Valutare o fare classifiche? Come misurare la qualita’ della scuola.
Nei giorni scorsi è scaduto il termine (già prorogato), per le scuole, per aderire ai percorsi sperimentali di valutazione, avviati dal Ministero dell’Universita’ e della Ricerca.
La Ministra Gelmini qualche mese fa pomposamente annunciava ai media l’avvio di una rivoluzione copernicana nella scuola: finalmente più meritocrazia, più bravi docenti.
La storia è andata diversamente: poche scuole hanno ascoltato le sirene ministeriali, sostanzialmente un flop. Il motivo di questo rifiuto va ricercato sia nel metodo che nel merito delle proposte e soprattutto nel contesto in cui sono state proposte.
Il mondo della scuola è vessato negli ultimi due anni da presunte riforme che sono funzionali esclusivamente ad attuare il taglio epocale di oltre 130 000 posti di lavoro. Questo ha determinato un peggioramento complessivo delle condizioni di lavoro e della qualità della didattica. Inoltre se aggiungiamo i provvedimenti di Brunetta e la manovra di luglio che ha bloccato stipendi e scatti di anzianità, il quadro è completo. In tale contesto vengono proposti i due percorsi sperimentali, l’uno sulla valutazione individuale degli insegnanti basato essenzialmente sulla reputazione e sulle qualità desiderabili del docente e l’altro finalizzato alla valutazione di scuola sulla base degli esiti degli apprendimenti degli alunni (test Invalsi).
Senza entrare nel dettaglio dei singoli percorsi, vi sono alcune caratteristiche inaccettabili nella sperimentazione, che le rendono molto distanti dal mondo reale della scuola. In primo luogo fare una classifica – delle scuole così come dei docenti- migliori è un errore. Risponde all’idea di fondo che la concorrenza e la competizione favoriscano il miglioramento del sistema. E’ un’idea infondata , sbagliata e che non può funzionare in un contesto dove ad essere determinanti per l’efficacia del lavoro sono la collegialità, il lavoro di team. Inoltre le scuole e i docenti non hanno alcun ruolo nella definizione dei progetti. Infine i progetti toccano aspetti contrattuali (retribuzione, carriere) che sono competenza esclusiva della contrattazione.
La colpevole illusione delle classifiche
La finalità della valutazione nella scuola non può essere quella di stilare classifiche. La finalità deve essere la definizione e la messa in campo dei correttivi che consentano a quella singola scuola di modificare le strategie per il miglioramento della propria azione formativa. Inoltre sul piano generale deve consentire:
√ La verifica degli interventi dei decisori politici e istituzionali sul sistema educativo
√ Il “controllo” democratico delle politiche educative intraprese e la loro eventuale modifica.
Quindi più che di valutazione di scuola o di singoli insegnanti occorre parlare di valutazione del sistema scolastico nel suo complesso. E’ in una logica di rendicontazione sociale e come esercizio dell’etica della responsabilità che il sistema nel suo complesso e ciascuna istituzione scolastica nella sua specificità possano raffrontarsi con i livelli così definiti per acquisire consapevolezza dei propri limiti e dei punti di forza, per porre in essere gli interventi innovativi e/o correttivi necessari al miglioramento complessivo del sistema, per promuovere il successo scolastico e formativo nonché l’innalzamento dei livelli di apprendimento di tutta la popolazione scolastica, per incrementare il valore aggiunto di ogni istituto scolastico. In questo senso deve essere assicurato il coinvolgimento e la condivisione degli operatori. Se manca il riconoscimento del valore della valutazione, se manca il riconoscimento della affidabilità delle metodiche e degli strumenti attraverso cui la valutazione viene effettuata, se manca la fiducia negli esiti della valutazione, come si può pensare che quegli esiti vengano poi utilizzati dagli stessi insegnanti per porre in atto strategie di miglioramento del sistema? La partecipazione del corpo insegnante è necessaria per far funzionare qualsiasi sistema di valutazione, le riforme infatti devono camminare ed essere condivise con chi poi le deve materialmente attuare. Perciò, nel momento in cui si vuole avviare una valutazione di sistema, sarebbe opportuno e doveroso, come primo passo, far emergere, riconoscere e valorizzare le esperienze di autovalutazione e di rendicontazione che sono in atto in tante scuole italiane. In secondo luogo, andrebbe approntato un piano straordinario di formazione in servizio finalizzato a promuovere “la cultura della valutazione”, ad estendere la consapevolezza della necessità della rendicontazione, a chiarire i diversi livelli di responsabilità e i diversi soggetti coinvolti nella valutazione di sistema e, soprattutto, a rendere gli insegnanti partecipi di un processo. Infine, questo quadro non può reggere senza una cornice contrattuale adeguata. Infine la valutazione di sistema consente di responsabilizzare i decisori politici, li chiama a valutare l’effetto delle scelte di politica scolastica le quali concorrono a determinare che cosa si impara nelle scuole, le condizioni e la struttura del sistema, le risorse messe in campo. E’ la politica scolastica a disegnare lo sfondo e le condizioni all’interno delle quali gli insegnanti operano, trasmettendo e costruendo sapere e cultura.
E’ evidente che questo obiettivo necessita di risorse e soprattutto si deve strutturare in un contesto in cui si investe nella scuola, nell’istruzione in quanto bene comune e diritto indisponibile. La storia di questi ultimi anni ci narra invece di un progressivo depauperamento delle risorse, finalizzato ad un privatizzazione dell’istruzione e della formazione. Ribaltare questa impostazione portata avanti da un Governo sordo e poco lungimirante è e rimarrà sempre l’obiettivo prioritario di un sindacato confederale quale la FLC CGIL.
Foto da Internet.
Commenti: (2)


Capito qui per caso, ma non posso trattenermi dal commentare.
Avete degli argomenti concreti per sostenere che:
…l’idea di fondo che la concorrenza e la competizione favoriscano il miglioramento del sistema. E’ un’idea infondata , sbagliata e che non può funzionare in un contesto dove ad essere determinanti per l’efficacia del lavoro sono la collegialità, il lavoro di team….
oppure è una dichiarazione che secondo voi si dimostra da sola? In tutti i paesi civilizzati ci sono forme di valutazione dei lavoratori nelle scuole e nelle università. Si chiama valutazione del merito.
La verità è che gli insegnanti non vogliono essere valutati, in nessun modo. Perché una valutazione dei meriti e delle competenze comporterebbe conseguenze negative per molti. E coloro che invece potrebbero beneficiarne hanno paura di scontrarsi con i colleghi.
Caro Michele,
mi permetto di fornire argomenti concreti.
Sulle conseguenze negative di una valutazione esterna come classifica c’è una letteratura sconfinata, relativa proprio alcuni di quei paesi da lei definiti, giustamente, “civilizzati” (peraltro non è vero che in tutti i paesi civilizzati la valutazione dei docenti si basa sul rating).
Per quanto riguarda la valutazione dei docenti incentrata sul rating, per farla breve, le conseguenze più acclarate sono il “teaching to the test” (insegnamento come addestramento alla FORMA del test) e il “tunnel vision” (una didattica incentrata in maniera pressoché esclusiva sul CONTENUTO dei test). Le faccio notare che a uscire con le ossa rotte da questi fenomenti non sono i docenti ma gli alunni, che apprendono meno di quel che dovrebbero apprendere e lo fanno pure peggio: CONTENUTO e FORMA dei test vengono infatti ritenuti poveri e inadeguati a cogliere i frutti di un insegnamento profondo e ricco.
Tuttavia, credo che la valutazione esterna possa svolgere una funzione fondamentale SE inserita in un processo di autovalutazione di istituto. Credo anche che sia proprio su questo versante, però, che gli insegnanti evidenzino grosse carenze. In poche parole, io temo che il problema non sia legato al rifiuto di una valutazione che viene dall’alto, ma che riposi nell’incapacità della maggior parte dei docenti di gestire con i colleghi una forma di valutazione come riflessione onesta e informata (basata ANCHE sul confronto con parametri esterni) sul proprio lavoro.
Questa è un’occasione che stiamo perdendo.