Il futuro altrove: tre italiani nella Silicon Valley. Il caso Mashape.
Per capire dove va il mondo, mentre il nostro Paese resta fermo, abbiamo intervistato Marco Palladino (22 anni) e Michele Zonca (28 anni), con il contributo di Augusto Marietti (22 anni): tre italiani che hanno dovuto cercare i finanziamenti nella Silicon Valley per realizzare il loro progetto e costruire Mashape.
Per la precisione, Mashape è un aggregatore di applicazioni che si propone come una specie di “Wikipedia” per la creazione dei software, in altre parole è un servizio utile per gli sviluppatori informatici che possono creare delle nuove applicazioni web come fossero dei puzzle da comporre.
Questa azienda è nata grazie alle capacità di tre italiani e all’intuito di tre investitori americani e ci interessa perché getta luce sulle carenze del nostro Paese per i giovani e per le aziende, sull’arretratezza del nostro modello di sviluppo e sulla necessità di costruire un nuovo rapporto tra le persone, i progetti e i capitali.
Com’è nata la vostra azienda?
Il progetto di Mashape nasce un anno e mezzo fa. Dopo avere tribolato su e giù per l’Italia, per parlare con i pochi che avrebbero potuto finanziarlo, abbiamo deciso di non volere più perdere tempo qui e di provare negli Stati Uniti dove, difatti, abbiamo trovato tre investitori che prima lavoravano per YouTube. Solo successivamente, tornati in Italia, siamo riusciti a trovare un investitore italiano, un caso davvero raro, perché è una persona di estrema apertura mentale che è difficile trovare nel nostro Paese. Ora stiamo andando avanti e ci prepariamo a un “round” di investimento successivo per la fine del prossimo anno.
Come avete trovato i vostri investitori? Siete stati accompagnati e supportati nella ricerca degli investimenti o avete agito individualmente?
Già prima di questo progetto eravamo andati a vedere come era l’ambiente della Silicon Valley: abbiamo fatto diversi viaggi negli Stati Uniti, per costruire un network di relazioni da sfruttare. Eravamo curiosi di capire come lavoravano le persone che, per il nostro mestiere e non solo, stavano davvero cambiando il mondo. Ci ha spinto anche la curiosità.
Chi sono i vostri investitori?
I nostri investitori sono tre lavoratori che hanno deciso di lasciare YouTube per mettersi insieme e iniziare a fare una serie di investimenti in diverse società. Il loro obiettivo è quello di lavorare insieme e di operare come un team, come fossero un “incubatore”, dove ognuno ha delle competenze specifiche: ci sono un economista, che si occupa degli aspetti di marketing, un ingegnere, che si occupa degli aspetti tecnici, un avvocato, che si occupa degli aspetti legali.
Come sappiamo, la “vision” dell’investitore è tanto importante quanto i soldi che ha. Spesso in Italia non ci sono le competenze per comprendere il prodotto e lo scenario in cui è collocato, dunque non si riesce a valutare il margine reale di successo di un progetto e non si è risposti a rischiare, soprattutto in settori come questo nel quale bisogna essere veloci nelle operazioni. Nel concreto, come sono stati i rapporti con queste persone? Quali sono stati i criteri e le modalità di valutazione?
Noi avevamo un’idea e abbiamo lavorato per fare vedere che eravamo in grado di realizzarla, visto che il prodotto lo abbiamo presentato già in parte realizzato. Gli investitori provenivano da YouTube, erano tutte persone esperte. È vero che ci hanno dato il finanziamento in soli 14 giorni ma è anche vero che in quelle due settimane abbiamo fatto cinque incontri con gli investitori, per fargli vedere come stavamo lavorando e dove volevamo andare. Non ci hanno chiesto “quanto pensate di guadagnare con questo progetto”, hanno valutato di più il progetto stesso e il modo con il quale noi ragionavamo per poterlo sviluppare.
Negli Stati Uniti nessuno ti chiederà mai un “business plan” mentre in Italia è la prima cosa.. anche se tutti sanno che sono numeri inventati perché è impossibile davvero prevedere con esattezza il potenziale economico di un prodotto in questo settore. Così, in Italia ti fanno perdere tempo nella fase di start-up [l’operazione di avvio di un’impresa, ndr]. Le valutazioni, poi, sono sempre basse. Il nostro è ormai un mercato globale e non si può competere con dei concorrenti che fanno prima e che, dal primo giorno, valgono dieci volte più di te.
Effettivamente, lo sviluppo della tecnologia web e dei prodotti che ne derivano procede in maniera veloce ed esponenziale. Il mercato è alimentato da un flusso continuo di intuizioni, di conoscenze e di progetti, che scorre veloce e nel quale è necessario inserirsi in maniera consapevole e rapida. Come sappiamo, il rischio è che se perdi tempo sul tuo progetto questo potrà essere sviluppato da altri in un altro Paese, che stanno lavorando contemporaneamente sullo stesso tema.
Infatti, gli investitori all’estero hanno una cultura del lavoro su questi temi, per la maggior parte sono persone che hanno esperienza di lavoro nel settore del web. Sanno che i tempi in questo settore sono stretti e che dunque devi valutare e, nel caso, finanziare in fretta. Al contrario, la maggior parte degli investitori italiani proviene dall’esperienza nelle banche, si confrontano con un mercato più statico, usano metodi lenti e tradizionali di valutazione, per cui perdono molto tempo. Non si accorgono del pericolo che, ad esempio, qui e in Giappone stiamo facendo la stessa cosa e se perdi tempo perdi il vantaggio competitivo.
Quale è lo spirito dei capitalisti della Silicon Valley? È interessante capire le competenze che hanno e i loro obiettivi come venture capitalists. Abbiamo visto che hanno un’esperienza nel campo e sembra che, oltre a volere fare dei soldi, anche loro abbiano un progetto personale, la propria impresa da realizzare.
Sicuramente gli investitori lo fanno per i soldi ma anche per passione. Nel momento in cui capiscono il progetto, nel momento in cui si convincono che l’idea è valida e gli piace, è andata. Si lasciano prendere dall’entusiasmo e dall’energia del team. Così sono disposti a investire e a fare parte dell’avventura. Negli Stati Uniti c’è un principio molto semplice: se tu hai un’idea brillante, che vale, tutto quello che ti serve arriva. In generale, a San Francisco, quando parli a qualcuno del tuo progetto c’è la modalità di lasciarsi prendere dall’entusiasmo, ci si confronta, si scambiano dei consigli. C’è una forte energia e si hanno molti stimoli nelle fasi di start-up. C’è un ambiente positivo e propositivo: è l’ambiente ideale per avviare un’azienda. Sin da subito, anche gli eventuali investitori ti orientano sul prodotto migliore possibile, secondo le loro conoscenze, il loro intuito, la loro passione.
Dal punto di vista tecnico ed economico, come è avvenuto il finanziamento?
Nella fase di start up ci sono più fasi, di investimento. La primissima fase, detta “seed”, è quella in cui lanci il prodotto, che è quella in cui siamo noi. Quando si cresce e ci si deve imporre nel mercato si prende un altro investimento, detto “round A”, che prevediamo per la fine di quest’anno, a cui possono seguirne altri.
Negli Stati Uniti si usano le “convertible notes” [i prestiti alle società da parte dei finanziatori che possono essere trasformate in azioni, ndr], che evitano di dare all’inizio una valutazione alla società, che potrebbe essere o troppo alta o troppo bassa. In Italia invece si preferisce dare subito una valutazione alla società, che può rivelarsi sbagliata. Gli investitori erano tutti lavoratori di YouTube, con moltissima esperienza nell’azienda. Loro ci hanno dato dei consigli e anche ci hanno aperto il loro network di investitori, che è molto importante. Anche questo manca in Italia, potere accedere a una rete di investitori è un fattore importante soprattutto per prendere i successivi round di finanziamento. In Italia, al contrario, si procede per aumento di capitali cercando anche dei finanziatori esteri che non arrivano mai, perché le modalità di definizione del primo investimento erano errate e nessuno se la sente di coinvolgersi.
La connessione tra le persone, i progetti e i capitali mi sembra un elemento decisivo sul quale cresce la Silicon Valley. Precisamente, perché siete andati negli Stati Uniti, cosa manca all’Italia?
In Italia mancano molte cose. Per il nostro settore in particolare, manca un vero e proprio “ecosistema”. Negli Stati Uniti, c’è un network di assoluto valore: ci sono appunto le persone, i progetti, i capitali. Questo insieme di fattori permette che nascano delle società come Facebook, Apple, Google. Senza dovere per forza arrivare nella Silicon Valley, già in Francia le cose vanno molto meglio. Forse in Italia non c’è una cultura in questo senso e, di conseguenza, non c’è chi è disposto ad investire.
In Italia il network tra chi propone i progetti e chi investe deve essere sviluppato, ci devono essere più opportunità per scambiare idee e ragionare sul modo di realizzarle. Nemmeno gli investitori si conoscono tra di loro per riuscire a fare rete. Poi, mancano i capitali e i venture capitalists [il venture capital è l’apporto di capitale di rischio da parte di un investitore per finanziare l'avvio o la crescita di un'attività in settori ad elevato potenziale di sviluppo, ndr] perché il mercato italiano IT non è così redditizio come altri, sia dal punto di vista della borsa che della presenza di grandi aziende, per cui non si possono fare acquisizioni che avvantaggiano sia le aziende grandi che quelle piccole. Bisogna rafforzare il mercato nazionale e proiettarsi nel mercato internazionale.
Bisogna anche cambiare la società. Dare modo alla popolazione e alle aziende di utilizzare i prodotti. Più in generale, il nostro Paese è indietro su molti fronti, basta pensare che metà della popolazione non ha accesso a internet.
Rispetto al mercato nazionale, lo sviluppo dell’innovazione nelle aziende (nell’industria, nei servizi, nella pubblica amministrazione) può contribuire allo sviluppo del settore IT. Quale è la vostra impressione sul grado di innovazione delle aziende italiane?
Noi abbiamo anche fatto i consulenti per diverse aziende e abbiamo capito che in Italia sono arretratissime dal punto di vista della tecnologia utilizzata e hanno uno scarso interesse per l’innovazione.
Stiamo indietro anche dal punto di vista della partecipazione dei lavoratori e bisognerebbe lasciare più spazio all’innovazione da parte dei dipendenti.
Certo, si sente sempre più parlare di start-up, di venture capital, sta nascendo la consapevolezza di cosa significa investire in un progetto. È un processo lungo e, forse, “i casi di successo” possono funzionare da stimolo.
In cosa è diverso essere giovani in Italia e esserlo negli Stati Uniti?
C’è un fatto culturale, oltre alle opportunità che, come abbiamo detto, sono diverse. Il nostro è un Paese vecchio sotto molti punti di vista e anche verso i giovani c’è poca fiducia. Una cosa che abbiamo scoperto è che gli investitori avevano poca fiducia in noi per la nostra età. Bisogna investire nei giovani, perché hanno quelle idee innovative che possono fare la differenza.
Vi è dispiaciuto non essere riusciti ad avere il finanziamento in Italia?
È giusto andare dove ci sono le maggiori opportunità di creare qualcosa che possa essere di impatto e in Italia, in questo settore, tutte queste opportunità non ci sono. Può dispiacere, ma si tratta di creare valore e bisogna mettere da parte i sentimentalismi e andare dove è necessario. Comunque, queste esperienze ti permettono di avere un confronto internazionale, di aprire la tua mentalità, di crescere come persona.
Quale è la differenza tra la cultura italiana e quella degli Stati Uniti, che avete avvertito nel confronto con i ragazzi della vostra età?
Molta differenza sta nel sistema educativo. Durante il percorso universitario in Italia si passano dei messaggi sbagliati: che solo pochi ce la fanno, che se non sei raccomandato non puoi fare nulla. Una persona arriva a 24 anni ed è completamente demoralizzata. Negli Stati Uniti il messaggio è un altro: che tu puoi farcela, tu puoi cambiare il mondo, se ti serve qualcosa ci sono persone disposte ad aiutarti. Così, può succedere che arrivi al secondo anno di Università e molli tutto perché vai a fondare una società, magari con l’aiuto dei professori.
Come vedete l’Italia del futuro?
L’Italia non può diventare la Silicon Valley, ma può crescere molto, può cambiare. Ci sono tante persone che valgono. Anche noi non escludiamo di tornare in Italia.
Cosa consigliate a un giovane italiano?
Di rischiare e di buttarsi in quello che gli piace. Se per stare meglio deve partire va bene, ma deve farlo con una forte spinta a realizzare il proprio progetto, anche di vita. Bisogna credere in noi stessi e fare quello che siamo, senza rimpianti.
Che ci fate con tutto quello che guadagnate?
Lo investiamo nell’azienda.
Quindi niente barche, ville e festini..
No.
Riferimenti:
Mashape: www.mashape.com
Prima di partire, Augusto ha scritto una “Lettera aperta all’Italia, investitori e startup” che inizia con: Dove credete di andare, avete solo 19 anni e siete in Italia”: http://blog.tagliaerbe.com/2010/09/startup-investitori-italia.html
Intervista di: Daniele Di Nunzio – Ricercatore IRES
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