Francesco Pinna. Una morte “in regola”.

Crollo palco trieste

Francesco Pinna è morto.

In Italia si lavora dove, come e quando capita. Così, per una paga da miseria si rischia di morire.

Francesco Pinna, un ragazzo di vent’anni, è morto mentre montava un palco per il concerto di Jovanotti. Questa morte è emblematica di un mondo del lavoro in frantumi, governato da regole feroci, dove si lavora per due soldi in condizioni di rischio.

Un mondo del lavoro che ti sfrutta quando serve e poi ti getta via. Se non ti uccide.

Un mondo del lavoro volto alla sopravvivenza, al “tirare a campare”, letteralmente. Un mondo dove troppo spesso la dignità, la professionalità, la sicurezza, hanno poca importanza.

La morte di Francesco Pinna non è stata una fatalità. Perché non può essere una fatalità se in un cantiere ti crolla addosso l’impianto audio. Perché non è una fatalità lavorare in quelle condizioni: è la condizione normale di lavoro per molti – ragazzi e non – che rischiano la vita ogni giorno sul luogo di lavoro.

Una generazione intera vive in una morsa: da un lato c’è il ricatto occupazionale provocato da una disoccupazione crescente, ormai al 30%, a cui è da aggiungere la forte presenza di lavoro irregolare. Dall’altro lato, quello “fortunato” di chi ha un lavoro con un contratto, ci sono tanti giovani più o meno qualificati che operano spesso in condizioni di fatica e di pericolo. E questa condizione si estende a una quota sempre maggiore di lavoratori, trasversalmente tra le generazioni.


Tutti si sono affrettati a dire che le regole erano state rispettate. Bene… Vediamole queste regole del mondo del lavoro mortale.


Regola numero uno: per lavorare devi essere pagato una miseria.

6,50 euro l’ora, prendeva Francesco, per lavorare di fatica in un cantiere. Non importa quanto sia grande il guadagno che porta un’opera a chi la esegue (la ditta che vince l’appalto e chi la commissiona), il salario dei lavoratori è ormai sempre più basso e non basta nemmeno il contratto nazionale – che alcuni vorrebbero togliere – per difenderlo.


Regola numero due: la professionalità non esiste.

Siamo quasi tutti ragazzi che lavoriamo un giorno qui, un giorno là, dove capita. Aggiunge un giovane operario”. I ragazzi venivano presi di volta in volta, per improvvisare un lavoro di costruzione di un mega-palco. I lavori di squadra, tipici di un cantiere complesso, sono fatti da individui che a malapena si conoscono di vista. Lavori che richiedono attenzione e competenze sono improvvisati da ragazzi che sanno che passeranno da un lavoro a un altro. Non c’è l’interesse a “insegnare un mestiere” a un operaio che magari si “usa” per un giorno. Sta a te imparare da solo e stare attento a te stesso. Magari conviene anche che stai zitto, se vuoi essere chiamato di nuovo la volta successiva.

I tempi dell’opera poi, sono definiti dalle necessità del committente e dall’esigenza di ridurre i costi, invece che essere determinati dalla qualità e dalla sicurezza del processo produttivo.


Regola numero tre: un’azienda non serve, basta improvvisare

Per costruire un’opera complessa non serve avere un’azienda grande abbastanza da garantire la corretta esecuzione dell’opera, basta avere gli agganci giusti o garantire un basso prezzo per l’appalto. Poi si fa sempre in tempo a “chiamare” qualche lavoratore. La squadra di lavoro non esiste: esiste un nucleo centrale di tecnici e una costellazione di appalti e sub-appalti con i quali si recluta quello che serve di volta in volta.


Regola numero quattro: il lavoro è un favore

Sono migliaia le persone che lavorano “alla giornata”, magari per pagarsi gli studi o per avere un minimo di autonomia dalla famiglia, o per aiutarla. Ormai sembra che se uno lavora deve dire “grazie”, come se non fosse vero che tramite il proprio lavoro qualcun altro si arricchisce. Se nel frattempo ti ci paghi gli studi, poi, devi vederlo come un investimento per il futuro.


Questi elementi, come altri, sono “la regola”. Su queste fondamenta si sta costruendo un modello di sviluppo che favorisce lo sfruttamento del lavoro, che scarica i rischi sui soggetti marginali delle filiere produttive – a partire dai più giovani – mentre concentra i poteri e i guadagni nelle mani di poche persone.

Questa trappola a volte la chiamano flexicurity e quando si parla di sicurezza si fa riferimento al massimo alla continuità di reddito (nella miseria di un povero welfare) senza considerare la sicurezza fisica e mentale delle persone. Così si impongono dei modelli prevalenti di organizzazione della produzione i cui impatti sulla vita delle persone sono poco considerati se non nascosti.


Francesco Pinna non è solo.

Non è solo, purtroppo, perché come lui molte sono le vittime del lavoro, anche tra i giovani. Nel 2010, un infortunio sul lavoro su tre ha coinvolto un lavoratore sotto i 35 anni (246.207 denunce) così come un morto sul lavoro su tre (questo dramma riguarda 255 giovani morti sul lavoro in un anno e le loro famiglie). In cinque anni, tra il 2005 e il 2009, 44.478 lavoratori sotto i 35 anni hanno subito un danno permanente a causa di un incidente sul lavoro, ossia un’invalidità che li segnerà per il resto della loro vita. Per le malattie professionali, il conto sarà fatto nel futuro. Quel futuro di cui il governo si preoccupa troppo poco, concentrato com’è a far quadrare i conti.

Non è solo, per fortuna, perché milioni di altre persone lottano e lotteranno per migliorare le condizioni di vita e di lavoro di tutti. Una miriade di messaggi e gruppi hanno invaso la rete, per esprimere sostegno e solidarietà nei confronti della famiglia e degli altri operai coinvolti nel crollo dell’impianto. Intorno a loro sappiamo che esistono tantissime persone impegnate in lotte quotidiane e in mobilitazioni collettive, che vogliono cambiare le regole di un Paese che uccide il proprio futuro giorno dopo giorno.


foto tratta da “Il Piccolo”, Trieste.

Commenti: (1)

 

  1. Giuseppe Pecchi scrive:

    Condivido pienamente le analisi di Di Nunzio su quanto accaduto. Mi capita spesso di rammentare quando iniziai io a lavorare nel lontano 1979 e inevitabilmente, da “vecchio” che sono, mi ritrovo sempre a fare paragoni con le condizioni attuali e di quell’epoca. In proposito posso affermare senza il ben che minimo dubbio, che se soltanto il 10% dei soprusi, delle condizioni da fame, dello più bieco sfruttamento, della precarietà professionale salariale e in tema di diritti, dico se soltanto il 10% di ciò che accade oggi fosse accaduto all’ora nelle fabbriche dove io ho lavorato, si sarebbe fermato tutto e scioperato a oltranza e forse… anche qualcosa di più. Non solo io , ma neppure nessuno delle migliaia di operai di quel periodo si sarebbero immaginati minimamente quanto oggi accade nei cantieri, nelle fabbriche e negli uffici dei call center; senza nessun timore di esagerazioni posso affermare che quanto accaduto al povero Pinna ma sopprattutto alle condizioni che hanno portato a questo, nel lontano 1979 sarebbero state semplicemente inaudite. Ringrazio per lo spazio datomi che accoglie il mio sfogo.

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