Guarda al calcio e capirai l’Italia. La sindrome gerontocratica e’ finita perfino nel pallone.

Gli italiani – vox populi vox dei - sono un popolo di allenatori e di presidenti del consiglio. Da Nord a Sud, i bar e i luoghi di ritrovo più vari sono teatro di riflessioni e dibattiti più o meno elaborati, sull’andamento politico del governo, sulle mancanze dell’opposizione, sull’inadeguatezza o meno del Presidente del Consiglio o della classe politica in generale a ricoprire il ruolo assegnatole. Allo stesso tempo, e con forse maggior fervore e – lì sì – competenza, ci si confronta e si dibatte sulle prestazioni della propria squadra, dei propri avversari, dei singoli giocatori. Se da un lato le opinioni politiche sono spesso contrastanti e inconciliabili, sul piano calcistico tutti, al di là del proprio campanilismo, concordano su un dato incontrovertibile: il declino del calcio italiano, sia nelle competizioni europee che a livello mondiale, dopo le imbarazzanti sconfitte agli europei del 2008 e i mondiali del 2010.


Il calcio, cartina di tornasole dell’Italia

Non è solo il calcio in realtà a registrare la sua Caporetto. E’ il sistema paese che sta vivendo una delle sue stagioni peggiori, che non sembra riuscire a lasciarsi alle spalle. Questo perché, nel calcio come nel paese, non si identificano con chiarezza le cause del problema e non si interviene con determinazione per risolverlo. Eppure, a non voler o saper leggere le statistiche allarmanti che rimbalzano sui media riguardo lavoro, produttività e benessere generale del paese, basterebbe utilizzare il calcio italiano come cartina da tornasole per capire cosa succede e cosa, forse, sarebbe necessario fare.

I fatti sono impietosi: i fasti del calcio italiano in Europa devo essere ormai tristemente derubricati sotto la voce “passato”. Rimanendo nella stretta attualità, è opportuno ricordare la pessima figura della Roma contro un non certo blasonato Shakhtar Donetsk, o l’uscita di scena del Milan, prima in classifica da noi, ad opera del Tottenham. Sicuramente avversario di spessore, ma pur sempre squadra di media classifica nel campionato inglese. E per pietà di patria non ricordiamo la qualità del calcio giocato dalla nostra Nazionale agli Europei del 2008 e ai mondiali del 2010.


Sindrome gerontocratica perfino nel pallone

Lucescu, già allenatore di Pisa, Brescia e Inter e oggi alla guida della squadra ucraina dello Shakhtar, nel dopo partita con la Roma risponde ai cronisti che chiedevano una sua opinione riguardo la partita appena vinta evidenziando come la sua squadra fosse un gruppo giovane e fisicamente in forma. Magari ancora non espertissimo, ma determinato a vincere. La Roma, al netto dei problemi societari che sta attraversando, è invece una squadra più anziana. Così come lo è il Milan. Incalzato dai cronisti sul periodo nero del calcio italiano, Lucescu risponde lapitario: “le squadre italiane non investono sui giovani. Preferiscono comprare giocatori di ventotto, trenta, trentaquattro anni”. In generale la serie A è la Lega più vecchia d’Europa: 26,85 l’età media delle rose, 27,54 quella dei giocatori schierati in campo, secondo il rapporto annuale elaborato dall’Osservatorio dei giocatori di calcio professionisti e dal Centro internazionale di studi dello sport. E anche la nostra Nazionale è formata da “vecchietti”: ai Mondiali eravamo la quinta squadra più vecchia (con una media di 28,7 anni). La Germania la squadra più giovane (e la più multietnica, ma questa è un’altra storia), ed è arrivata terza, facendo un ottimo campionato del mondo. La Spagna, vincitrice di Europei e Mondiali, ha una rosa in media più giovane della nostra di 2 anni e mezzo. Che in uno sport che ha una carriera media di 18-20 anni a livello professionistico, non sono poi così pochi come sembrano.


Disimpantanare l’Italia: giovani e competenti

Fuor di metafora calcistica, l’Italia è un paese che fatica a riconoscere alle sue forze più giovani un ruolo e uno spazio di affermazione e costruzione della propria autonomia soggettiva. In un mercato del lavoro impantanato nell’ottusa rincorsa a un modello di flessibilità che si traduce in minor diritti, minore mobilità sociale, che favorisce le fughe individuali sulle scelte condivise e collettive, vi è una larga parte di lavoratori, per la stragrande maggioranza giovani, che si trova in una posizione di oggettivo svantaggio in termini di garanzie e diritti. Una porzione di mondo del lavoro e di società che si allarga sempre di più, che vede ridotte le speranze di affermazione della propria autonomia e della propria individualità soggettiva, schiacciata tra meccanismi di cooptazione e immobilità. Senza giustizia sociale, che significa valorizzazione del merito e delle competenze, rispetto delle regole e garanzia di trasparenza dei processi decisionali e politici, le nuove generazioni difficilmente riusciranno a conquistare quella libertà che invece gli dovrebbe essere riconosciuta. Ed è sempre lo sport a fornirci un esempio calzante di quanto detto finora, della scarsa considerazione riposta dal nostro paese nelle potenzialità e nelle competenze delle nuove generazioni.

Bogdan “Boscia” Tanjevic, direttore tecnico della Virtus Roma, al giornalista italiano che gli chiedeva di spiegare la scelta come nuovo allenatore di Saso Filipovski, a suo dire “un giovane di appena 36 anni“, risponde così: “Filipovski non è giovane, è preparato”. Con buona pace del giornalista di turno, il croato classe 1947 e leggenda vivente del basket europeo ci dimostra che competenza e giovane età non sono antitetiche. Mortificare le nuove generazioni, negare loro spazi e possibilità, significa rinunciare alla spinta verso l’innovazione e lo sviluppo, verso una salto culturale nel Terzo Millennio che in Italia non ancora si riesce a realizzare.

Commenti: (2)

 

  1. Azzurriamo scrive:

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  2. Sociologic@ scrive:

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