La societa’ della fantascienza: ovvero dove le persone sono il motore dello sviluppo.
Costruire una società fondata sulla conoscenza significa, innanzitutto, costruire una società fondata sul rispetto e sulla valorizzazione delle persone. È la mancanza di questa vision che ha decretato il fallimento della Strategia di Lisbona e che potrà provocare il fallimento della green-economy così come di qualsiasi altro modello di sviluppo. La conoscenza – così come è stato per un’altra idea mitologica alla base dei processi di industrializzazione, ossia il progresso – può essere perseguita attraverso due grandi orientamenti culturali che devono tenersi insieme e che costituiscono il DNA della modernità: la valorizzazione della razionalità e la valorizzazione degli individui (1).
Questi due orientamenti sono in costante tensione e dalla loro sintesi nasce il modello di sviluppo e il senso stesso della vita collettiva.
Il progresso delle società industriali è stato perseguito attraverso l’aumento del numero di industrie, l’innovazione dei macchinari, l’aumento delle professionalità tecniche, l’imporsi del fordismo, del taylorismo e del governo scientifico della forza lavoro.
Nel tempo si è capito che l’industrializzazione doveva accompagnarsi all’acquisizione di diritti, a migliori condizioni di lavoro, al rispetto per le persone e per l’ambiente, alla democratizzazione dei processi produttivi e sociali.
Nel tempo, si è capito che il progresso tecnico si doveva coniugare con quello umano per perseguire un modello di sviluppo che davvero fosse collettivo, ossia un modello capace di coinvolgere le persone che lo vivono, lo legittimano e lo costruiscono.
La conoscenza introiettata nei processi produttivi attuali è una conoscenza che per lo più non considera gli individui e che quasi potrebbe farne a meno, se solo potesse sostituirli con le macchine o le operazioni di borsa. Questo è dimostrato dai movimenti finanziari e dalle esternalizzazioni che sono all’origine della crisi attuale, che accompagnano la de-territorializzazione e la de-personalizzazione dei processi produttivi.
Basti pensare a quale è stato – ed è – il paradigma culturale tecnocratico che guida lo sviluppo della Cina e dell’India, così come quello che guida le strategie delle multinazionali e delle grandi aziende italiane, a partire dalla Fiat.
Così come, d’altro lato, è utile osservare il paradigma culturale opposto che orienta le imprese che, invece, sono ad oggi la traduzione concreta di un’economia fondata sulla conoscenza e che sono tra le più competitive al mondo: cito per tutte la lotta tra Google e Facebook fatta a colpi di aumento dei salari, di autonomia del lavoratore, di partecipazione e di coinvolgimento nei processi produttivi, diretta a trattenere e a fare esprimere le potenzialità individuali e non certo basata solamente sugli investimenti nei server, nei macchinari, nell’acquisizione di altre aziende, pur elementi – questi ultimi – tutti presenti (2).
Queste aziende, senza prenderle a punto di riferimento incondizionato, sono ormai irraggiungibili e mostrano come la nostra “economia della conoscenza più competitiva al mondo” – tanto sognata a Lisbona – sia per noi già fantascienza, ossia sia un’economia che necessita dell’introiezione di una visione nuova e diversa, capace di tenere insieme il progresso tecnico con quello umano.
Valorizzare il lavoro per valorizzare la conoscenza
Gli attuatori della Strategia di Lisbona, come dimostra l’efficace compendio dei tradimenti fatto da Orazio Giancola (3), hanno anche peccato di questo: dell’assenza di una visione coerente. Il tradimento, di cui è complice anche una parte del sistema produttivo italiano, ha dimostrato l’inadeguatezza della classe dirigente nel comprendere come essere competitivi per davvero, guardando insieme al futuro delle aziende e a quello dei lavoratori.
Alla fine, senza coniugare il progresso tecnico con quello umano, non si è riusciti ad ottenere né l’uno né l’altro: le aziende sono in crisi, le disuguaglianze sono aumentate, le nuove generazioni – ossia i lavoratori più qualificati – sono ai margini del sistema sociale.
Ed era inevitabile, con questo approccio.
Ci si è dimenticati, in tutta questa ubriacatura di innovazione tecnocratica, che l’obiettivo principale non era tanto quello di creare una economia competitiva basata sulla conoscenza ma un’economia competitiva basata sulla valorizzazione delle persone, perché senza la seconda la prima non può darsi.
Non si è capito che valorizzare il rapporto tra la conoscenza e il lavoro significa aumentare i diritti e rafforzare le pratiche sociali attraverso cui gli individui acquisiscono, producono, utilizzano e condividono le proprie conoscenze, in tutti gli ambiti della loro esistenza, a partire dai processi di lavoro. Significa considerare i lavoratori come strumento e fine del modello di sviluppo. Significa considerare i lavoratori come persone coinvolte nel modello di sviluppo e di esso artefici e beneficiarie e rompere la loro totale subordinazione agli interessi “collettivi” decisi dai Cda che governano le filiere produttive e dalle lobby politiche e sociali.
Se di società della conoscenza si vuole parlare e se, come si diceva a Lisbona, “better jobs” si vogliono fare, dobbiamo parlare dell’affermazione della conoscenza attraverso il lavoro e dell’affermazione del lavoro attraverso la conoscenza. Dobbiamo parlare – come ci ricorda Francesco Sinopoli (4) – della liberazione del lavoro e del passaggio del lavoratore da sfruttato a produttore, per usare le parole di Bruno Trentin (5).
Dalla società feudale alla società della fantascienza
Senza il rispetto e la valorizzazione dell’individuo è impossibile creare delle conoscenze capaci di rendere la nostra economia realmente competitiva.
Non solo è ingiusto. È pure inutile.
Bisogna cambiare paradigma e, visto che di competizione si parla da Lisbona, bisogna definire bene anche cosa è la competizione.
Per una competizione funzionale alla società della conoscenza bisogna cambiare i meccanismi di selezione delle aziende, facendo sì che le più virtuose siano premiate e non, come ora accade, che siano espulse dal mercato, dove le posizioni dominanti sono acquisite dalle aziende più feroci.
Bisogna contrastare la competizione tra le aziende così come si è affermata in Italia, basata sul dumping sociale, sull’evasione dalle regole, sull’abbassamento dei salari, sulla destrutturazione delle relazioni industriali, sullo smantellamento dei diritti collettivi, sull’esternalizzazione dei rischi, sugli appalti al massimo ribasso, sui monopoli, sull’investimento immobiliare, sulle posizioni di rendita legalmente o illegalmente perseguite.
La competizione giocata su questi fattori ha devastato la qualità dei processi di lavoro italiani, creando un gorgo che ha risucchiato lavoratori e aziende, arricchendo solamente pochi tra i più spregiudicati.
La bassa qualità dei processi di lavoro investe e devasta tutte le professionalità, innescando una spirale di svilimento delle conoscenze e di logoramento della dignità del lavoro che travolge allo stesso tempo i lavoratori cosiddetti concettuali e i lavoratori operativi/manuali, così come rende impossibile la crescita e l’innovazione per le aziende marginali nei processi produttivi.
È da chiedersi dove è sepolta la “società della conoscenza” in questo capitalismo italico violento, predatore, feudale, conservatore e – tra l’altro – per nulla competitivo, visto che altre potenze mondiali sono capaci di essere molto più disumane e produttive di noi.
Per questo, una delle sfide, è quella non solo di aumentare i finanziamenti e gli investimenti in innovazione ma, anche, di direzionarli per premiare i processi di lavoro virtuosi, dove l’innovazione di processo e di prodotto si accompagna a un’alta qualità delle condizioni di lavoro, al rispetto dei diritti e della dignità, al coinvolgimento dei lavoratori e delle loro rappresentanze.
E, di contro, si deve agire perché le aziende al di fuori di questo paradigma siano espulse o costrette ad evolversi.
Inoltre – per non puntare il dito solo su “gli altri” – è necessario che il sindacato sia capace di guardare sempre di più ai processi di lavoro piuttosto che, solamente, alle categorie di lavoro, per comprendere come contrattare la qualificazione dell’intera catena del valore, rappresentando e valorizzando tutte le professioni e le aziende che co-operano lungo le filiere.
Dunque, perseguire la società della conoscenza significa superare la stadio primitivo in cui sono piombati i sistemi produttivi italiani e significa farlo con un orientamento specifico, che metta la valorizzazione delle persone al primo posto e che sia capace di incentivare i processi di lavoro ad alta qualità.
Questo è, al tempo stesso, fantascientifico e possibile, giusto e indispensabile.
Riferimenti
1) Touraine A., Critica della modernità, Milano, Il Saggiatore, 1993.
2) Repubblica: http://www.repubblica.it/economia/2010/11/10/news/stipendi_google-8964710/
3) Orazio Giancola, http://www.molecoleonline.it/2010/11/11/oltre-i-tradimenti-e-le-cattive-interpratazioni-per-una-vera-politica-della-conoscenza/
4) Francesco Sinopoli, http://www.molecoleonline.it/2010/11/11/oltre-i-tradimenti-e-le-cattive-interpratazioni-per-una-vera-politica-della-conoscenza/
5) Trentin B., Da sfruttati a produttori, De Donato, Bari, 1977.
Daniele Di Nunzio – Ricercatore IRES

