L’accidentata (ma appassionata) esistenza di una ricercatrice. Una conversazione con Silvia Lucciarini.

Silvia, ci racconti la tua biografia lavorativa?

Il mio percorso professionale comincia dieci anni fa, dopo la laurea. Ho iniziato con uno stage -rigorosamente non retribuito- di nove mesi al CNR, all’IRPPS per esattezza. Io mi sono trovata bene con loro e loro con me, quindi, dopo lo stage, mi hanno fatto un contratto a progetto. Da allora il lavoro con l’IRPPS è proseguito per sei anni e si sono aggiunte ulteriori collaborazioni con altri enti di ricerca. Parallelamente a questo si affiancava il “lavoro di cattedra”, ovvero la collaborazione con l’Università.  Sono stati anni belli ma anche molto, molto intensi. Alla fine ho dovuto fare una scelta tra il lavoro per il mercato e quello per l’accademia. Ho scelto l’accademia e, dopo il dottorato in studi urbani ed un’esperienza all’estero, ho fatto il concorso da ricercatore.


Mettiamo a fuoco la prima fase, quella della precarietà lavorativa: doppio lavoro, quindi?

Anche triplo, quadruplo…. ma la grande partizione era tra il lavoro accademico e quello per il mercato, che poi è quello che ti dà da vivere.

Finché non ho fatto il concorso da ricercatore mi sono divisa tra mille progetti diversi, a volte troppi contemporaneamente, ma convivevano in quella fase le tante cose da fare con la paura di non averne nessuna. La regola aurea è non risparmiarsi, perché si tratta di un processo incrementale: inizi a fare il consulente sul francobollo di conoscenza che hai maturato e da ogni lavoro nascono le premesse per il successivo. L’altro segreto è non smettere mai di formarsi, capire cosa vuole il mercato e acquisire competenze sempre nuove: devi creare una filiale di te stessa che fa ricerca e sviluppo, che poi significa non fermarsi mai… Per questo c’è una selezione feroce in base alla capacità di reggere lo stress. La pressione è costante e deriva dal fatto che vanno portate avanti contemporaneamente tante cose vanno fatte tutte bene perché da quello dipendono le successive occasioni di lavoro.

Riguardo al lavoro accademico per i primi 7/8 anni è stato sostanzialmente lavoro di cattedra. Si tratta della “gavetta” per entrare in accademia: concretamente significa che, mentre sei coinvolto in un progetto di ricerca di qualche tipo all’università, aiuti il professore nello svolgimento delle attività didattiche: rispondi alle mail degli studenti, affianchi al ricevimento, affianchi agli esami, sbrighi pratiche amministrative ecc. Tutto a titolo gratuito, specifichiamolo.


Un lavoro non formalizzato, né riconosciuto e senza nessuna retribuzione: è un ricatto?

No. Non è un ricatto. Quella del lavoro di cattedra è anche una fase importantissima e preziosa di apprendimento di nozioni che nessuno ti insegna durante il percorso di studi. E’ un’occasione di crescita vera. Perché vivi un micro ambiente di lavoro accademico e impari per esempio come si organizzano i convegni, come si scrive e si presenta un progetto di ricerca, come si fa un partenariato.


In questa prima fase quanto lavoravi? E com’era la tua giornata tipo?

Quanto lavoravo? Uno sfascio, ma non esisteva una giornata tipo. Le mie erano giornate arlecchino senza una regolarità. Piuttosto esistevano dei cicli: una parte dell’anno era destinata a fare i progetti, una parte a lavorare su quelli vinti, una parte a fare found rising, a proporsi ai vari enti o per altri progetti ancora. Comune ad ogni fase è che non esistono orari.

Tendenzialmente io provavo a organizzare le settimane così: 2 giorni all’università; 2 giorni a scrivere; 1 giorno interviste; 1 giorno riunioni o simili. Un’organizzazione molto flessibile, però, a seconda delle scadenze. Le scadenze sono un po’ un’ossessione costante: si lavora notte e giorno per inseguirle.


Come si sopravvive a tutto questo? Dacci 3 consigli (semiseri) per superare incolumi la fase della ricerca precaria.

Eh…Non è facilissimo. Il problema principale di questa fase di vita per me è stato il tempo. Perchè mi apparteneva meno. Il tempo di lavoro ha preso il pieno dominio delle mie giornate e conciliarlo con il tempo per me è stato difficile, spesso impossibile. Quindi, venendo ai consigli:

  1. Consiglio serio: imparare a gestire il tempo e selezionare accuratamente le cose da fare
  2. Consiglio molto serio: trovare un compagno/compagna che capisca il tuo lavoro e tolleri i tuoi ritmi (se lo fa anche lui è il top)
  3. Consiglio serissimo: avere un motorino che ti consenta rapidi spostamenti per la città. Io per esempio abito a Roma, Ponte Milvio, avevo la facoltà in via Salaria, il dipartimento del dottorato a Madonna dei Monti, Il CNR in via Nizza e Italia Lavoro (con cui collaboravo) in Piazza Euclide. Ed ero anche piuttosto fortunata perché era tutto in zona…


Parliamo della vita di coppia e della maternità:

Ho conosciuto mio marito al CNR e sono stata molto facilitata dal condividere con lui l’esperienza di lavoro. Avere gli stessi ritmi di lavoro permette di capire le esigenze dell’altro.

Rispetto alla maternità ci sono due scuole di pensiero: c’è chi decide di fare un figlio e se ne frega della precarietà del lavoro e del reddito; c’è chi invece si frena perché è schiacciato dall’incertezza lavorativa. Su questo avverto una differenza generazionale. La mia generazione tende ad aspettare la sicurezza, quella successiva si lancia di più. Secondo me questa differenza nasce dal fatto che la mia generazione ha ancora il mito del posto fisso. Chi invece è più giovane ha introiettato l’idea dell’instabilità permanente e quindi imposta la sua programmazione su questo dato fisso. Poi ovviamente dipende dal carattere e anche da com’è costituita la coppia, se uno dei due ha una maggiore stabilità economica tutto è più semplice.


Quanto conta l’appoggio della famiglia d’origine nella scelta di intraprendere questo percorso?

Conta molto. Per esempio io ho avuto un solo vuoto di lavoro, e quindi di reddito, ed è stato quando ho fatto il concorso da ricercatore. In quella fase mi sono mantenuta con i miei risparmi, ma mi è stato possibile perché ho una casa di proprietà e non avevo un affitto da pagare. Forse, altrimenti, non ce l’avrei fatta. Ma la famiglia non conta solo per questo, o meglio, non solo per il sostegno economico che effettivamente offre. Conta soprattutto come sicurezza psicologica. Anche se poi, di fatto, ce la fai da sola, sapere che, al bisogno, esiste una rete di protezione cambia completamente la prospettiva. E non è tutto. Io sono figlia di genitori che mi hanno incoraggiata. Gran parte della mia generazione viene da famiglie che, forti di un minimo benessere economico, hanno veicolato il messaggio: “tu sei il centro della tua vita, scegli quello che vuoi.” E’ un messaggio di libertà, ma impegnativo. Puoi inventarti la tua strada, ma contemporaneamente sei ossessivamente legato all’idea di farcela o non farcela. Alla paura del fallimento.


Vinto il concorso si può dire che ce l’hai fatta… Com’è cambiata la tua vita?

Sul fronte della vita privata grandi rivoluzioni: mi sono sposata e ho fatto una figlia. Riguardo al lavoro, quello che cambia, oltre al fatto che non si inseguono più mille collaborazioni, è la responsabilità nei confronti degli studenti. Il tuo dovere è essere un’entità formativa valida per gli studenti.


E qui già emerge il principale paradosso…qual è il ruolo del ricercatore?

La figura del ricercatore nasce normativamente circa 30 anni fa (come riconoscimento di una situazione di fatto e occasione di maggiore autonomia di ricerca). Si tratta di una figura che in teoria non ha compiti didattici: il mandato del ricercatore è fare ricerca, non insegnare.

Il ricercatore, dopo aver vinto il concorso, per 3 anni svolge la sua attività come ricercatore non confermato. Al termine di questo periodo è previsto un colloquio e la valutazione del curriculum da parte di una commissione e il ricercatore viene confermato. A questo punto, secondo l’iter della carriera accademica, ci si avvia a fare il concorso per Professore associato. Solo il professore (associato e ordinario) ha il mandato dell’insegnamento. Nonostante questo tutti i ricercatori fanno didattica. E se così non fosse non ci sarebbero i requisiti per attivare i corsi di laurea.


E invece…Quanto tempo della tua giornata è impegnato nell’attività didattica?

Almeno il 70% del tempo. Il che non significa che la ricerca (il mandato primario del ricercatore) è relegata nel 30% restante di tempo. Vuol dire che il totale non fa 100. Perché per fare buona ricerca si lavora molto più del dovuto. E quindi si scrive nel fine settimana, si lavora 12 ore al giorno, si utilizza il tempo delle vacanze.

Non c’è alternativa, nel senso che non si può non fare didattica, perché significherebbe dire di no a un’istituzione sotto stress. Quindi lo fai, ma niente di tutto questo lavoro viene riconosciuto.

Nei fatti si annulla la differenza tra il lavoro del ricercatore e quello del professore: entrambi fanno ricerca e fanno didattica però le figure non sono comparate. Non parlo solo di retribuzione, ma di riconoscimento del ruolo professionale. Tuttavia va quantomeno considerato che un ricercatore che entra guadagna 1100 euro al mese e lavora 12 ore al giorno, facendo cose che assolutamente non dovrebbero competergli.


E’ per questo che i ricercatori sono stati i primi oppositori del DDL Gelmini?

Si in gran parte. Il DDL non prevede il riconoscimento del ruolo che, di fatto, svolgono i ricercatori e in più, tagliando i finanziamenti all’Università, questo Governo ha detto a chi fa didattica volontaria e gratuita che non ci saranno mai i fondi per riconoscere tale lavoro. E che tramonta la possibilità di una progressione di carriera. Ci sono almeno due cose quindi da contestare: prima di tutto l’austerity funziona quando si individuano e colpiscono gli sprechi (che ci sono!) e invece qui ci sono tagli indiscriminati; in secondo luogo si palesa la volontà di dare un indirizzo privato alla ricerca dato che, mentre si dimagriscono i fondi per l’Università pubblica, si finanzia quella privata. Ma soprattutto c’è un problema per l’Università: tra qualche anno una miriade di Professori ordinari e associati andrà in pensione. Se non si possono bandire i concorsi per sostituirli che succede? I lori carichi didattici chi li sostiene? Ancora i ricercatori senza alcun finanziamento? Senza una sostituzione dei docenti che andranno in pensione si rischia il collasso del sistema.


Che ne pensi dell’introduzione della figura del ricercatore a tempo?

Anche questo va nella direzione di privatizzare la ricerca. La legge prevede per queste figure “trances di cofinanziamento”: cioè dovrebbero essere pagate in parte dall’Università, in parte da privati interessati alla ricerca che viene condotta.

Primo problema: quali e quanti privati investirebbero su una ricerca non immediatamente profittevole?

Secondo problema. Se la ratio è collegare ricerca a mondo dell’impresa, il risultato è che si costruisce un comodo esacamotage per l’azienda farmaceutica per pagare meno il suo ricercatore. Perché l’effetto sarebbe proprio questo: offrire la possibilità all’azienda di esternalizzare la ricerca. Del resto perché pagare un ricercatore con stipendio pieno se si può avere lo stesso risultato pagando la metà un ricercatore pubblico, peraltro con le garanzie di qualità del lavoro di ricerca che offre l’accademia?


Facciamo un esercizio di fantasia: se la tua carriera di ricerca fosse iniziata a DDL Gelmini approvato, come sarebbe andata?

Semplicemente non ci sarebbe stata nessuna carriera. Secondo te chi avrebbe interesse a finanziare ricerche sociologiche di un certo tipo?

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