Teoria del gelato: serve una laurea per fare l’artigiano

Il gelato è decisamente fuori stagione, ma c’è una storia che vale la pena di essere raccontata: quella di “Grom”.

I fondatori sono due giovani piemontesi: Guido Martinetti e Federico Grom. Uno è analista finanziario, l’altro un enologo, laureato in agraria.

Martinetti ha un destino già segnato: occuparsi delle vigne di papà e della cantina di famiglia. Grom invece studia alla Bocconi. Quando si incontrano, nasce un progetto di impresa che in pochi anni (dal 2003) li porterà a New York, Parigi e Tokyo: fare del gelato buono, di alta qualità, con aspirazioni di sostenibilità e tutela dell’ambiente, uguale in tutto il mondo.

Grom ha causato una specie di rivoluzione a Torino, mandando in difficoltà gelaterie rinomate e un po’ polverose, che hanno dovuto rilanciare marchio e negozi per resistere alla concorrenza. Questa esperienza è solo un esempio nell’universo di recenti avventure imprenditoriali, messe in campo da una nuova generazione, che sembra capace di coniugare le tradizioni, il territorio, la globalizzazione e la qualità.

Studiare di meno, paga di più?

Si può partire da questa storia per una riflessione alla luce dei dati estremamente preoccupanti sulla disoccupazione giovanile: non solo oltre un giovane su quattro è senza lavoro, non solo i giovani sono quelli che pagano più di tutti la crisi economica; la mazzata finale l’ha data una ricerca di Datagiovani, su elaborazioni Istat, dimostrando che in 8 regioni il diploma batte la laurea come capacità di garantire una successiva occupazione.

Il Ministro della Gioventù Meloni, di fronte a questi dati, ha commentato: “Per i lavori artigiani non serve certo la laurea”. Altri esponenti del mondo economico e politico hanno incolpato la mancanza di raccordo tra domanda e offerta, cioè tra lavoro e istruzione.

E’ indubbio che nel nostro Paese manchi quasi del tutto l’orientamento alle scelte per gli studenti. Al termine delle scuole medie inferiori, si viene ancora indirizzati al liceo o al tecnico-professionale sulla base dei risultati scolastici. Nelle scuole superiori si esaurisce tutto con qualche incontro-spot con rappresentanti dei vari atenei e qualche test a risposta chiusa. Nell’università gli studenti, incanalati ormai in un’istruzione con scarsa possibilità di scelta, sono di fatto abbandonati a se stessi e ai propri dubbi. E’ altresì vero che un’istruzione pubblica definanziata, una formazione professionale incapace di “fare sistema”, istituti tecnici e professionali trattati come scuole di serie “c” rendono difficile creare le giuste connessioni con il mondo del lavoro.

Eppure di fronte ai dati catastrofici sull’occupazione giovanile sembra che qualcos’altro manchi al nostro Paese, qualcosa di strutturale, che poco o nulla ha a che fare con problemi organizzativi o didattici. E che forse trova una buona spiegazione nell’orientamento politico che finora ha prevalso e cioè, appunto, che per l’impresa privata, soprattutto per le piccole produzioni e l’artigianato, non servano alte qualifiche. Un orientamento che si rispecchia nel tipo di domanda delle imprese italiane.

Teoria del gelato

Se guardiamo alla storiella di Grom, balzano agli occhi alcune considerazioni che possono essere generalizzabili: l’innovazione non viene fuor dal cappello, ma da alte formazioni e alte qualifiche; l’innovazione può andare di pari passo con l’artigianato, o almeno con settori imprenditoriali che hanno un legame forte con territorio e tradizione; l’innovazione deriva sì da competenze specifiche, ma soprattutto da un’attenzione generale, potremmo dire “culturale”, alla direzione in cui marcia il mondo e il gusto della gente, cioè la domanda.

Probabilmente esistono fattori, nell’esperienza della gelateria torinese, che non sono invece generalizzabili: condizioni di partenza (disponibilità di capitali, opportunità di accedere alla formazione di eccellenza) riferibili ai due protagonisti, da cui invece milioni di giovani italiani sono irrimediabilmente esclusi.

Se le premesse sono giuste, allora emergono altre domande su cui sarebbe interessante disporre di approfondimenti analitici a partire dalla ricerca Datagiovani.

Domande

Da cosa dipende effettivamente la perdita progressiva di valore della laurea?

Probabilmente non basta rispondere dal punto di vista della domanda delle imprese, ma bisogna guardare anche ad elementi riferibili all’offerta, cioè la percezione della perdita di valore dello studio nei giovani e nelle famiglie italiane, grazie ad anni di scelte politiche distruttive nei confronti dell’istruzione.

Tra i molti diplomati che trovano lavoro, infatti, bisognerebbe cercare quanti hanno iniziato l’università e poi hanno interrotto gli studi e quanti non hanno mai iniziato. Si è trattato di libere scelte, fondate su una opportunità di accesso immediato al lavoro, oppure di scelte obbligate, condizionate da mille difficoltà sociali ed economiche, o da una rinuncia preventiva, fondata sulla scarsa fiducia verso l’istruzione?

Dal lato della domanda, poi: è vero che i laureati non rispondono alle esigenze delle imprese per carenze nell’istruzione universitaria? Possibile che ci si limiti a questo, o piuttosto i laureati costituiscono un problema in sé, rispetto ai diplomati, per il tipo di domanda delle imprese italiane?

Se questi interrogativi hanno un senso, occorrerebbe affrontare quei problemi strutturali di cui sopra: ricominciare, tra imprese presenti in Italia, governo e parti sociali, un lavoro di programmazione sulle linee di indirizzo dello sviluppo. Per avere un più alto numero di imprese che, facendo innovazione, hanno bisogno di dipendenti altamente qualificati per concorrere sul mercato sulla base delle idee e conoscenze impiegate nella produzione. E magari per procedere a una serie di riforme che puntino al raccordo tra scuole, università e mondo del lavoro all’interno di un disegno complessivo, evitando provvedimenti scollegati tra loro che non potranno cambiare in profondità né la domanda, né la preparazione degli studenti, né tanto meno la possibilità che le due prima o poi si incontrino.

Partendo sempre dal presupposto che oggi “imparare in fretta il mestiere” non è mai un bene, perché nel mondo che viviamo, guidato da un rapidissimo progresso tecnologico e da un altrettanto rapido avvicendarsi di cambiamenti, di imparare non si finisce mai. Figuriamoci se si può fare “in fretta”!

Riferimenti

Grom: http://www.grom.it/ita/



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