassegnazione, fatalismo e attaccamento al proprio sintomo. Come dice Stefano: meno male che ci sono queste forme di contratto approssimative (stage, co.co.pro ecc) altrimenti non ci sarebbe lavoro per nessuno.

Mi pare che ci manchi un linguaggio per reagire a tutto questo, per essere la trasformazione oltre la petulante lagna della frustrazione; non abbiamo da dire niente di essenziale contro questa realtà. Navighiamo nell’incapacità di immaginare un futuro più umano, quindi non troviamo gli strumenti per agire contro il presente.

D’altra parte la politica ha mandato in contumacia la giustizia. Possiamo parlare dei mafiosi o dei processi di Berlusconi, ma guai a mettere in evidenza che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è lungi dall’essersi estinto. Chiedersi cosa sia la giustizia oggi sembra una questione a metà tra il filosofico e il paranoico, come ben mostra Di Pietro. L’analisi del sociale si è ridotto alla passerella di straordinari one’s self made man laddove non si tenda alla psicologizzazione dei processi storici e materiali.
Aver lasciato che l’economia penetrasse interamente la politica ha avverato la triste profezia della società dello spettacolo e ci ha lasciati senza un linguaggio che possa incidere il reale se non sotto la forma dello spettacolo stesso.

Commenti: (4)

 

  1. Cartellina scrive:

    io mi figuro “il lavoratore della conoscenza” (che epiteto inquietante) così: si sveglia, si fa le sue 8-10 ore di conoscenza (telefono, pc, fax, copia incolla – eccola qui la società dell’informazione) gli rimane poco tempo e pochi soldi p…er il resto, e nel frattempo rimuove, rimuove e rimuove: “sarò mica un povero sfruttato?” si dice fra sé e sé e poi si risponde “no, no, non io, io sono laureato, la mia famiglia è benestante, io ho studiato,sono intelligente, io non sono la massa, io sono IO, ho un sacco di idee fighe e appena riuscirò a trovare il modo per valorizzare le mie capacità finirà questo orribile incubo, certo per qualcuno l’incubo non finirà mai, ma non per me, io ne uscirò, ho i numeri per uscirne, è troppo degradante…” poi si addormenta e poi la sveglia suona, si sveglia, si fa le sue 8-10 ore di conoscenza e gli rimane poco tempo e pochi soldi per il resto, e nel frattempo rimugina… La questione è: sto lavoratore della conoscenza è un povero sfruttato, un cieco sognatore o un arrogante presuntuoso individualista del cazzo?

  2. Roberto Foderaro scrive:

    Il fatto è che 40 anni fa si usciva da condizioni di miseria oggettiva e la società era in crescita. Oggi la società è in recessione ma allo stesso tempo il benessere è diffuso. Finché reggerà la generazione che ha lavorato con tutte le tutele del caso, reggerà questo sistema (in Italia), perché continuerà il benessere diffuso. Dopo la realtà comincerà ad assumere contorni meno rassicuranti e decisamente più drammatici. Oggi c’è un’intera generazione sfruttata ma non povera e che per questo non si ribella (come gli immigrati di Rosarno). Purtroppo la perdita dei valori è congeniale a questo andazzo, parole come dignità e solidarietà sono solo chimere. a livello sociale e individuale, ed è proprio la generazione che si è ribellata (magari non necessariamente le stesse persone) ad aver portato avanti questo processo. Psicologicamente il “giovane” di oggi è più propenso a essere sfruttato perché è stato educato nel buonismo, smussando in lui/lei tutte le asperità naturali del carattere da genitori già imborghesiti (fra i quali mi riconosco), e in un benessere ovattante che a forza di volergli evitare traumi ha finito per minarne le capacità di autodifesa.

  3. Mauro scrive:

    Anche se è un po’ fuori tema vorrei fare una postilla su un aspetto implicito delle “lagne della frustrazione” sui lavoratori della conoscenza (!) che rende ancora più penoso questo dibattito. Personalmente inizio a provare un certo fastidio quando sento parlare dei “poveri ricercatori”, dato che ormai sembra che l’argomento del dibattere sia sempre solo uno: il basso (o nullo) salario. Io credo che in questo modo si rinforzi l’idea che a definire lo status di una professione sia esclusivamente la retribuzione e nessuno degli altri aspetti che, proprio nel caso della ricerca scientifica (ma non solo) la rendono migliore di altre più umili ma meglio retribuite professioni.
    Certo, un idraulico probabilmente guadagna molto di più di un dottorando o di un ricercatore di una qualsiasi università italiana: e allora? Se uno punta a guadagnare è libero di diventare idraulico, elettricista, venditore ambulante di frittelle o quello che gli pare. Se è riuscito a finire 5 anni di università e proseguire attraverso ulteriori selezioni fino a dove è arrivato, probabilmente sarebbe riuscito altrettanto bene ad imparare a riparare lavatrici. Oltre alla conoscenza e alla rivendicazione dei propri diritti, quello che manca è anche la coscienza del proprio valore nella società, con il conseguente appiattimento sul paradigma dominante “tu vali quanto guadagni” che vediamo dappertutto nella società, dai suddetti idraulici a calciatori e star, con relativi contratti milionari che ne determinano non solo il prezzo, ma il valore stesso.
    I “lavoratori della conoscenza” dovrebbero prendere coscienza per prima cosa del proprio valore e del proprio ruolo nella società, questo forse contribuirebbe a dare una motivazione per ulteriori rivendicazioni (assolutamente giustificate) sul piano contrattuale ed economico. Se la motivazione al riscatto sociale resta esclusivamente economica questa molla non scatterà mai perché, come ben detto negli altri commenti, la generazione “sfruttata ma non povera” potrà sempre contare sulla ricchezza del papi e non sarà mai abbastanza povera da sentire la motivazione a ribellarsi. Almeno finché i soldi del papi durano…

  4. paola scrive:

    quanto hai ragione Roberto!

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