Riflessioni del dopo 9 Aprile. La precarietà: una definizione minima (per andare oltre l’antagonismo estremo ed il riformismo debole)

Nel dibattito comune così come in quello scientifico la precarietà esprime una varietà di significati da cui derivano differenti strategie di intervento. I vari discorsi sulla precarietà racchiudono l’indicazione di chi è l’individuo che la subisce così come le cause di questa condizione.

Questo è un contributo per una definizione minima di precarietà.




1. Cos’è la precarietà

I discorsi sulla precarietà tendono a considerare in maniera rilevante due aspetti che talvolta sono enfatizzati separatamente mentre altre volte sono trattati nella loro complessa articolazione: lo sfruttamento e la perdita del controllo.

  • Lo sfruttamento

La precarietà è una condizione di estrema subordinazione dell’individuo, generata dal ricatto occupazionale così come dall’abbassamento delle tutele e dei diritti, per cui egli vive un forte stato di sfruttamento. Lo sfruttamento è sia delle competenze (dunque cognitivo) sia delle energie fisiche e trova nel lavoro il contesto principale di attuazione (da sempre). Lo sfruttamento è dovuto all’accentuarsi nell’epoca contemporanea di specifiche forme di dominio sempre più pervasive, che da un lato rimandano a pratiche di dominazione diretta, dall’altro arrivano al disciplinamento più subdolo di chi interiorizza la subalternità, che si manifesta “nell’essere disposti a fare qualsiasi cosa”.  Quando si parla di sfruttamento si privilegia l’analisi del rapporto tra dominanti e sottomessi.

  • La perdita del controllo

La precarietà è anche un’insicurezza profonda vissuta dall’individuo, che non riesce a gestire con un discreto margine di autonomia la propria esistenza così come non riesce a governare le dinamiche della vita collettiva, per cui egli si sente in balia degli eventi. Questa perdita del controllo è provocata da una generale crisi della democrazia e della rappresentanza, determinata innanzitutto dalla separazione dell’economia dagli altri aspetti della vita collettiva, per cui la logica del mercato prevale sulle scelte politiche, sociali e culturali. Così, sempre di più, le decisioni corrispondono a interessi meramente economici di pochi e non ai bisogni politici, sociali e culturali dei tanti. Così, le reti di supporto tendono a slabbrarsi esponendo all’isolamento un numero crescente di persone mentre, contemporaneamente, le difese comunitarie e corporative si rafforzano. Questo comporta la diffusione di un senso di incertezza e di isolamento nella maggioranza della popolazione che pare caratterizzare l’epoca contemporanea. Questo si manifesta nelle “tante solitudini” denunciate, nella figura del precario come equilibrista pronto a precipitare nel vuoto del sistema, nella denuncia verso “i garantiti”. Quando si parla di inscurezza, si privilegia l’analisi del rapporto tra insiders e ousiders, sia in termini di protezione che di partecipazione (nelle reti di supporto, nelle decisioni, nelle sicurezze sociali, nella rappresentanza).

Questi due fattori si alimentano a vicenda e comportano la creazione di quella che, da più parti e in varie forme, è vissuta come precarietà.

Dunque, la precarietà è un termine con il quale si indica una diffusa forma di sfruttamento propria dell’epoca contemporanea, segnata da una perdita di controllo per l’individuo oltre che dal suo assoggettamento, con delle forme di dominazione e di esclusione.


2. Superare l’antagonismo estremo e il riformismo debole

Non è possibile risolvere la precarietà senza affrontare insieme sia le dinamiche dello sfruttamento che quelle della perdita del controllo, ossia risolvendo allo stesso tempo i conflitti tra dominanti-dominati e le dinamiche dell’inclusione ed esclusione.

  • Considerando lo sfruttamento siamo orientati a riflettere sul conflitto tra dominatori e oppressi, per comprendere tutte le forme e le modalità nelle quali ciascun individuo subisce un assoggettamento, per favorire la sua resistenza e la sua libera  affermazione.
  • Considerando la perdita del controllo siamo orientati a riflettere su come estendere le opportunità di “protezione” e di “auto-determinazione”, favorendo l’equità e la partecipazione.

Eppure, può accadere nel dibattito comune così come in quello scientifico, che questi due elementi siano gerarchizzati o addirittura separati, originando delle specifiche posizioni di intervento che vanno dall’antagonismo estremo (proprio di chi considera solo il rapporto tra dominanti e dominati) al riformismo debole (proprio di chi considera solo il rapporto tra esclusi e inclusi).

Ad esempio, l’antagonismo estremo tende a parlare in termini di rivolta dei precari.  Così, la crisi della democrazia  si riduce a una generica crisi del capitalismo: non basta rafforzare la partecipazione ed estendere le protezioni sociali ma bisogna creare un sistema alternativo, capace di affermare il “potere precario”.

D’altro canto, il riformismo debole tende a parlare in termini di incertezza – semplificando, alla Bauman – che pare caratterizzare tutti con vari gradi di intensità, così si riduce il conflitto a una generica necessità di inclusione nelle reti di supporto, per cui la democrazia tende a trascurare le dinamiche della negoziazione e dell’equilibrio dei rapporti di forza. Così, la questione  della democrazia si riduce essenzialmente nella questione del welfare state.


3. Contro la precarietà


Per affrontare con maggiore efficacia i vari ambiti della precarietà, sia nell’analisi che nella proposta, è opportuno considerare la presenza del conflitto così come la necessità dell’inclusione, contemporaneamente, nella loro articolazione.

Nell’ambito lavorativo, si parla spesso di “aumentare l’occupazione”  (principio di inclusione) senza preoccuparsi troppo delle condizioni nelle quali si andrà a lavorare (considerando il rapporto dominati-sfruttati). Alcuni invocano la necessità della “continuità del reddito” o dei “sussidi di disoccupazione”.. indispensabili, certo, ma quando non si accompagnano ad altri interventi caratterizzano la posizione tipica del riformismo debole della flexicurity, quella che si spinge in Europa. Perchè, appunto, va meglio ricordato che la libertà è quella di avere un lavoro ma anche quella di non essere sfruttati, di non stare male, di potere contrattare la propria condizione a testa alta, sia nell’accesso che dentro il posto di lavoro.

Dunque, è necessario migliorare le condizioni di lavoro e questo non può essere scisso da una maggiore democrazia nei processi di lavoro. È necessario aumentare il coinvolgimento dei lavoratori nei processi produttivi e questo va fatto sia considerando l’estensione della ripartizione degli utili (tutti produciamo e il guadagno extra lo dividiamo, propria del principio di inclusione), sia attraverso il rafforzamento della negoziazione, cercando di riequlibrare i rapporti di forza tra dominanti e sfruttati, affinché – a partire dai più deboli – aumentino le opportunità di informazione, consultazione e contrattazione (tutti porduciamo e allora tutti insieme ci informiano, parliamo, decidiamo). Da questa prospettiva, meglio si comprende anche il senso del più ampio dibattito sugli accordi Fiat, tra il coinvolgimento incentivato promosso dalla Cisl, per cui i lavoratore è partecipe sotto lo stimolo dei benefici che ottiene (principio di mera inclusione), e il coinvolgimento negoziato promosso dalla Cgil, per cui il lavoratore è partecipe sotto la volontà di affermare le proprie esigenze (strategia che coniuga il principio di liberazione con quello di inclusione).

Al tempo stesso, non è possibile parlare di “potere precario” (contro gli sfruttatori) o di “sciopero precario” senza comprendere la più ampia crisi della rappresentanza e della negoziazione (perdita del controllo) che investe tutti i lavoratori, tanto da spingerli a protestare sui tetti, sulle gru, su un’isola. È difatti sempre più urgente costruire delle nuove modalità di governo democratico nella complessa articolazione dei processi produttivi. Lo sfruttamento si risolve affrontando in profondità le questioni della crisi della rappresentanza, affermando più democrazia e più negoziazione  nel rapporto tra un’azienda e tutti i suoi lavoratori, tra un’azienda e le altre aziende lungo la filiera, tra un’azienda e un territorio, e così via (cfr. “Sconfiggere la precarietà solo con una bella legge: un’illusione. Le (molte) sfide da affrontare”, http://www.molecoleonline.it/2010/09/06/la-precarieta-e-una-palude-di-cui-si-parla-in-modo-paludoso-idee-per-uscirne/)

Ancora, se si parla di contratto nazionale per gli atipici (principio di inclusione) bisogna considerare i diversi gradi di sfruttamento che essi possono subire, e fare sì che i meccanismi di negoziazione nazionale e aziendale consentano un certo equilibrio delle forze nella contrattazione, altrimenti, i più deboli saranno sempre i più deboli, e non è detto nemmeno che avranno più soldi.

Questo approccio – capace di considerare sia il rapporto tra dominanti-dominati che quello tra inclusi-esclusi -  implica necessariamente il rifiuto di forti autonomie negoziali (di tipo corporativo, federale, ordinistico, territoriale, comunitario, e finanche de “i precari”, ecc.). Dunque, porta ad orientare l’azione verso un forte spirito confederale e universalista, come quello che segna la storia della Cgil, ossia verso la rappresentanza dell’intero mondo del lavoro e non dei suoi singoli segmenti. Le tendenze all’antagonismo, al corporativismo ma, anche, all’auto-organizzazione, rischiano di ridurre l’azione sindacale a un approccio di tipo federale, che è del tutto limitato per risolvere la precarietà. Serve un’azione sindacale capace di considerare le specificità delle diverse categorie professionali ma serve anche un’azione capace di superarle, per ricondurle a un percorso comune, verso degli obiettivi che riguardano il modello di sviluppo, le nuove forme di negoziazione, e così via. Nessuna presunzione di autonomia può farcela davanti alle grandi trasformazioni in atto. Solo con un approccio confederale, la questione dei precari diventa una questione di tutti i lavoratori. È necessario considerare che i diritti dei lavoratori stabili si tengono insieme a quelli dei precari, così come i diritti dei lavoratori concettuali si tengono con quelli di chi svolge mansioni più manuali, poiché tutti partecipano al medesimo processo produttivo, che sarà più o meno democratico, più o meno qualificato e così via.

Nell’ambito sociale, le dinamiche dello sfruttamento appaiano meno evidenti e da più parti si spinge verso il solo principio di inclusione: più ammortizzatori sociali, più opportunità abitative, più asili nido, più scuola pubblica, insomma, più estensione delle reti di supporto. Però, non è possibile parlare di “estendere gli ammortizzatori sociali” (dunque di estendere la rete degli inclusi) senza considerare le dinamiche che governano il rapporto tra dominanti-dominati, in particolare, rimanendo nell’ambito della questione welfare, attaccando i privilegi delle posizioni di rendita, affrontando lo sfruttamento nascosto dietro le esigenze abitative, contrastando l’evasione fiscale, ammettendo che c’è una distribuzione iniqua delle ricchezze che va risolta (cfr. Raitano M., Questione di classe, questioni di casta, http://www.molecoleonline.it/2010/04/12/1raitano-2/).

Più in generale, l’accettazione dell’esistenza del conflitto va di pari passo con la ricostruzione delle regole della democrazia, della rappresentanza, della negoziazione. Uno dei primi passi da fare è quello di ricostruire la filiera del controllo, dunque la filiera delle responsabilità, nell’ottica di rendere visibili i conflitti propri della società contemporanea e le diverse forme di esclusione. Questo è necessario per perseguire un progetto comune di vita collettiva – fatto di conflitti e di democrazia, che si tengono insieme - piuttosto che pensare che questo progetto non esiste (riformismo debole che punta solo alle tutele, poi gli individui se la cavano, come si vocifera in molti buoni circoli Liberal) o che c’è n’è uno alternativo (antagonismo estremo che punta alla rivoluzione, poi si riparte). Così, un obiettivo importante per l’affermazione della democrazia è quello di rafforzare ed estendere le opportunità di entrare alla pari nella negoziazione della propria condizione, e non semplicemente quello di entrare in un bacino di sicurezza general-generico, che comunque è giusto estendere.

Dunque la precarietà, intesa come sfruttamento e perdita del controllo, si contrappone all’affermazione dell’individuo e alla sua autodeterminazione. La precarietà si affronta attraverso il contrasto alla forme di dominio così come attraverso l’affermazione della democrazia, nella definizione di nuove regole affinché ciascun individuo – a partire dai più deboli – possa avere un ampio margine di controllo sulla propria vita e su quella della collettività (sia essa un’azienda, una filiera, un territorio, una nazione, il livello internazionale), attraverso delle eque opportunità di supporto e di protezione ma anche di informazione, condivisione e negoziazione della propria condizione.

L’individuo nell’epoca della flessibilità


Rapporti di forza

(dominanti – oppressi)

Modalità di relazione

(inclusi –esclusi)

Precarietà

Sfruttamento

Perdita del controllo

Realizzazione

Affermazione soggettiva

Libertà

Autodeterminazione nella democrazia

Equità. Partecipazione


Daniele Di Nunzio, ricercatore dell’Ires, e’ fra gli animatori di Molecole. Questo scritto è in parte ripreso dal libro: “Rischi sociali e per la salute. Le condizioni di lavoro dei giovani” di prossima pubblicazione per Ediesse.

Per un breve approfondimento del rapporto tra precarietà e lavoro, cfr.:

Daniele Di Nunzio, “Sconfiggere la precarietà solo con una bella legge: un’illusione. Le (molte) sfide da affrontare”, http://www.molecoleonline.it/2010/09/06/la-precarieta-e-una-palude-di-cui-si-parla-in-modo-paludoso-idee-per-uscirne/

Commenti: (3)

 

  1. orione scrive:

    Leggere di precarietà fuori degli schemi propagandistici ma con il tentativo, strutturato e intelligente, di indagarne le cause fondanti è di per sé una buona notizia.

    Aggiungo una piccola riflessione senza pretese di scientificità (gli dei me ne scampino) sul ruolo della “prassi comunitaria” come antidoto ben più efficace di fantasiosi “scioperi dei precari” o di tutto l’armamentario politico-movimentista novecentesco, nato in società gerarchizzate in grandi imprese, col lavoro gerarchizzato da contratti nazionali erga omnes.
    Un mondo che volge al termine.

    I termini “antidoto” e “efficace” si riferiscono alla possibilità concreta, non tanto di uscire dalla precarietà (che è impossibile) ma di gestirla, piegandola per quanto possibile all’autorealizzazione personale e, appunto, comunitaria.

    Eliminare la precarietà è impossibile perché è un tratto della nuova società globale, l’esito sociale della complessità luhmaniana fattasi mondo. Le nuove tecnologie relazionali che connettono le persone in una ragnatela sempre più fitta sono l’altra faccia di questa medaglia e sono una parte dell’antidoto all’età dell’insicurezza.
    Un mondo connesso è un mondo relativamente facile da percorrere, che svela con pochi click opportunità della vita, trappole insidiose e un infinito altro numero di persone che condivide i nostri problemi, ansie, paure. Il primo livello di “prassi comunitaria” che permette di fabbricare scialuppe con cui solcare l’epoca della precarietà si gioca qui, in Rete.

    Poi c’è il territorio, la famiglia, il sistema relazionale di ogni persona. “Prassi comunitaria” significa risolvere i problemi e guarire le ansie della precarietà attraverso un facebook in carne ed ossa modellato sulla base delle due esigenze di base: piacere e bisogno. Significa smettere di delegare alle decadenti architetture politiche (e sindacali) di massa la soluzione dei nostri precarissimi problemi ma cercarle vicino a noi, intorno ai luoghi e alle persone della nostra vita.
    “Prassi comunitaria” significa rendere stabili e fruttuosi per tutti i partecipanti questi micro-sistemi solidali con cui affrontiamo le temperie e la bonaccia.

    Poi naturalmente c’è la politica. E io mi taccio.

  2. Daniele Di Nunzio scrive:

    Grazie per avere apprezzato il tentativo, Orione.
    Condivido la tua riflesione sulla centralità dela rete.
    Credo che al di là della “struttura sindacato” (appunto gerarchica, di massa, antica, come dici) quello che è da recuperare è, per riprendere le tue parole, la “prassi sindacale”, ossia la capacità di agire insieme, e sicuramente i social network hanno in questo un ruolo fondamentale (come anche hanno dimostrato le ultime sperimentali iniziative di un sindacato come la Cgil).
    La comunità che cerca di costruire delle “prassi sindacali” nella rete, necessariamente, sarà una comunità aperta, mutevole, costruita intorno alle connessioni, non auto-centrata ma multi-centica. Però, dovrà anche essere sempre piu organizzata, per non rischiare di disperdersi o essere solo un ricettacolo di “narrazioni” autoreferenziali senza capacità di azione. La sfida è anche quella di istituzionalizzare queste prassi, di costruire delle forme democratiche e codificate ma non ingessate, capaci di connettere i lavoratori secondo una logica esplicita e condivisa, capace di dar spazio a ciascuno ma anche di definire il senso di un percorso comune.
    Questo, anche perchè si affermi quello che tu, e molti di noi, facciamo: ossia esprimere politica senza che essa sia rinchiusa in una unica forma.. “tacendo” alla fine della propia partecipazione, ma non perchè la parola passi alla “politica” ma perchè è politica tutto quello che è stato detto prima, in una partecipazione reticolare e paritetica e continua, dunque quello che resta alla politica è solo prenderne consapevolezza ed esplicitare il cambiamento. Così finalmente l’azione politica sarà un tutt’uno con la rappresentanza.

  3. Daniele Di Nunzio scrive:

    (ma che bella discussione che si fa in chat; copiamo e incolliamo sotto al tuo post?)

    Da una chat su face book tra Robert Castrucci e Daniele Di Nunzio

    Robert:
    ecco: mi pare nella tua proposta, che può configurarsi come un “nucleo” di piattaforma per il “movimento” 9 aprile, sia molto forte l’influenza del sindacato in particolare nell’insistere sulla necessità di sindacalizzare gli atipici

    Daniele
    ecco.. mi dispiace non essermi spiegato, ma è vero solo in parte

    Robert:
    cioè, di contrattualizzarli nelle rispettive categorie il che può andar bene per settori come il pubblico impiego e altri ma è una soluzione, per quanto auspicabile, parziale credo sia necessario ragionare sull’ambivalenza del termine “atipico” o precario

    Daniele:
    secondo me possiamo trovare un punto di convergenza, capisco la tua posizione

    Robert:
    alcuni proprio non possono essere contrattualizzati, perché lavoratori autonomi di seconda generazione. Ma hanno comunque grossi problemi e questi problemi li risolvi se esci da un sistema di welfare pensato e attuato “per categorie”

    Daniele:
    condivido

    Robert:
    io pure penso si possa trovare ampie convergenze

    Daniele:
    ma gli individui dovranno comunque sempre connettersi per proporre un’”azione sindacale” visto che altrimenti si lotta solo per il welfare, e si rinuncia al governo dei processi produttivi se pensi al sindacato come istituzione, hai ragione tu

    Robert:
    sì, su questo punto mi cogli impreparato

    Daniele:
    se pensi al sindacato come azione, forse si aprono nuove prospettive

    Robert:
    ti vedo particolarmente interazionista

    Daniele:
    la questione che pongo è: al di là del welfare (per me riformismo debolre se considera solo questo) e al di là dell’antagonismo (potere agli operai) che si fa? come si coinuga un welfare decente con l’opportunità (a cui non credo sia utile rinunciare) di governare i processi produttivi, ossia, di ridurre il dominio del capitale all’interno delle forme organizzative in cui si esprime al suo massimo?

    Robert:
    colgo il punto.. ma non è che il sindacato cambia in base a come lo penso io..

    Daniele:
    ahah nemmeno a come la penso io, però dovrà pur cambiare.
    la Cisl, propone un coinvolgimento da incentivi, sul modello toyota che appartiene anche al coinvolgimento tipico dei nuovi borghesi: i manager.. solo che i manager, oltre a dividersi gli utili, controllano anche il processo e possono avere una opzione di exit continua, fregandosene delle ripercussioni del processo sui territori, dove gli uomini sono inchiodati (pure i ricercatori, nei loro network che poi si perdono se non sono connessi a un capitale)

    Robert:
    è un problema enorme: guarda l’Huffington Post e tutta la storia del lavoro gratuito..

    Robert: ok.. la questione del welfare è riformismo debole, ma riguarda comunque la qualità della vita (presente e futura) di un sacco di gente. Per quanto riguarda il dominio nelle forme organizzative, credo che ci troviamo di fronte a un vero e proprio bivio, teorico prima che politico è la natura ambivalente del knowledge worker che loporta a essere difficilmente inquadrabile nelle istituzioni tradizionali del movimento operaio in parte il kw può sentirsi imprenditore di se stesso e ritiene di poter fornire una risposta individuale al dominio del capitale nelle forme organizzative. ad esempio aprendosi un’impresa e divenendo padrone di se stesso e connettendosi all’open source e ad altri movimenti di pari però, fintanto che è così sotto schiaffo (partita iva, tasse, credito, pensioi, ecc.) gna fa.. e si sottomette inevitabilmente al rullo compressore del padronato.
    Quindi, la questione del welfare, che avevamo espulso dalla porta del riformismo debole, rientra
    dalla finestra delle condizioni della “sicurezza sociale”, mancando la quale mancano i presupposti per rafforzarsi anche nelle forme organizzative del lavoro contemporaneo.

    Daniele:
    no, infatti la questione welfare non va affatto espulsa, è centrale “tanto quanto” la capacità di un’azione sindacale in grado di affermare il ruolo dei lavoratori (anche kw) dentro i processi produttivi.
    proprio per questo, ovviamente, il sindacato non deve essere un organo di rappresentanza di “masse” ma sempre di più uno strumento capace di connettere i singoli e dargli un certo potere contrattuale collettivo e, anche, individuale

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