Un anno in fabbrica (quella di Nichi) a Torino. Cronache da un esperimento popolare.
La Fabbrica di Nichi di Torino nasce nella primavera del 2009, sull’onda della seconda vittoria di Nichi Vendola alle primarie e alle elezioni regionali pugliesi, e del suo esplicito impegno a trasformare l’esperimento locale in progetto nazionale. Immediatamente la partecipazione è enorme ed è tanta la curiosità nei confronti della figura di Vendola e di una realtà inedita come quella delle Fabbriche, certamente lontane, per fluidità, apertura, composizione, meccanismi, linguaggio, dai partiti classici, ma al contempo diverse dalle tante esperienze di associazionismo, movimento, controinformazione, attività culturale di cui la nostra società civile è ricca, perché esplicitamente legate a un referente e a un progetto di alternativa politica. Chi guardava con diffidenza un soggetto qualificato dal nome del suo leader, a forte rischio di fungere da ‘base per una forma post-moderna di populismo’, dagli incerti connotati generazionali, sospetto di essere poco più che un ‘brand’ o al limite un comitato elettorale, fortemente legato a una battaglia sovente fraintesa in senso personalistico come quella per le primarie, coglieva rischi reali. La Fabbrica di Torino ha cercato fin dall’inizio di fugare queste perplessità con la propria pratica politica. Senza timore del ‘di Nichi’, perché la presenza di un leader è un’opportunità, purché si sia in grado, mantenendo il proprio tipico tratto di apertura, di diventare qualcosa di simile a un cosiddetto ‘corpo intermedio’, ossia una realtà dotata di una propria autonomia, che sappia promuovere partecipazione al di là di ogni confine generazionale e comunicare in modo originale, veicolando contenuti che diventino oggetto di un vero impegno politico e fondamento per la costruzione di una rinata e radicata egemonia culturale, di cui le primarie siano il primo banco di prova.
La Fabbrica discute, la Fabbrica incontra
Dobbiamo ricominciare a studiare. Alla sinistra per tanto tempo sono mancate non solo le parole, ma la presa analitica sui fenomeni, la capacità di comprenderne i mutamenti e le evoluzioni senza lasciarsi sedurre dal vocabolario, dalle letture e dalle soluzioni avanzate dalla controparte politica. Costruire il programma dell’alternativa significa innanzitutto disporsi a imparare, leggere, dibattere, coinvolgere le competenze. La Fabbrica di Torino si è suddivisa da subito in gruppi di lavoro e ha organizzato numerose assemblee plenarie tematiche, mettendo al centro della propria discussione la politica finanziaria ed economica, la flessibilità, il lavoro, la violenza di genere, l’ambiente, le rivoluzioni del Mediterraneo, la TAV, l’eredità del movimento di Genova. Questi incontri sono stati l’occasione per un ‘reclutamento di cervelli’ che ha coinvolto tante figure, che si sono avvicinate alla Fabbrica offrendo al nostro impegno il loro bagaglio di saperi: docenti e ricercatori universitari (precari e non), giornalisti, economisti, filosofi, rappresentanti del mondo sindacale, giuristi, amministratori pubblici, esponenti dell’universo variegato dell’associazionismo torinese. Insieme a loro abbiamo tentato di dar vita a una piccola esperienza di ‘think tank popolare’, che unisse la vocazione all’approfondimento e alla comprensione dei fenomeni alla partecipazione attiva e aperta al momento dell’elaborazione. E tuttavia, perché ciò sia davvero possibile occorre che la formazione interna sia sempre preliminare a una traduzione della discussione all’esterno, al coinvolgimento della cittadinanza.
(Qui uno dei risultati del nostro lavoro di approfondimento)
La Fabbrica racconta
Ci sono luoghi da cui la politica si è ritirata. Gli spazi urbani sono libri aperti che raccontano non solo le trasformazioni sociali e culturali, le rivoluzioni che investono l’economia e il mondo del lavoro, i nuovi volti del degrado e dell’emarginazione sociale. Dicono anche molto sul riorganizzarsi delle forme di partecipazione, sulla capacità della politica di interpretare il mutamento della società, di dare voce alle nuove domande che emergono ed elaborare delle risposte complesse e non sbrigative. Per molto tempo la sinistra ha rinunciato a farsi ‘pensiero situato’, a ragionare a partire dallo spazio e dall’ascolto delle persone che lo abitano. Come scrive Aldo Bonomi, la città oggi è «fragile», soggetta al potere destabilizzante di flussi che sconvolgono i luoghi, terreno fertile del rancore, spazio di entropia relazionale[1]. E, purtroppo, territorio colmo di non-luoghi in cui anche la politica tace. Ristabilire una comunicazione interrotta con alcune parti della città, riattivare un canale di ascolto e racconto è uno degli obiettivi che la Fabbrica di Torino si è data, e mettersi alla prova in questo senso ha rappresentato – credo – per alcuni di noi una vera e propria scuola di politica. Pur consapevoli che si trattasse di un vuoto immenso che il nostro soggetto appena nato non avrebbe certo potuto colmare, abbiamo ricominciato a frequentare alcune zone periferiche e popolari di Torino, diffondendo il nostro materiale, fermandoci a conversare con i passanti, spesso raccogliendo testimonianze, opinioni, invettive, lamentazioni, critiche. E così abbiamo cominciato a ‘scendere le sedie’. L’idea è straordinariamente semplice: assemblee pubbliche all’aperto nei mercati torinesi, in occasione delle quali si invitano gli abitanti del quartiere a uscire di casa portando una sedia, per fermarsi a discutere di volta in volta di crisi economica, scuola e università pubbliche, integrazione delle minoranze religiose, energie rinnovabili, con noi e con chi di quei temi si occupa perché li affronta quotidianamente in prima persona. Abbiamo scoperto che stabilire un contatto, anche se talvolta in forma di conflitto, è molto più facile di quanto si pensi: le persone hanno molta voglia di parlare, di raccontare, di domandare. E più di una volta ci è stato chiesto dov’eravamo stati per tutto quel tempo. Il lavoro da fare è lungo e difficile e – va detto – senza un impegno diretto dei partiti non potrà essere portato avanti seriamente. L’attrito tra cittadini italiani e migranti è tangibile, l’integrazione difficile, la Lega Nord visibile e pronta a cavalcare malesseri e dissidi. Ma si tratta di una sfida a cui una sinistra che voglia tornare a radicarsi e a intercettare i bisogni delle persone non può rinunciare.
(Qui i video di alcune nostre iniziative pubbliche)
La fabbrica lavora
E ora, che cosa ci attende? Inutile precisare che la fase attuale è molto delicata e profondamente diversa da quella in cui, ormai più di un anno fa, le Fabbriche di Nichi sono spuntate come funghi su tutto il territorio italiano. Allora si trattava soprattutto di inaugurare una nuova stagione politica, ridare respiro a processi democratici decisamente deteriorati, ripensare il vocabolario, lo strumentario concettuale, l’identità culturale e politica di un’area di sinistra rosso-verde che nel nostro Paese ancora non aveva assunto un profilo definito ma che ci sembrava potenzialmente vasta e – con un po’ di coraggio – in grado di diventare egemone all’interno del centro-sinistra. Si pensava per lo più a una primavera italiana, senza domandarsi ancora se ciò fosse compatibile con un autunno europeo. Oggi ogni opzione politica è fortemente ipotecata dallo spettro incombente del default economico e dalla linea assunta dai Paesi guida dell’Unione. Anche l’uscita dal berlusconismo si sta consumando entro un quadro mutato rispetto a quello che immaginavamo ancora fino a pochissimo tempo fa: non sull’onda delle battaglie vinte (le elezioni amministrative, i referendum) in nome del cambiamento, ma con una transizione morbida all’insegna della ‘ricostruzione’, che di fatto non s’interroga e non incide sulle radici profonde di quella che è stata la vera e propria “autobiografia di una nazione”. E tuttavia ciò non rende il nostro progetto inattuale o inadeguato. Noi vorremmo anzi rivendicare che l’unica maniera per rispondere in modo insieme lungimirante ed efficace alla gravità della situazione è quella di proporre un’alternativa sì autorevole, ma in forte controtendenza rispetto alle misure restrittive e inique richieste dalla Banca Centrale Europea, che, una volta applicate, renderebbero assai ardua una ripresa della crescita nel nostro Paese. Ed è difficile, ci sembra, che un esecutivo ‘d’emergenza’ presieduto da un ‘tecnico’ appoggiato da una maggioranza politicamente trasversale possa operare in questa direzione. Proprio alla luce di tutto ciò, il consolidamento della coalizione di centrosinistra e le elezioni primarie acquisiscono un’importanza particolare, poiché le misure di risanamento del ‘governo del Presidente’ vanno contenute entro una temporalità limitata: superata la patologia, la dialettica parlamentare deve tornare alla sua fisiologia politica. In ultimo (ma non per minore importanza), crediamo che nessuna esigenza di rassicurazione dei mercati possa espropriare i cittadini del diritto a esprimersi su quanto sta accadendo, che si possa e si debba il prima possibile andare al voto senza temere che il momento elettorale abbia effetti catastrofici sui nostri già precari equilibri.
È il momento perciò di tradurre il percorso fatto in un programma con cui una proposta politica di alternativa, di cui – crediamo – Nichi Vendola sarebbe il miglior portavoce, sia sottoposta al giudizio degli elettori alle primarie del centro-sinistra. Come noi, sono tante le Fabbriche che, da Milano a Bari, nel corso dell’anno passato hanno dato vita alle iniziative più diverse, contribuendo alla composizione rizomatica di un bagaglio di esperienze, conoscenze e contatti che non devono essere dispersi. È tempo di inaugurare un laboratorio nazionale per il programma che accolga chiunque voglia contribuire all’elaborazione di questa proposta politica e che chiami a raccolta il maggior numero possibile di realtà e competenze. Le Fabbriche sono un piccolo soggetto, ma hanno dimostrato di saper ‘fare rete’, individuare e valorizzare le risorse più interessanti, in una fase storica in cui i partiti tradizionali non godono di buona salute e sono insufficienti per quanto riguarda l’organizzazione del consenso, la partecipazione e l’articolazione della proposta politica. Ci piacerebbe fare in modo che in ogni città prendessero vita laboratori programmatici locali che coinvolgano la cittadinanza, la rete delle competenze locali, associazioni e personalità attive nella società civile, forze politiche e sociali in appuntamenti che conducano a una campagna programmatica di respiro nazionale.
‘Noi abbiamo un sogno’: vorremmo che tutti i movimenti che hanno squarciato il velo di ipocrisia su cui si regge la pericolosa ideologia del ‘buon senso’, che tutti i movimenti che lottano contro la precarietà, che lottano per la difesa dei beni comuni, dall’acqua al paesaggio, che i lavoratori e le lavoratrici, le donne che chiedono dignità e protagonismo, gli studenti e le studentesse, si sentissero chiamati in causa, non perché Nichi Vendola abbia la ricetta, o noi l’abbiamo, ma perché è importante credere che ci possa essere, e lavorare affinché ci sia, una via d’uscita politica dall’inverno del nostro scontento. E allora dobbiamo tenere aperto con le unghie e coi denti lo spiraglio di democrazia e partecipazione che le amministrative e i referendum scorsi hanno reso una voragine e che ora si sta richiudendo.
Per contatti e informazioni:
http://www.fabbricadinichi.it/torino/
[1] A. Bonomi, Sotto la pelle dello Stato, Feltrinelli, Milano 2010, p. 148.

