Contratto unico o Inganno unico? 5 domande per sfatare un mito
Il lavoro, nel nostro Paese, periodicamente diviene oggetto di campagne ideologiche, non certo prive di fini strumentali. Dieci anni fa tutti saremmo dovuti diventare imprenditori di noi stessi, con il potere di contrattare individualmente le migliori condizioni, finalmente “liberi” da qualsiasi vincolo o protezione.
Così non è andata: le tante tipologie contrattuali, individuali, prive di tutele hanno prodotto lo sfruttamento e la subalternità di un’intera generazione. Molte indagini ci dicono come la precarietà abbia ridotto la produttività e il suo unico effetto, oltre a non aver favorito l’occupazione giovanile, sia stato quello di eliminare diritti e protezioni sociali per risparmiare sul costo del lavoro.
A fronte di ciò, oggi, dovremmo aprire un dibattito molto pragmatico su come estendere le tutele, contrastare gli abusi e l’effetto dumping sui costi, causa di una spirale che distorce il mercato.
Invece parliamo dell’abolizione dell’art.18, quello che secondo gli estensori delle proposte di legge sul contratto unico sembra essere il totem da abbattere. Ma a cosa c’è dietro il mito del contratto unico? Alcune domande per chiarire le idee.
1) E’ veramente unico?
La proposta di legge presentata dal Sen. Ichino non abolisce le altre tipologie di lavoro, ma si limita ad introdurne una nuova, che le aziende possono liberamente adottare per i nuovi assunti o per i vecchi con specifici accordi sindacali. In sostanza si tratta di una opportunità in più per le imprese, senza alcuna soluzione certa per milioni di precari. La proposta di legge ispirata a Boeri-Garibaldi, invece, si applica a tutti quale forma di ingresso al lavoro, ma interviene parzialmente sulla selva di contratti vigenti, introducendo soltanto alcuni criteri per limitare il contratto a termine e il lavoro autonomo. E l’apprendistato? Il lavoro a chiamata? Lo staff leasing? I voucher?
In entrambi i casi, sia pure in modo diverso, stiamo parlando di una nuova disciplina che si assomma alle precedenti senza effettuare un vero e proprio riordino delle tipologie in ragione della loro funzione.
2) Il contratto unico è efficace per rispondere alla complessità di situazioni?
Le proposte di legge in questione, pur non riordinando il sistema, introducono criteri per disciplinare il campo di applicazione del contratto unico e contrastare l’abuso del lavoro autonomo. In particolare è definito dipendente chi riceve più due terzi del proprio reddito dal medesimo committente. Questa soluzione rischia di essere insufficiente: l’area dell’elusione è tale da provocare sempre più l’utilizzo parziale o per brevi periodi di finti lavoratori autonomi impiegati in mansioni tipiche del lavoro dipendente, che dovrebbero semplicemente essere escluse.
Inoltre in questo modo non si salvaguarda i professionisti a partita iva che hanno due o più committenti e si vedono imporre dalle imprese condizioni e compensi inadeguati, funzionali ad avere prestazioni qualificate a basso costo.
3) Se il contratto unico non sembra risolvere il problema complesso delle tante tipologie contrattuali allora perché è diventato una bandiera?
L’impressione è che si voglia utilizzare una soluzione monolitica per sbarazzarsi di qualcos’altro. Ovvero dell’art. 18 come merce di scambio per accreditare una “supposta” nuova stabilità. Infatti, la proposta di legge del Sen. Ichino abolisce per tutti, nel nuovo regime, il diritto al reintegro in caso di licenziamento illegittimo, mentre il progetto di legge ispirato a Boeri-Garibaldi lo abolisce per i primi tre anni. Se però, almeno in quest’ultimo caso, l’obiettivo è disciplinare la fase di ingresso perché chiamare in causa proprio l’art.18? Non sarebbe più interessante rilanciare veramente l’apprendistato come proposto nel progetto di legge sul “contratto unico di formazione”? Viene il sospetto che tutto questo sia un pretesto.
4) L’art. 18 disincentiva veramente le assunzioni?
La stessa Ocse ha dovuto ammettere che non ci sono analisi econometriche in grado di suffragare l’idea che la rigidità in uscita scoraggi le nuove assunzioni, piuttosto possiamo affermare che nel nostro Paese le esigenze di ristrutturazione aziendale sono già ampiamente tutelate con la cassa integrazione e le procedure di licenziamento collettivo. Infine per favorire la competitività è necessario dotare di infrastrutture immateriali il nostro Paese, poiché, come noto, la flessibilità risiede nella capacità di innovare rapidamente i processi produttivi. Ormai abbiamo sufficienti prove per dire che non si rilancia l’economia riducendo i diritti.
L’art. 18 è, invece, una tutela concreta e importante: un deterrente per evitare ricattabilità e discriminazioni e garantire ad ognuno le libertà sindacali e i diritti di cittadinanza sul posto di lavoro.
5) Ma è vero che il mercato del lavoro è duale, ovvero ci sono i super garantiti e i non garantiti?
Questo è un falso mito, ancora più ignobile in una fase di crisi dove purtroppo i licenziamenti sono all’ordine del giorno. Chi lo sostiene infatti dovrebbe spiegarci se una lavoratrice a tempo indeterminato di una ditta di pulizie il cui destino salariale e lavorativo cambia al cambiare dell’appalto va incasellata tra i garantiti oppure no. E così un lavoratore in cassa integrazione o con un part time involontario che guadagna 500 euro al mese.
Il nostro è casomai un mercato del lavoro “liquido” dove si sono affermate condizioni sempre più frammentate: mentre le protezioni venivano negate a chi doveva entrare, progressivamente si assottigliavano per tutti, secondo una logica di rincorsa alla riduzione del costo e di spostamento del rischio di impresa sul lavoratore.
In conclusione, per riformare il sistema non esiste una bacchetta magica, servono interventi coerenti.
I giovani devono poter accedere al lavoro con un contratto vero, che abbia pieni diritti, formazione e tempi certi di conferma. Devono essere cancellate tutte le forme di lavoro più precarizzanti e ridotte le tipologie disponibili, secondo il principio per cui ad un lavoro stabile deve corrispondere un contratto stabile.
La normativa sul lavoro parasubordinato deve essere completamente rivista eliminando gli abusi e rendendo più costose queste tipologie. Contemporaneamente devono essere riattivati i controlli dei servizi ispettivi.
Infine nessuna prestazione, anche se esercitata in forma autonoma, può esser pagata meno di quanto stabilito nei contratti nazionali di lavoro, anzi il lavoro discontinuo deve esser pagato di più e vanno garantite a tutti le tutele fondamentali: malattia, maternità/paternità, continuità di reddito.
Vogliamo risposte serie e concrete e soprattutto siamo stanchi di essere sempre e comunque utilizzati strumentalmente, per poi puntualmente sentirci dire che dobbiamo essere noi giovani le cavie di un “nuovo” mercato del lavoro che vede svanire i diritti e rende strutturale la condizione di precarietà.
Ilaria Lani
Responsabile politiche giovanili CGIL
Vedi le proposte dei Giovani NON+ disposti a tutto CGIL
Commenti: (3)


Dato che il Senatore Ichino sta girando tutte le TV per proporre la sua idea di Contratto unico di Ingresso che dovrebbe sostituire tutte le altre forme di assunzioni , vorrei ricordare che al Senato giace, presentato da Paolo Nerozzi e da altri 47 senatori del PD il ddl sul “Contratto unico d’Ingresso”.
Il Contratto stabilisce un’assunzione a tempo indeterminato solo dopo una fase di tre anni, detta di ingresso , durante la quale il lavoratore può essere licenziato “senza giusta causa” con un indennizzo che corrisponde al salario di 5 giorni per ogni mese lavorato.
Il ddl, che prevede fra l’altro un Salario Minimo Legale (da non confondere con il reddito minimo garantito) per le tipologie di lavoro che non rientrano in nessun contratto di lavoro nazionale , è stato definito come un mezzo per superare la precarietà del mercato del lavoro perché ,secondo i suoi presentatori , va incontro alle esigenze dei datori di lavoro e dà ai lavoratori diritti crescenti in base all’anzianità di servizio .
In realtà nella proposta non c’è nessuna garanzia per gli assunti in quanto i datori di lavoro possono licenziarli prima della fine dei 3 anni pagando solo una penalità
Se tutte tutte le assunzioni verranno fatte con questa forma di contratto nessun lavoratore potrà più beneficiare nei primi 3 anni di lavoro della copertura dell’articolo 18 , non ci sarà nessuna tutela rispetto ai licenziamenti “senza giusta causa” .
Come al solito, secondo un concetto molto Montiano di giustizia ed equità, per dare dei diritti ai meno garantiti si tolgono diritti e tutele agli altri
mi sembrano osservazioni puntuali. l’equazione più flessibilità in uscita uguale più opportunità per i giovani in ingresso nel mercato del lavoro è sfatata dalle dure condizioni imposte dalla crisi, soprattutto in Italia dove la mancanza di crescita e di lavoro è data dalla incapacità del sistema produttivo di innovare e migliorare la produttività del lavoro. Ma anche qui occorre sgombrare il campo da equivoci. La debole produttività del lavoro in Italia non è data dalla debole contrattazione aziendale o dal fatto che si lavoro poco, o peggio, che i giovani non hanno voglia di rimboccarsi le maniche come la stanca retorica dei bamboccioni continua a propinarci. E’ piuttosto la mancanza di attitudine all’innovazione delle imprese (soprattutto delle piccole e medie), la scarsa, anzi peggio, assente politica industriale e della ricerca. Sono questi i fattori che impediscono al paese di crescere. Senza contare i tanti rivoli di spesa distributi dall’alto ma anche dal basso (vedi l’esperienza purtroppo negativa dei patti territoriali) che non contribuiscono a creare le condizioni per l’innovazione, ma più spesso coalizioni collusive. su questi temi si dovrebbe discutere
[...] Si parla continuamente di contratto unico o flexicurity, termini a cui per ora corrispondono visioni diverse e contraddittorie…che rischiano di tramutarsi in un bluff. Secondo le proposte di legge già presente, a cui si fa spesso riferimento, tutto potrebbe risolversi nell’introduzione della 47esima tipologia di lavoro senza eliminare le altre, inoltre non si interviene sui contratti a costo zero e sui finti stage, infine si prevede che tutti possano essere licenziabili, quindi nuovamente precari! E per capire meglio di cosa parliamo consigliamo la lettura di questo articolo scritto sulla rivista Molecole qui. [...]