La scuola è un NonLuogo
Una scuola che agisca “come scuola”
La riforma della scuola italiana manca di una teoria antropologica che la sostenga.
E’ necessario, invece, che si parta dalla consapevolezza del ruolo che ha la formazione nella società e dalle sue mutate caratteristiche, per proporre un cambiamento che consenta alla società civile di trovare, nel sistema formativo, una risposta ai suoi bisogni. La scuola è il luogo nel quale si trasmettono e si sperimentano i valori collettivi, in un dialogo costante tra le generazioni, con l’intento di favorire la crescita di “soggetti sociali”: individui che non solo rispettano le regole del vivere comune, ma contribuiscono a far crescere e realizzare, una società diversa, più giusta. Una scuola che lavori “sul campo”, non in solitudine, ma all’interno di un significativo tessuto di relazioni locali e nazionali, dove sia possibile dare vita a reali processi di trasformazione dei territori e delle vite delle persone che li abitano.
Un “sistema”, insomma: il “sistema-scuola”. Che non si avvalga solo del sacrificio personale di individui isolati, ma istituisca una “rete” di energie e risorse che sia punto di riferimento per costruire processi di crescita, personale e culturale, seri e duraturi.
La mia esperienza “sul campo”
M ha 14 anni e frequenta la terza media di una scuola nel cuore di Roma. In un quartiere elegante, abitato prevalentemente da persone anziane aiutate da uomini e donne filippine, al loro servizio. M è filippino. Parla bene l’italiano; non ha voglia di studiare; è stato bocciato in seconda media. E’ bello, intelligente, atletico, socievole e ha un futuro brillante, come ristoratore, nel suo paese d’origine dove tornerà, conclusa la scuola dell’obbligo. M è il capo di una delle cellule che compongono la banda del quartiere. La banda è capeggiata da un gruppo di ragazzi “grandi”, dei paesi dell’est. Si occupano di piccole rapine e spaccio di stupefacenti. I ruoli di responsabilità sono gerarchicamente distribuiti sulla base della forza fisica. A scuola, i più sono informati, pochi ne fanno parte, nessuno sembra particolarmente preoccupato. Io sono preoccupata, invece, soprattutto quando M è assente per più di una giornata. Chiedo informazioni ai compagni e ai colleghi. Nessuno sa niente. Torna con un braccio fasciato. Si tratta di una ferita lieve, riportata dopo un combattimento, con un avversario più grande di lui. Ha in mente una scalata alla banda: vuole un ruolo di responsabilità, più soldi e il rispetto dei compagni. Accenna ad una prova in cui si rischia la vita. Sono stupita, perché me ne parla. Ne parla a me che sono poco più che un’estranea. Non lo conosco. Non conosco la sua famiglia, la sua scuola e il suo quartiere. Insegno lì da poco e non so quanto rimarrò. Mi muovo alla cieca, in un contesto estraneo. Propongo vie di fuga impercorribili; mi rivolgo a degli estranei che sono i miei colleghi, nelle mie stesse condizioni: spaesati, male informati, precari di passaggio. Convoco la madre, che non capisce e non parla bene l’italiano. Piange: pensa che M non studi o si comporti male e lei non può seguirlo perché ha altre due figlie. Lui sa che il mio intervento è inutile: me l’ha ripetuto mille volte. Non può uscirne e vuole rispetto per sé e per le sorelline. In Italia funziona così, per gli stranieri. Non puoi rimanere solo, devi entrare in un gruppo. Se sei solo, vieni picchiato, deriso e derubato. Il gruppo ti protegge, invece, dalle violenze che perpetra. Cerco di spiegare alla madre il motivo della convocazione; a questo punto, dovrei fare ricorso alle sfumature di significato della mia lingua, per allertarla senza farle venire un colpo. Perché l’argomento è serio ma non so quanto di ciò che M mi ha raccontato corrisponda al vero o sia frutto dell’immaginazione di un ragazzo galvanizzato, ansioso di dimostrare la sua superiorità fisica, orgoglioso perché investito della responsabilità di guidare un gruppo e procurare rispetto e protezione per le sorelline. Vorrei comunicare correttamente ma non posso, perché lei non capisce e devo fare in fretta. Ho lasciato la classe “scoperta” e non c’è nessuno che la controlli. Le chiedo se conosce gli amici del figlio, se è sicura che siano bravi ragazzi. Ma lei che ne sa? Deve controllarlo, capire con chi esce e dove va. Ma lei come fa? E io come faccio? Mi chiamano: devo tornare in classe. Lui e la mamma rimangono con la vicepreside. Risolve lei la faccenda. Alla fine dell’anno, la III A è tutta licenziata. Anche M, che non ha detto una parola agli esami, ma i suoi insegnanti avrebbero fatto di tutto, pur di allontanarlo dalla scuola. Suona strano: pur di allontanarlo dalla scuola. Perché, parliamoci chiaro, la scuola non lo avrebbe salvato. E il rischio di contagiare altri, in questo gioco folle e pericoloso, era reale. Andare via dall’Italia: questo ha salvato M.
A che serve la scuola, se la scuola è un NonLuogo?
La scuola non serve a togliere i ragazzini dalla strada e a prospettare loro un’alternativa alla criminalità e alla violenza.
La scuola non è un luogo accogliente, dove il sapere si costruisce insieme e il cittadino cresce, giorno per giorno.
La scuola non è il luogo dove l’insegnante e gli alunni strutturano un rapporto di conoscenza e fiducia reciproca, collaborando con le famiglie, operando nel e sul territorio.
La scuola non è un luogo familiare, dove si impari a convivere e a condividere.
Non è un luogo di legalità. Non è un luogo di comunicazione. Non è un luogo piacevole.
Semplicemente, la scuola non è un luogo.
Questo significa, che la riforma della scuola non è supportata da un progetto e da un obiettivo.
Questo accade, quando la riforma è svincolata da una riflessione antropologica e sociologica.
Questo vuol dire, sottrarre risorse umane ed economiche, precarizzare gli insegnanti e il personale scolastico. Farne individui isolati e sconosciuti, astratti dal contesto, che in fretta agiscono e in fretta se ne vanno in una scuola che non è mia ne’ loro, che non è più di nessuno.
Una scuola che è un Nonluogo.
Valentina Patacchiola, nata a Roma nel 1977, insegnante di lettere; antropologa con la passione per le arti performative.

