Qualche dilemma da risolvere dopo i fatti di Piazza del Popolo

La condanna della violenza per noi, va da’se’. Ma e’ sempre meglio ribardirla ed argomentarla. Certo, per essere credibile deve provenire da persone, per l’appunto, credibili. Quindi, molti fra quelli che si sono precipitati a condannare i disordini e l’illegalita’ farebbero meglio a tacere. A partire, da chi come il sempre opportuno Onorevole Maurizio Gasparri – nel suo stile da declinante colonnello franchista – si e’ affrettato ad incassare tutto quello che era possibile incassare dagli scontri di Piazza del Popolo: leggi speciali, retate, inviti alle masse a stare a casa davanti alla Tv. Lui che, peraltro, come tanti sui amichetti, e’ arrivato in Parlamento dopo aver menato le mani per tutti gli anni settanta.

E’ quindi nell’interesse della non violenza che questa gente taccia: ed e’ per questo che parlano, perche’ a loro della non violenza non importa nulla. Viceversa, noi ascoltiamo e condividiamo gli appelli ed i ragionamenti di chi ha dimostrato di poterli fare. Che in questi giorni hanno illuminato molte delle dimensioni del problema – quella etica, prima di tutto – sulle quali non torneremo. La speranza – ma anche l’obiettivo – e’ in sintesi di piazze e assemblee debordanti, sempre libere e pacifiche – ed orgogliose di esserlo.  E’ pero’ ormai evidente che non ci si puo’ limitare alle condanne. C’e’ qualcosa di nuovo di cui discutere. Come peraltro evidenziato dalle risposte che in molti hanno inviato alla lettera appello di Roberto Saviano.

E fa quasi tenerazza, ovviamente per non dire altro, leggere come si poteva fare sabato 18 sul Corsera discorsi elevati sulla democrazia liberale. E sull’incomprensione dei suoi meccanismi che, in fondo , tradirebbe il comportamento non solo dei protagonisti degli scontri ma di tutti quelli che hanno partecipato alle manifestazioni ed iniziative degli ultimi mesi. L’Italia da tempo ha cessato di essere una democrazia liberale – che ha bisogno di istituzioni, di persone e di comportamenti siderlamente distanti da quelli di oggi – ed era davvero ingenuo se non colpevole pensare che questo non avrebbe comportato il silenzioso diffondersi di tendenze violente. Un paese che affonda nell’illegalita’ e nella corruzione – manifesta e senza vergogna – di chi lo governa con tragica incompetenza non puo’ non aspettarsi la periodica esplosione di rabbia.

Molti italiani, molti giovani fra i primi, si sentono indifesi di fronte ad un potere che manipola la verita’, impiegando la menzogna come modalita’ ordinaria e quotidiana di governo. Ed ora, ancora di piu’, di fronte ad un paese in cui si fa di tutto per approfittare della crisi per peggiorare la posizione dei piu’ deboli: l’ingiustizia clamorosa ed ineguagliata in Europa delle correnti politiche di bilancio – guerra agli studenti, ai precari, perfino ai pendolari – ne’ e’ l’esempio perfetto.  La crisi radicale della fiducia nelle istituzioni si intreccia ora con la disperazione sociale alimentata dalla crisi.

E da questo punto di vista, come documentato da Molecole e da altri ben piu’ illustri di noi, le giovani generazioni hanno pagato largamente il conto.  Pensavamo che la precarieta’ fosse la cosa peggiore che potesse capitare alla nostra generazione. Ma la cosa peggiore era la crisi affrontata da precari. Piu’ di un giovane su quattro e’ oggi disoccupato, nel Mezzogiorno molto di piu’: una situazione sociale esplosiva – letteralmente – di cui e’ obbligatorio non parlare.  Anche questo ha contribuito ad accrescere nella nostra generazione un acuto sentimento di ingiustizia. Ed allo stesso tempo una dolorosa coscienza dell’intollerabile diseguaglianza che sta divorando la societa’ italiana. E che ha reso il futuro di molti di noi largamente al di fuori del controllo individuale. Puoi studiare, impegnarti, lavorare bene: con ogni probabilita’, questo non sara’ nemmeno sufficiente a farti galleggiare. La porta della disoccupazione e’ sempre aperta, quella della precarieta’ e del lavoro gratuito e’ spalancata. Ed ormai, onestamente, risultano intollerabili tanto le non parole di chi ignora il problema quanto quelle di chi, anche a sinistra, lo ha traformato in un fatto di natura. Viene il sospetto che chi parla costantemente di “una generazione che vivra’ peggio di quella precedente” e di “ generazione senza futuro” ci abbia preso gusto. E che trovi molto confortevole specializzarsi nella predicazione improduttiva – ma molto bella a vedersi – di come siamo condannati a stare peggio. Anche se, magari, si trova in una posizione dalla quale, invece, ci si attenderebbe della politica e non delle orazioni.

Seppure amara, questa nuova coscienza generazionale e’ un fatto davvero positivo: di quelli che possono cambiare il corso degli anni a venire. Su Molecole, abbiamo insistito molto su questo tema. Abbiamo bisogno di costruire con pazienza una nuova cultura dell’azione collettiva. Inventiva ed innovativa. Ma anche pragmatica. La nostra generazione ha infatti un urgente bisogno di risultati, che siano l’esito dell’azione collettiva e che diano la misura di quanto la buona politica convenga, anche dal punto di vista della nostra felicita’ individuale. “Da solo non ti salvi”, e’ stato scritto di recente. Altrimenti l’estetica della violenza – il cui lessico ridicolo, stanco ed anacronistico ha di nuovo fatto capolino fra le pagine dei giornali - ed il polo opposto ma speculare di una disperazione solo individuale, prenderenno per sempre il sopravvento. Il vero (banalissimo) discrimine, nell’Italia di oggi,  e’ fra chi vuole cambiare le cose e far star meglio le persone e chi e’ interessato ad altro: conservazione, simulazioni rivoluzionarie, prigrizia intellettuale. Due questioni per un movimento pragmatico son

L’Italia ha cessato di essere una democrazia liberale, anche perche’ di interlocutori non se ne vedono in giro. Con chi parliamo? Con chi possono avere l’ambizione di interloquire gli studenti ed i ricercatori? Con nessuno, prima di tutto perche’ il potere non parla con nessuno. Ma anche perche’ non avrebbe nemmeno le competenze per farlo. Quello di non avere piu’ interlocutori e’ un vero e proprio dramma, che conferma il senso di disperazione che mette in tensione una parte consistente della nostra generazione. Ed e’ il primo dilemma sul quale vorremmo si aprisse una conversazione tra di noi, qui in rete.

Se il pragmatismo deve animarci, su cosa – concretamente – si deve reggere? Negli ultimi anni, tutto e’ stato sperimentato. Dalle lezioni in piazza ai campeggi sui tetti, dagli uomini libro alle campagne virali.  Modalita’ d’azione inventive che pero’ di risultati non ne producono (anche perche’ di interlocutori non se ne vedono). Ed allora la frustrazione cresce. Quello di quali modalita’ d’azioni occorreescogitare ed  impiegare per costruire azioni colletive che siano pragmatiche e capaci di produrre risultati e’ il secondo dilemma sul quale vorremmo si aprisse una conversazione tra di noi, qui in rete.


Commenti: (4)

 

  1. Cristian scrive:

    Non ci sono interlocutori perchè essere interlocutori è faticoso, e poiché neanche paga, visto che pare che il nostro futuro sia “un uomo solo al comando”, non vedo motivi per cui il governo debba intraprendere un percorso di mediazione che, al governo stesso, non porterebbe nulla.
    Scendessero in piazza anche 3 milioni di persone il governo penserebbe ai 57 milioni rimasti a casa che non vogliono scendere in piazza, non vogliono mediare soluzioni, non vogliono faticare, e sono contenti se “non bisogna più pensare, pensa tutto il marajà”.

    L’interlocutore ci sarebbe pure, semplicemente ci ignora, visto che per lui è la soluzione contemporaneamente più facile e più redditizia.
    Bisognerebbe pensare secondo me al senso di certi tipi di mobilitazione che qui ed ora, ormai, lasciano il tempo che trovano.

  2. roberta scrive:

    …cercherò di essere più chiara possibile per evitare incomprensioni. il tema è difficile e non sono così sicura di saperne parlare scrivendo.
    non ho intenzione di entrare fra i giudici della piazza del 14. preferisco tenermi fuori dalle chiacchiere su “gli errori della violenza”, o dai paragoni con gli anni settanta, nè mi interessa attaccarmi alle parole di Saviano o quel vomito disgustoso che trova sempre spazio in tv e sui giornali generato da Gasparri o La Russa o Maroni e via dicendo.

    Da poco mi sono interessata agli scritti e alla persona di Antonio Negri. personaggio più o meno simpatico non importa.
    In uno dei suoi libri parla dei NOMADI, non la popolazione rom quanto la generazione compresa tra i 16 e i 35 anni circa (è di qualche tempo fa questo libro ma sono convinta sia ancora attuale), la quale non riconosce più tutte quelle figure istituzionali che fanno parte del nostro territorio, stato, mondo, nè le sue regole.
    Questi ragazzi (di cui in tutta sincerità credo di farne parte anche io) si riconoscono tra loro, hanno in comune altre regole (come l’ecologia, l’acqua, la multiculturalità…) e altre abitudini (l’uso dei mezzi o della bicicletta eliminando quasi completamente l’auto, il riciclo, diversi luoghi di incontro..). creando una sorta di rete tra loro. le “discussioni” parlamentari (o ciò che dovrebbero essere) o le questioni del piccolo territorio non interessano più di tanto poichè lontane dalle priorità di questa generazione nomade.

    In tutta sincerità ammetto che negri ne fa una descrizione molto più ampia e chiarisce più aspetti, io ho tagliato corto.
    Tutta la pappardella sopra per dire in sostanza quanto segue: se io (studente, lavoratore, precario, disoccupato, free lance o dipendente che sia) non credo che il dibattito parlamentare si stia occupando di cose che realmente importano ad uno stato e se il livello del dibatto non è lo stesso della gente (senti cose molto più interessanti sul caso englaro al bar che in televisione da parte di onorevoli e ministri) allora i miei rappresentanti non mi rappresentano. ma attenzione! non è una questione di partiti. il qualunquismo è ovunque e la loro preparazione su temi come l’etica è sempre più bassa.
    e dunque?
    dunque non ho interesse a interloquire perchè parliamo diverso.
    dunque è più proficuo cambiare le mie abitudini (non prendo più la busta di plastica al supermercato ma me la porto da casa) che aspettare una legge.

    ma le emozioni negative dovute a fallimenti in ambito lavorativo, ad esempio, rimangono, crescono e la colpa ricade sul governo.

    i nuovi metodi d’azione dimostrano quanto la nostra generazione sia cambiata, sia nuova, sia ricca. è evidente che c’è una qualche egemonia culturale che va da torino a palermo. e questo bisogna saperlo leggere, saperlo analizzare, senza mai dimenticare che anche noi siamo figli di questa nuova egemonia. che non troviamo grandi risposte negli uomini di oggi e continuamente proponiamo frasi passate, di rivoluzionari, filosofi, politologi, scienziati. è questa la novità. questa è la grandezza e la forza di questo movimento, se vogliamo chiamarlo così. e i vecchi non ci capiscono. la vecchia che va al mercato ed è indispettita dal caos e forse anche un po’ spaventata da ragazzotti alti che urlano slogan per l’università pubblica va capita, presa sotto braccio e le va spiegato che cazzo ci facciamo lì.

    e non perdiamo tempo a puntare il dito contro la piazza del 14, c’è qualcosa di più grosso in ballo, stiamo dando un carattere ad una generazione che non ha personalità perchè destrutturata dal lavoro e dai rapporti flessibili. io credo sia questo uno degli obiettivi, un po’ celato ma a parer mio fondamentale.

    chissà se sono stata chiara….

  3. tommaso scrive:

    La politica è l’arte di impedire alla gente di inpicciarsi di quello che la riguarda.
    Paul Valery

  4. Daniele Di Nunzio scrive:

    La manifestazione di ieri – 22 Dicembre – ha dimostrato una cosa: gli studenti non vogliono parlare solo al Parlamento ma a tutta la società.

    I loro interlocutori principali sono, semplicemente, le persone. Vogliono parlare a qelli che, come loro, condividono il dramma della crisi e l’impossibilità di riprendere il controllo sulla propria vita, di avere voce su un progetto per il nostro Paese.
    E’ questo ciò che fanno i giovani in tutta Europa con le loro manifestazioni: parlano ai giovani di tutta Europa e alle persona di tutta Europa, prima ancora che alle istituzioni.

    Forse, invece che “supportarli”, “proteggerli” o fare i “finti fratelli grandi che hanno già capito tutto” stile saviano (per cui ho enorme ammirazione, sia chiaro), i giovani sarebbe opportuno ascoltarli, sentire le “visione” che hanno del presente e del futuro, per uscire dalla crisi.
    Quelli con i quali mi è capitato di parlare, sentono di stare cento anni avanti rispetto alla visione del mondo delle istituzioni tradizionali e cento anni indietro dal punto di vista delle condizioni sociali.
    Ecco, per me la questione centrale è come ridurre la distanza tra la visione del mondo dei giovani e loro condizione reale di vita. Bisogna dare loro il diritto di “voice” sul progetto collettivo, che è stato costruito da altri sul loro futuro. Così come è stato fatto per tutti i soggetti che pagano il costo più elevato della crisi.

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