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	<title>MolecoleOnline.it</title>
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	<description>Rivista online di giovani e per giovani, per costruire nuovi legami generazionali</description>
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		<title>Le battaglie sindacali le si combatte anche in rete (coinvolgendo i cittadini). Insegnamenti dal caso Omsa.</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 11:46:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Malerba</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3814" href="http://www.molecoleonline.it/2012/01/10/la-campagna-mai-piu-omsa/17700653_un-impegno-concreto-per-il-2012-mai-pi-omsa-0/"><img class="alignleft size-full wp-image-3814" title="17700653_un-impegno-concreto-per-il-2012-mai-pi-omsa-0" src="http://www.molecoleonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/17700653_un-impegno-concreto-per-il-2012-mai-pi-omsa-0-e1326195791316.png" alt="" width="274" height="204" /></a>Quando alla vigilia di Capodanno il padrone dell’Omsa, Nerino Grassi, invia il fax di licenziamento alle 239 lavoratici dello stabilimento di Faenza nessuno avrebbe immaginato che quell’atto di ordinaria arroganza avrebbe dato vita alla straordinaria mobilitazione che abbiamo visto in questi giorni nel web ma non solo. E men che meno l’aveva previsto il management dell’azienda che, forse confidando nell’oblio natalizio e nella natura –purtroppo- rituale della vicenda, pensava di aver chiuso così il lungo processo di delocalizzazione che porterà lo storico marchio di calze ad abbandonare l’Italia per produrre in Serbia.</p>
<p>Ed in effetti, per tre giorni, solo pochi lanci di agenzia e qualche quotidiano locale avevano riesumato fugacemente una vertenza che si trascina da anni e che, solo l’anno scorso, ha avuto qualche momento di visibilità grazie alle “finestre” di Anno Zero e a qualche quotidiano (Il Manifesto, Liberazione e Il Fatto) ostinatamente sensibili al tema. Eppure, nemmeno questi sforzi meritori erano riusciti ad impensierire la proprietà che, dopo aver incassato il colpo, ha continuato ad agire unilateralmente chiudendo ogni spazio alla trattativa con le organizzazioni sindacali e con le istituzioni locali e nazionali.</p>
<p>Del resto, cosa può mai frenare la cieca determinazione di chi ha deciso che il profitto è l’unico fattore di qualificazione delle scelte aziendali? Cosa può far cambiare idea ad un imprenditore che, pur in assenza di crisi aziendale, non riconosce alcun vincolo etico o la responsabilità sociale nei confronti del territorio, delle persone e di quel bene comune qual è il “made in Italy” che tanto hanno contribuito alla sua fortuna? Nulla, nessuno, se non i soldi.</p>
<p>Ed è così che il 30 dicembre decido di sostenere questa battaglia di civiltà, che non riguarda soltanto le lavoratrici di Faenza ma il destino dell’intero tessuto produttivo del Paese come abbiamo visto con la Fiat e la Bialetti. Lo faccio con l’unico strumento di cui dispongo e che ho imparato a maneggiare nel corso di questi anni, dal No Berlusconi Day all&#8217;ultima campagna referendaria, ossia il web.</p>
<p>Il 30 dicembre vado a far visita a quello che sembra essere l’unico spazio web dell’Omsa aperto ai feedback del pubblico, ossia la pagina Facebook dell’azienda. Trovo una pagina morta, pochi commenti, qualche foto e un instant-poll dedicato alla qualità dei prodotti.</p>
<p>Il primo passo dunque è quello di attivare ciò possiamo definire il “Trattamento Ronnie”, un’operazione virale che consiste nell’invitare i cittadini digitali ad esprimere i loro giudizi sulla bacheca del “bersaglio”, un po’ come è avvenuto quando Red Ronnie, nel corso della campagna elettorale per le amministrative milanesi, entrò a gamba tesa nello scontro Pisapia-Moratti. Sulla sua bacheca, per giorni, si abbatté una pioggia di contestazioni che costrinse Ronnie ad una clamorosa marcia indietro e che contribuì non poco alla vittoria dell’attuale sindaco di Milano.</p>
<p>Parte così il “trattamento Ronnie” sulla bacheca dell’Omsa,: in poche ore, migliaia di utenti postano commenti che hanno come comune denominatore la parola “vergogna”. Lo staff dell’azienda non si aspetta una reazione così improvvisa e potente da parte dei cittadini, balbetta una replica ma non c’è niente da fare: il passaparola è partito e la Omsa sta per bruciare il suo bene più importante, la brand reputation. E tuttavia, in questo caso, il “Trattamento Ronnie” non basta. Occorre creare un controbrand, un titolo per quella trama collettiva che si dispiega rapidamente in rete. Il primo gennaio scrivo un post sul blog del popolo viola: “Un impegno concreto per il 2012: Mai più Omsa”. Eccolo il controbrand, &#8220;<a href="https://www.facebook.com/events/297755890270427/" target="_blank">Mai più Omsa</a>&#8220;, che presto diventerà un evento con 80.000 adesioni, numeri giganteschi per quella che fino a poco prima poteva essere considerata una vertenza ordinaria, come tante ce ne sono nel Paese.</p>
<p>Il caso Omsa viene ripreso allora da tutti i media tradizionali e per giorni occupa le pagine dei giornali e dei quotidiani on line, impazza nei tg e nelle radio. E infine, nel giorno della Befana, si materializza nelle città con i volantinaggi davanti ai punti Golden Point.</p>
<p>A quel punto l’azienda capisce che la campagna di boicottaggio partita dalla rete avrà effetti concreti sulle vendite e tira fuori un altro comunicato in cui spiega le ragioni che l’hanno indotta alla delocalizzazione: &#8220;In risposta alle vostre considerazioni –scrive l’Omsa abbiamo deciso di essere trasparenti per darvi il nostro punto di vista sulla vicenda.” Averli costretti ad “essere trasparenti”, dopo anni di manovre sotto banco e silenzi è di per sé un grande risultato. Il 6 gennaio il Tg3 dà notizia di un drastico calo delle vendite dei collant dell’Omsa. Il giorno prima era stata la stessa azienda a paventare una simile evenienza, l’aveva fatto con un post su Facebook che suonava un po’ come una minaccia: “Il boicottaggio sicuramente avrà un peso importante, ma andrà anche a discapito di tutti coloro che lavorano ancora in Italia. La crisi del 2008 ci ha spinto a dover prendere delle decisioni.”</p>
<p>Il 12 gennaio si terrà l’incontro decisivo per il futuro dello stabilimento di Faenza e delle 239 lavoratrici licenziate. Non sappiamo come andrà a finire il tavolo di trattativa con l’azienda chiesto con forza dalle organizzazioni sindacali, dalle istituzioni locali, dal governo nazionale e, oggi, anche dai cittadini. Ma una cosa è certa: anche nella dialettica capitale-lavoro, da oggi, entra a pieno titolo un nuovo soggetto: la Rete.</p>
<p><em><br />
 </em></p>
<p><em>Massimo Malerba è blogger, sindacalista, promotore del No Berlusconi Day e delle campagne web Battiquorum, E&#8217; tutta Colpa di Pisapia, responsabile contenuti del Post Viola, amministratore della pagina Facebook del popolo viola.</em></p>
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		<title>Contratto unico o Inganno unico? 5 domande per sfatare un mito</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 14:06:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilaria Lani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il lavoro, nel nostro Paese, periodicamente diviene oggetto di campagne ideologiche, non certo prive di fini strumentali. Dieci anni fa tutti saremmo dovuti diventare imprenditori di noi stessi, con il potere di contrattare individualmente le migliori condizioni, finalmente “liberi” da qualsiasi vincolo o protezione. Così non è andata: le tante tipologie contrattuali, individuali, prive di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p { margin-bottom: 0.21cm; } --></p>
<p><a rel="attachment wp-att-1789" href="http://www.molecoleonline.it/2010/09/13/nei-territori-in-crisi-si-sperimentano-nuove-protezioni-anche-per-gli-esclusi/in-bilico/"><img class="alignleft size-full wp-image-1789" title="in bilico" src="http://www.molecoleonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/09/in-bilico.jpg" alt="" width="331" height="204" /></a>Il lavoro, nel nostro Paese, periodicamente diviene oggetto di campagne ideologiche, non certo prive di fini strumentali. Dieci anni fa tutti saremmo dovuti diventare imprenditori di noi stessi, con il potere di contrattare individualmente le migliori condizioni, finalmente “liberi” da qualsiasi vincolo o protezione.</p>
<p>Così non è andata: le tante tipologie contrattuali, individuali, prive di tutele hanno prodotto lo sfruttamento e la subalternità di un&#8217;intera generazione. Molte indagini ci dicono come la precarietà abbia ridotto la produttività e il suo unico effetto,<span style="color: #ff0000;"> </span>oltre a non aver favorito l&#8217;occupazione giovanile, sia stato quello di eliminare diritti e protezioni sociali per risparmiare sul costo del lavoro.</p>
<p>A fronte di ciò, oggi, dovremmo aprire un dibattito molto pragmatico su come estendere le tutele, contrastare gli abusi e  l&#8217;effetto dumping sui costi, causa di una spirale che distorce il mercato.</p>
<p>Invece parliamo dell&#8217;abolizione dell&#8217;art.18, quello che secondo gli estensori delle proposte di legge sul contratto unico sembra essere il totem da abbattere. Ma a cosa c&#8217;è dietro il mito del contratto unico? Alcune domande per chiarire le idee.</p>
<p><strong>1) E&#8217; veramente unico?</strong><br />
 <a href="http://www.pietroichino.it/?p=2511">La proposta di legge presentata dal Sen. Ichino</a> non abolisce le altre tipologie di lavoro, ma si limita ad introdurne una nuova, che le aziende possono liberamente adottare per i nuovi assunti o per i vecchi con specifici accordi sindacali.<span style="color: #000000;"> In sostanza si tratta di una opportunità in più per le imprese, senza alcuna soluzione certa per milioni di precari. <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=ddl%20nerozzi%20sul%20contratto%20unico&amp;source=web&amp;cd=4&amp;ved=0CDgQFjAD&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.senato.it%2Fservice%2FPDF%2FPDFServer%2FBGT%2F00459782.pdf&amp;ei=AkbvTvmGOfD74QTdrvndCA&amp;usg=AFQjCNFQdlCWjOoU8KwtvbXT1y80ln_h9A&amp;sig2=rK0FagHIUHQ26Op3ONxdSg&amp;cad=rja">La proposta di legge ispirata a Boeri-Garibaldi</a>, invece, si applica a tutti quale forma di ingresso al lavoro, ma interviene parzialmente sulla selva di contratti vigenti, introducendo soltanto alcuni criteri per limitare il contratto a termine e il lavoro autonomo. E l&#8217;apprendistato? Il lavoro a chiamata? Lo staff leasing? I voucher? </span></p>
<p><span style="color: #000000;">In entrambi i casi, sia pure in modo diverso, stiamo parlando di una nuova disciplina che si assomma alle precedenti senza effettuare un vero e proprio riordino delle tipologie in ragione della loro funzione.</span></p>
<p><strong>2) Il contratto unico è efficace per rispondere  alla complessità di situazioni?</strong><br />
 Le proposte di legge in questione, pur non riordinando il sistema, introducono criteri per disciplinare il campo di applicazione del contratto unico e contrastare l&#8217;abuso del lavoro autonomo. In particolare è definito dipendente chi riceve più due terzi del proprio reddito dal medesimo committente. Questa soluzione rischia di essere insufficiente: l&#8217;area dell&#8217;elusione è tale da provocare sempre più l&#8217;utilizzo parziale o per brevi periodi di finti lavoratori autonomi impiegati in mansioni tipiche del lavoro dipendente, che dovrebbero semplicemente essere escluse.<br />
 Inoltre in questo modo non si salvaguarda i professionisti a partita iva che hanno due o più committenti e si vedono imporre dalle imprese condizioni e compensi inadeguati, funzionali ad avere prestazioni qualificate a basso costo.</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>3) Se il contratto unico non sembra risolvere il problema complesso delle tante tipologie contrattuali allora perché è diventato una bandiera?</strong></span><span style="color: #000000;"> <br />
 L&#8217;impressione è che si voglia utilizzare una soluzione monolitica per sbarazzarsi di qualcos&#8217;altro. Ovvero dell&#8217;art. 18 come merce di scambio per accreditare una “supposta” nuova stabilità.  Infatti, la proposta di legge del Sen.</span><span style="color: #000000;"> Ichino</span><span style="color: #000000;"> abolisce per tutti, nel nuovo regime, il diritto al reintegro in caso di licenziamento illegittimo, mentre il progetto di legge ispirato a Boeri-Garibaldi lo abolisce per i primi tre anni. Se però, almeno in quest&#8217;ultimo caso, l&#8217;obiettivo è disciplinare la fase di ingresso perché chiamare in causa proprio l&#8217;art.18</span>? Non sarebbe più interessante rilanciare veramente l&#8217;apprendistato come proposto nel progetto di legge sul “contratto unico di formazione”?  Viene il sospetto che tutto questo sia un pretesto.</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>4) L&#8217;art. 18 disincentiva veramente le assunzioni?</strong></span><span style="color: #000000;"> <br />
</span><span style="color: #000000;">La stessa Ocse ha dovuto ammettere che non ci sono analisi econometriche in grado di suffragare l&#8217;idea che la rigidità in uscita scoraggi le nuove assunzioni, piuttosto possiamo affermare che nel nostro Paese le esigenze di ristrutturazione aziendale sono già ampiamente tutelate con la cassa integrazione e le procedure di licenziamento collettivo. Infine per favorire la competitività è necessario dotare di infrastrutture immateriali il nostro Paese, poiché, come noto, la flessibilità risiede nella capacità di innovare rapidamente i processi produttivi. Ormai abbiamo sufficienti prove per dire che non si rilancia l&#8217;economia riducendo i diritti.<br />
 L&#8217;art. 18 è, invece, una tutela concreta e importante: un deterrente per evitare ricattabilità e discriminazioni e garantire ad ognuno le libertà sindacali e i diritti di cittadinanza sul posto di lavoro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>5) Ma è vero che il mercato del lavoro è duale, ovvero ci sono i super garantiti e i non garantiti?</strong></span><span style="color: #000000;"> <br />
 Questo è un falso mito, ancora più ignobile in una fase di crisi dove purtroppo i licenziamenti sono all&#8217;ordine del giorno. Chi lo sostiene infatti dovrebbe spiegarci se una lavoratrice a tempo indeterminato di una ditta di pulizie il cui destino salariale e lavorativo cambia al cambiare dell&#8217;appalto va incasellata tra i garantiti oppure no. E così un lavoratore in cassa integrazione o con un part time involontario che guadagna 500 euro al mese.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il nostro è casomai un mercato del lavoro “liquido” dove si sono affermate condizioni sempre più frammentate: mentre le protezioni venivano negate a chi doveva entrare, progressivamente si assottigliavano per tutti, secondo una logica di rincorsa alla riduzione del costo e di spostamento del rischio di impresa sul lavoratore. </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>In conclusione, per riformare il sistema non esiste una bacchetta magica, servono interventi coerenti.</strong><br />
 I giovani devono poter accedere al lavoro con un contratto vero, che abbia pieni diritti, formazione e  tempi certi di conferma. Devono essere cancellate tutte le forme di lavoro più precarizzanti e ridotte le tipologie disponibili, secondo il principio per cui ad un lavoro stabile deve corrispondere un contratto stabile.<br />
 La normativa sul lavoro parasubordinato deve essere completamente rivista eliminando gli abusi e rendendo più costose queste tipologie. Contemporaneamente devono essere riattivati i controlli dei servizi ispettivi.<br />
 Infine nessuna prestazione, anche se esercitata in forma autonoma, può esser pagata meno di quanto stabilito nei contratti nazionali di lavoro, anzi il lavoro discontinuo deve esser pagato di più e vanno garantite a tutti le tutele fondamentali: malattia, maternità/paternità, continuità di reddito.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Vogliamo risposte serie e concrete e soprattutto siamo stanchi di essere sempre e comunque utilizzati strumentalmente, per poi puntualmente sentirci dire che dobbiamo essere noi giovani le cavie di un “nuovo” mercato del lavoro che vede svanire i diritti e rende strutturale la condizione di precarietà.</span></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Ilaria Lani<br />
 Responsabile politiche giovanili CGIL<br />
 <a href="http://www.nonpiu.it/?p=2159">Vedi le proposte dei Giovani NON+ disposti a tutto CGIL</a></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
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		<title>Francesco Pinna. Una morte &#8220;in regola&#8221;.</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 16:51:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Di Nunzio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Francesco Pinna è morto. In Italia si lavora dove, come e quando capita. Così, per una paga da miseria si rischia di morire. Francesco Pinna, un ragazzo di vent’anni, è morto mentre montava un palco per il concerto di Jovanotti. Questa morte è emblematica di un mondo del lavoro in frantumi, governato da regole feroci, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em><a rel="attachment wp-att-3724" href="http://www.molecoleonline.it/2011/12/15/francesco-pinna-una-morte-in-regola/trieste_fotoilpiccolo-400x300/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3724" title="Foto Il Piccolo trieste" src="http://www.molecoleonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/12/trieste_fotoilpiccolo-400x300-300x225.jpg" alt="Crollo palco trieste" width="300" height="225" /></a></em></strong></p>
<p><strong><em>Francesco Pinna è morto.</em></strong></p>
<p>In Italia si lavora <em>dove, come</em> e <em>quando</em> capita. Così, per una paga da miseria si rischia di morire.</p>
<p>Francesco Pinna, un ragazzo di vent’anni, è morto mentre montava un palco per il concerto di Jovanotti. Questa morte è emblematica di un mondo del lavoro in frantumi, governato da regole feroci, dove si lavora per due soldi in condizioni di rischio.</p>
<p>Un mondo del lavoro che ti sfrutta quando serve e poi ti getta via. Se non ti uccide.</p>
<p>Un mondo del lavoro volto alla sopravvivenza, al “tirare a campare”, letteralmente. Un mondo dove troppo spesso la dignità, la professionalità, la sicurezza, hanno poca importanza.</p>
<p>La morte di Francesco Pinna non è stata una fatalità. Perché non può essere una fatalità se in un cantiere ti crolla addosso l’impianto audio. Perché non è una fatalità lavorare in quelle condizioni: è la condizione normale di lavoro per molti &#8211; ragazzi e non &#8211; che rischiano la vita ogni giorno sul luogo di lavoro.</p>
<p><a title="il nostro tempo è adesso" href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/rubriche/punti-di-vista/108-giovani-e-lavoro-piu-infortuni-e-piu-stress.html">Una generazione intera vive in una morsa</a>: da un lato c’è il ricatto occupazionale provocato da una disoccupazione crescente, ormai al 30%, a cui è da aggiungere la forte presenza di lavoro irregolare. Dall&#8217;altro lato, quello “fortunato” di chi ha un lavoro con un contratto, ci sono tanti giovani più o meno qualificati che operano spesso in condizioni di fatica e di pericolo. E questa condizione si estende a una quota sempre maggiore di lavoratori, trasversalmente tra le generazioni.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Tutti si sono affrettati a dire che le regole erano state rispettate. Bene&#8230; </strong><strong>Vediamole queste regole del mondo del lavoro mortale.</strong></p>
<p><strong><br />
 </strong></p>
<p><em>Regola numero uno: per lavorare devi essere pagato una miseria</em>.</p>
<p><a title="corriere" href="http://www.corriere.it/cronache/11_dicembre_13/pinna-cinque-ore_8d459f1c-256e-11e1-97ba-d937a4e61a87.shtml">6,50 euro l’ora, prendeva Francesco</a>, per lavorare di fatica in un cantiere. Non importa quanto sia grande il guadagno che porta un’opera a chi la esegue (la ditta che vince l’appalto e chi la commissiona), il salario dei lavoratori è ormai sempre più basso e non basta nemmeno il contratto nazionale &#8211; che alcuni vorrebbero togliere &#8211; per difenderlo.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><em>Regola numero due: la professionalità non esiste.</em></p>
<p>“<a title="il giornale" href="http://www.ilgiornale.it/cronache/crolla_palco_concertoun_morto_e_12_feritijovanotti_pieno_dolore/crollo-morto-trieste-concerto-jovanotti-palco/13-12-2011/articolo-id=562066-page=0-comments=1">Siamo quasi tutti ragazzi che lavoriamo un giorno qui, un giorno là, dove capita. Aggiunge un giovane operario</a>”. I ragazzi venivano presi di volta in volta, per improvvisare un lavoro di costruzione di un mega-palco. I lavori di squadra, tipici di un cantiere complesso, sono fatti da individui che a malapena si conoscono di vista. Lavori che richiedono attenzione e competenze sono improvvisati da ragazzi che sanno che passeranno da un lavoro a un altro. Non c’è l’interesse a “insegnare un mestiere” a un operaio che magari si “usa” per un giorno. Sta a te imparare da solo e stare attento a te stesso. Magari conviene anche che stai zitto, se vuoi essere chiamato di nuovo la volta successiva.</p>
<p>I tempi dell&#8217;opera poi, sono definiti dalle necessità del committente e dall&#8217;esigenza di ridurre i costi, invece che essere determinati dalla qualità e dalla sicurezza del processo produttivo.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><em>Regola numero tre: un’azienda non serve, basta improvvisare</em></p>
<p>Per costruire un’opera complessa non serve avere un’azienda grande abbastanza da garantire la corretta esecuzione dell’opera, basta avere gli agganci giusti o garantire un basso prezzo per l’appalto. Poi si fa sempre in tempo a “chiamare” qualche lavoratore. La squadra di lavoro non esiste: esiste un nucleo centrale di tecnici e una costellazione di appalti e sub-appalti con i quali si recluta quello che serve di volta in volta.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><em>Regola numero quattro: il lavoro è un favore</em></p>
<p>Sono migliaia le persone che lavorano “alla giornata”, magari per pagarsi gli studi o per avere un minimo di autonomia dalla famiglia, o per aiutarla. Ormai sembra che se uno lavora deve dire “grazie”, come se non fosse vero che tramite il proprio lavoro qualcun altro si arricchisce. Se nel frattempo ti ci paghi gli studi, poi, devi vederlo come un investimento per il futuro.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Questi elementi, come altri, sono &#8220;la regola&#8221;. Su queste fondamenta si sta costruendo <a title="Rischi sociali e per la salute" href="http://workervoice.wordpress.com/2011/06/06/introduzione-il-progetto-di-ricerca-rischi-sociali-e-per-la-salute/">un modello di sviluppo che favorisce lo sfruttamento del lavoro</a>, che scarica i rischi sui soggetti marginali delle filiere produttive – a partire dai più giovani &#8211; mentre concentra i poteri e i guadagni nelle mani di poche persone.</p>
<p>Questa trappola a volte la chiamano flexicurity e quando si parla di sicurezza si fa riferimento al massimo alla continuità di reddito (nella miseria di un povero welfare) <a title="sicurezza atipici" href="http://www.pos.direito.ufmg.br/rbep/099B021052.pdf">senza considerare la sicurezza fisica e mentale delle persone</a>. Così si impongono dei <a title="Gallino Produzione flessibilità" href="http://www.diario-prevenzione.net/diarioprevenzione/html/modules.php?name=News&amp;file=print&amp;sid=326">modelli prevalenti di organizzazione della produzione</a> i cui impatti sulla vita delle persone sono poco considerati se non nascosti.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong><em>Francesco Pinna non è solo.</em></strong></p>
<p>Non è solo, purtroppo, perché come lui <a title="condizioni lavoro giovani rps" href="http://www.ediesseonline.it/riviste/rps/giovani-senza/le-condizioni-di-lavoro-dei-giovani-italia-criticita-e">molte sono le vittime del lavoro, anche tra i giovani</a>. Nel 2010, un infortunio sul lavoro su tre ha coinvolto un lavoratore sotto i 35 anni (246.207 denunce) così come un morto sul lavoro su tre (questo dramma riguarda 255 giovani morti sul lavoro in un anno e le loro famiglie). In cinque anni, tra il 2005 e il 2009, 44.478 lavoratori sotto i 35 anni hanno subito un danno permanente a causa di un incidente sul lavoro, ossia un’invalidità che li segnerà per il resto della loro vita. Per le malattie professionali, il conto sarà fatto nel futuro. Quel futuro di cui il governo si preoccupa troppo poco, concentrato com’è a far quadrare i conti.</p>
<p>Non è solo, per fortuna, perché milioni di altre persone lottano e lotteranno per migliorare le condizioni di vita e di lavoro di tutti. Una miriade di messaggi e gruppi hanno invaso la rete, per esprimere sostegno e solidarietà nei confronti della famiglia e degli altri operai coinvolti nel crollo dell’impianto. Intorno a loro sappiamo che esistono tantissime persone impegnate in lotte quotidiane e in mobilitazioni collettive, che vogliono <strong>cambiare le regole</strong> di un Paese che uccide il proprio futuro giorno dopo giorno.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>foto tratta da &#8220;Il Piccolo&#8221;, Trieste.</em></p>
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		<title>Operation Übernahme:giovani metaller all&#8217;attacco. Dalla Germania buone pratiche di organizing e di contrattazione.</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 14:25:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lisa Dorigatti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Una generazione di invidu(alist)i?]]></category>
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		<description><![CDATA[Si chiama Operation Übernahme (operazione assunzione) ed è la campagna lanciata nel gennaio 2009 dai giovani metalmeccanici tedeschi per favorire l&#8217;assunzione a tempo indeterminato dell&#8217;equivalente tedesco dei nostri apprendisti (i cosiddetti Auszubildende o Azubis). E questa campagna è riuscita ad ottenere la scorsa settimana un primo importante risultato: il rinnovo del contratto collettivo dei lavoratori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3713" href="http://www.molecoleonline.it/2011/12/05/operation-ubernahmegiovani-metaller-allattacco-dalla-germania-buone-pratiche-di-organizing-e-di-contrattazione/ou-logo-screen-500px1/"><img class="alignleft size-full wp-image-3713" title="ou-logo-screen-500px1" src="http://www.molecoleonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/12/ou-logo-screen-500px1-e1323080532760.jpg" alt="" width="331" height="204" /></a>Si chiama <em>Operation Übernahme</em> (operazione assunzione) ed è la campagna lanciata nel gennaio 2009 dai giovani metalmeccanici tedeschi per favorire l&#8217;assunzione a tempo indeterminato dell&#8217;equivalente tedesco dei nostri apprendisti (i cosiddetti <em>Auszubildende </em>o <em>Azubis</em>). E questa campagna è riuscita ad ottenere la scorsa settimana un primo importante risultato: il rinnovo del contratto collettivo dei lavoratori della siderurgia del Land Nordrhein-Westfahlen (la zona della Ruhr, dove hanno sede le più importanti aziende siderurgiche tedesche, fra le quali la tristemente nota Tyssen-Krupp), stabilisce infatti il principio secondo cui gli apprendisti che vengono formati all&#8217;interno delle imprese siderurgiche devono essere assunti con un contratto a tempo indeterminato alla fine del percorso di apprendistato. Possibilità di derogare a questo principio generale esistono per le aziende che formano apprendisti in misura maggiore rispetto alle loro necessità produttive e che si trovino in condizione di un&#8217;oggettiva impossibilità economica ad assumere. Anche in questo caso, comunque, resta all&#8217;apprendista il diritto di essere assunto presso quell&#8217;azienda per un periodo di anno. Le deroghe devono essere in ogni caso concordate con il consiglio d&#8217;azienda, i cui poteri in termini di co-determinazione delle politiche del personale vengono quindi ulteriormente rafforzati.</p>
<p><strong>I risultati, frutto di una campagna</strong> Al di là dei risultati concreti, che, seppur molto significativi si applicano a un settore che impiega ormai poco più di 70.000 addetti, l&#8217;elemento più significativo di questa vittoria sta nella relazione fra campagna e azione sindacale.</p>
<p>Da un lato sta, infatti, la capacità dell&#8217;organizzazione giovanile dell&#8217;IG Metall di dare luogo a un processo di organizzazione degli apprendisti, sia in termini di iscrizione al sindacato, sia di costruzione di spazi in cui essi potessero esprimere le proprie istanze attraverso modalità a loro consone (blitz, azioni dirette, sit-in), molto scenografiche e dal grande impatto mediatico.</p>
<p>Dall&#8217;altro, va, però sottolineata la volontà dell&#8217;intera organizzazione di prendere queste richieste  sul serio e di inserirle a pieno titolo nelle piattaforme contrattuali come elemento prioritario nelle trattative. Le iniziative costruite nel quadro della campagna (ormai più di 300 su tutto il territorio federale) e la costante presenza alle iniziative sindacali e ai cortei (il blocco nero-giallo degli <em>Azubis</em>, gli apprendisti, è uno dei più attivi e divertenti) hanno infatti favorito la sensibilizzazione dell&#8217;organizzazione sui temi relativi alla condizione dei nuovi ingressi nel mercato del lavoro del settore metalmeccanico.</p>
<p>Il caso dei siderurgici non è, quindi, destinato a restare un <em>unicum</em>: in primavera si aprirà infatti la fase di rinnovo del contratto dei metalmeccanici e il congresso dell&#8217;organizzazione, tenutosi in ottobre a Karlsruhe, ha sancito che la richiesta di automatismi nell&#8217;assunzione degli apprendisti sarà inserita nella piattaforma.</p>
<p><strong>La precarietà è arrivata addirittura fra i metaller</strong> La campagna per l&#8217;assunzione degli apprendisti si inserisce in un quadro più generale di intervento dell&#8217;IG Metall nei processi di scomposizione che il settore sta attraversando. Nonostante, infatti, la Germania sia assunta spesso come un esempio di buona occupazione e della capacità di conciliare in maniera efficace interessi delle imprese e tutela dei lavoratori, i <em>Metaller</em> tedeschi contano una fortissima percentuale di rapporti di lavoro precari. Nemmeno l&#8217;apprendistato – da sempre una degli elementi chiave su cui si fonda la forza competitiva del sistema produttivo tedesco ossia la presenza di una forza lavoro altamente specializzata formata, appunto, direttamente all&#8217;intero delle imprese – riesce più a garantire un&#8217;occupazione stabile. Gli apprendisti vengono infatti assorbiti solo per il 50%, il resto va a ingrossare le fila dei lavoratori interinali, che ormai sono più di 200.000 su un totale di 3,4 milioni di occupati.</p>
<p><strong>Una campagna da cui apprendere</strong> Già dal 2008 l&#8217;IG Metall ha dato il via a una campagna di organizzazione del settore, la cosiddetta <em>Leiharbeitskampagne</em> (campagna sugli interinali), con un triplice obiettivo: organizzare i lavoratori interinali e farli iscrivere all&#8217;IG Metall; sensibilizzare l&#8217;organizzazione e i consigli d&#8217;azienda sul tema e fare in modo che la questione degli interinali venisse contrattata a livello aziendale attraverso accordi che sancissero il principio di eguale trattamento (in Germania stabilito per legge, ma derogabile attraverso contrattazione collettiva); e costruire una campagna pubblica di pressione per fare in modo di arrivare a una modifica del quadro normativo. Nell&#8217;ultimo anno si è inoltre discusso di allargare questo tipo di approccio anche ai processi di <em>outsourcing</em>, inserendo nelle piattaforme contrattuali aziendali meccanismi di controllo della filiera.</p>
<p>I giovani <em>Metaller</em> sono insomma riusciti ad attivarsi, organizzarsi e vincere. E questo è stato possibile anche perché alle loro spalle sta il peso di un&#8217;organizzazione di 2,5 milioni di iscritti pronta a battagliare sulle loro parole d&#8217;ordine.</p>
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		<title>Quale alternativa? Partecipa alla redazione del prossismo numero</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 09:42:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>molecole</dc:creator>
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		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[rappresentanza]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>

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		<description><![CDATA[Call for Thinking per il sesto numero di Molecole! Berlusconi se ne è andato ma la nostra salvezza è ancora lontana. L’obiettivo dei prossimi mesi non è semplicemente quello di superare la crisi, di rilanciare il Paese, di favorire la crescita, ma è quello di costruire una logica alternativa dello sviluppo, l’unico strumento con il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Call for Thinking per il sesto numero di Molecole!</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Berlusconi se ne è andato ma la nostra salvezza è ancora lontana.</p>
<p>L’obiettivo dei prossimi mesi non è semplicemente quello di <em>superare la crisi</em>, di <em>rilanciare il Paese</em>, di <em>favorire la crescita</em>, ma è quello di <strong>costruire una logica alternativa dello sviluppo</strong>, l’unico strumento con il quale chi si batte per il progresso sociale e civile può essere davvero credibile, efficace ed utile.</p>
<p><strong>Negli ultimi anni si è imposto un modello di società particolarmente feroce e ingiusto che è all’origine della crisi attuale</strong>. Questo modello ha favorito l’interesse di pochi privilegiati, ha aumentato le diseguaglianze, ha ostacolato la gestione democratica dei processi politici ed economici, ha favorito lo sfruttamento incontrollato del lavoro, delle risorse pubbliche e dell’ambiente.</p>
<p>Questo modello si è esteso a livello globale e in Italia si è radicato fin troppo facilmente, apparendo come l’unico modo per sopravvivere nella competizione globale, se non addirittura come la via virtuosa per il progresso.</p>
<p>Numerosi sono stati gli alfieri di modello, a partire dalle accademie del neoliberismo, i <em>think tank</em> dove si sono formati molti dirigenti assunti sia nelle aziende private che nelle istituzioni pubbliche. Così, il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Polanyi" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">credo neoliberista</span></a> si è imposto senza troppe domande, fatto di spread e di rating.</p>
<p>Purtroppo, <em><strong>dall’altra parte</strong></em><strong>, numerosi sono stati quelli che non hanno saputo fronteggiare questo paradigma che si è fatto dominante, mostrando la difficoltà di costruire e sostenere “a sinistra” un’alternativa credibile</strong>. È mancato un pensiero alternativo capace di coniugare il desiderio di progresso con quello di giustizia sociale.</p>
<p>Quest’assenza di un’alternativa reale ha permesso al verbo Berlusconiano di diffondersi, tra ammiccamenti neoliberisti e populismo mediatico, tra l’esaltazione degli “spiriti forti” imprenditoriali e le profezie di speranza per le masse, con uno strano miscuglio di privatizzazioni, monopoli e gestione personale delle istituzioni pubbliche.</p>
<p>Questo ha trasformato la politica in servitù della finanza o, nella migliore ipotesi, in amministrazione dell’esistente, impedendo alla democrazia di essere lo strumento principale per indirizzare il corso della storia.</p>
<p>La strategia di contrasto a questo paradigma dilagante è stata fallimentare. Le forze politiche e sociali che da sinistra dovevano opporsi non sono riuscite a creare un’azione collettiva efficace. Non si è riusciti a creare una strategia comune intorno alle questioni emblematiche delle trasformazioni in atto. Ad esempio, non si è colta l’importanza che la de-regolamentazione del lavoro ha nel sistema democratico, dalle leggi che hanno istituito i contratti “precari”, all’art.8 della recente manovra finanziaria, alla fuoriuscita della Fiat dalla contrattazione nazionale.</p>
<p>Per fortuna qualcuno si accorge che qualche toppa è stata presa. Ad esempio, la segretaria generale della Cgil,<a href="http://www.cgil.it/RassegnaStampa/articolo.aspx?ID=7102" target="_blank"> </a><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.cgil.it/RassegnaStampa/articolo.aspx?ID=7102" target="_blank">Susanna Camusso</a><a href="http://www.cgil.it/RassegnaStampa/articolo.aspx?ID=7102">,</a></span> ha dichiarato che il sindacato ha sbagliato qualcosa, se gran parte del lavoro oggi è precario.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Nei numeri precedenti di Molecole abbiamo provato a raccontare cos’è la crisi, cercando di capire quali sono le dinamiche che l’hanno costruita e le conseguenze per la vita delle persone.</p>
<p>In questo numero <strong>vogliamo capire come superare il modello che ha provocato la crisi.</strong></p>
<p>Vogliamo interrogarci sui fallimenti e sulle mancanze di chi avrebbe dovuto governare le trasformazioni che stavano accadendo, per non continuare sulla stessa strada, per cambiare strada ed orizzonte.</p>
<p>Nel generale dibattito sulla “crisi della rappresentanza”, vogliamo <strong>approfondire gli “errori della rappresentanza” al fine di contribuire alla sua rinascita</strong>.</p>
<p>Ci chiediamo,  <strong>q</strong><strong>uali sono le proposte da non fare mai più? </strong></p>
<p><strong>Quali sono le proposte da avanzare con forza? </strong></p>
<p><strong>Quali sono le sfide &#8211; e i conflitti &#8211; centrali intorno ai quali costruire l’azione?</strong></p>
<p><strong>Come dobbiamo procedere, di concreto, per promuovere un&#8217;azione collettiva efficace?</strong></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Vi invitiamo a inviare i vostri contributi &#8211; distruttivi e costruttivi – </strong></p>
<p><strong>per elaborare una riflessione collettiva.</strong></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Molecole invita chiunque sia interessato a proporre il  proprio articolo all’indirizzo <span style="text-decoration: underline;"><a href="mailto:redazione@molecoleonline.it">redazione@molecoleonline.it</a></span>.</p>
<p><em><strong>Indicazioni editoriali</strong></em></p>
<p>Reputiamo fondamentale l’efficacia comunicativa di quanto si può leggere su Molecole. Intendiamo combattere i mali italiani della superficialità e dell’oscurità: crediamo in una comunicazione davvero democratica, che solleciti il pensiero e l’azione rendendo accessibili ragionamenti profondi. La potremmo definire “intelligente divulgazione”. Si tratta di una formula anacronistica, ma fino ad ora non abbiamo trovato nessuna alternativa egualmente efficace (anzi, non esitate a proporci formule migliori).</p>
<p>A chi abbia intenzione di proporre un contributo, chiediamo quindi: 1) che il testo non superi le seimila battute; 2) sia scritto in una lingua bella, il meno possibile specialistica o intristita da gergo tecnico, libera da forme e modi del discorso accademico; 3) dia il giusto risalto alle idee fondamentali che hanno ispirato la scrittura dell’articolo.</p>
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		<title>Liberiamoci della precarietà &#8211; Assemblea nazionale, il 19 e 20 novembre a Roma</title>
		<link>http://www.molecoleonline.it/2011/11/16/liberiamoci-della-precarieta-assemblea-nazionale-il-19-e-20-novembre-a-roma/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 15:06:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>molecole</dc:creator>
				<category><![CDATA[fuoritema]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[precarietà]]></category>

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		<description><![CDATA[Liberiamoci della precarietà La precarietà si può combattere! La precarietà non è un destino, né un dato immodificabile a causa di oscure leggi di mercato. Per questo possiamo liberarcene! La precarietà è il frutto di scelte (e non scelte) politiche. E&#8217; un problema di felicità e di libertà negate, di diritti, di continuità di lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-3693" href="http://www.molecoleonline.it/2011/11/16/liberiamoci-della-precarieta-assemblea-nazionale-il-19-e-20-novembre-a-roma/pic2_web1/"><img class="alignleft size-full wp-image-3693" title="pic2_web[1]" src="http://www.molecoleonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/11/pic2_web1-e1321456476317.jpg" alt="" width="364" height="204" /></a>Liberiamoci della precarietà <br />
 </strong></p>
<p><strong>La precarietà si può combattere!<br />
 </strong>La   precarietà non è un destino, né un dato immodificabile a causa di   oscure leggi di mercato. Per questo possiamo liberarcene! La precarietà è   il frutto di scelte (e non scelte) politiche. E&#8217; un problema di   felicità e di libertà negate, di diritti, di continuità di lavoro e di   reddito, è un problema di opportunità e di competenze sprecate. E&#8217; un   problema di soldi, di previdenza e di tempo rubato. E&#8217; la difficoltà a   vivere il presente, ad avere una casa, a immaginare il futuro. E’ la   paura di invecchiare in miseria.</p>
<p><strong>Emblema della crisi. </strong><br />
 Proprio   la precarietà è il filo rosso che lega il modello economico che ha   prodotto la crisi e le politiche di austerity invocate per contrastarla.   E&#8217; il terreno su cui questo modello di sviluppo ha mostrato il suo   volto più feroce: lo smantellamento del welfare, l&#8217;instabilità del   lavoro e la negazione dei diritti sono la bandiera di un sistema che   mette in secondo piano le persone &#8211; i loro bisogni e i loro desideri –   rispetto ai privilegi e alle rendite di pochi.  La crisi nel nostro   paese ha il volto della generazione precaria, del 30% dei giovani   italiani senza lavoro, sotto il ricatto dell’incertezza e del lavoro   nero, a carico di famiglie sempre più povere. Ha il volto delle   studentesse e degli studenti a cui viene, di fatto, negato l&#8217;accesso a   una conoscenza sempre più costosa e sempre meno  valorizzata. E&#8217; in   questo ricatto che si manifesta la distanza abissale tra l’economia   globalizzata e la nostra vita quotidiana, nel senso d&#8217;impotenza rispetto   alla possibilità di decidere delle nostre esistenze.  <br />
 E non è più   un problema solo generazionale. L’acuirsi della crisi e l’incapacità   politica di contrastarne gli effetti stanno estendendo a tutti il   modello di precarietà, di lavoro e di vita, che fino ad oggi ha gravato   soprattutto sulle nuove generazioni, per questo non cadiamo nella   trappola di chi vorrebbe vederci in lotta con i nostri genitori in una   contrapposizione tra “garantiti e non garantiti” che non ha, oggi più   che mai, ragione di essere. In Italia, come in Europa.</p>
<p><strong>Riprenderci la vita.</strong><br />
 Vogliamo   riprenderci la nostra vita. E vogliamo farlo adesso. Vogliamo  liberarci  della precarietà, che significa, prima di tutto, affermare il  valore  delle nostre competenze e del nostro lavoro. Un lavoro che  corrisponda  alle nostre aspirazioni, che ci dia gli strumenti per  realizzare i  nostri progetti di vita, affettivi e professionali.  Vogliamo vedere nel  pubblico impiego una risorsa e non un altro attore  della  precarizzazione, e nel mercato un’espressione della società e non  la  società stessa. Vogliamo contratti di lavoro stabili per lavori  stabili,  vogliamo una continuità di reddito per affrontare la vita  quando il  lavoro è discontinuo, un reddito minimo, fatto di sussidi e  servizi, per  garantire la dignità della vita e del lavoro com&#8217;è in  tutti i paesi  europei (e come definito nella risoluzione europea  2010/2039), vogliamo  una casa, vogliamo poter scegliere di essere madri  e padri. Vogliamo  liberarci dal ricatto di un lavoro senza diritti né  protezioni. Vogliamo  che tutti possano studiare e formarsi a  prescindere dal reddito.  Vogliamo un paese che ci somigli di più, che  creda nella qualità dello  sviluppo e che faccia della conoscenza uno  degli elementi fondanti e  includenti di questa democrazia. Possiamo  vincere, ma solo insieme. Il  nostro riscatto non può che essere  collettivo.</p>
<p><strong>Assemblea Nazionale del 19 e 20 novembre: perché bisogna esserci?</strong><br />
 Abbiamo   mosso i nostri primi passi lo scorso 9 aprile, in una giornata che ha   visto scendere in piazza a Roma e in tante città d&#8217;Italia associazioni,   reti, coordinamenti di lavoratrici e lavoratori precari, stagisti,   disoccupati, studentesse e studenti. Volevamo raccontarci e non essere   raccontati, prendere la parola per denunciare lo scandalo di un paese   che ci spreme e ci spreca allo stesso tempo. Adesso non è più tempo solo   di denuncia. All’assemblea nazionale del 19 e 20 novembre ci   riprendiamo un tempo e uno spazio troppo spesso negati. Un tempo e uno   spazio dove costruire risposte. <br />
 Non si parte da zero. Abbiamo idee e   proposte su cui riflettere e lavorare insieme. Essere compagni in   questo viaggio è una grande occasione che ci rende più forti per   costruire un presente e un futuro diversi. Più liberi, più nostri. <br />
 Ti   aspettiamo all’assemblea nazionale del 19 e 20 novembre perché le   nostre storie siano una ricchezza e le nostre idee siano soluzioni.</p>
<p><strong>Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta!</strong></p>
<p><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/221-liberiamoci-della-precarieta-assemblea-nazionale-19-e-20-novembre.html" target="_blank">Qui il programma e le informazioni logistiche</a></p>
<p><a href="https://www.facebook.com/#!/event.php?eid=285787668118589&amp;view=wall&amp;notif_t=event_wall" target="_blank">Qui la pagina facebook</a></p>
<p><a href="http://www.molecoleonline.it/tag/precarieta/" target="_blank">Qui alcuni nostri articoli di approfondimenti sulla precarietà</a><strong><br />
 </strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Un anno in fabbrica (quella di Nichi) a Torino. Cronache da un esperimento popolare.</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 11:49:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Gruppi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Una generazione di invidu(alist)i?]]></category>
		<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[numero]]></category>
		<category><![CDATA[organizing]]></category>

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		<description><![CDATA[La Fabbrica di Nichi di Torino nasce nella primavera del 2009, sull’onda della seconda vittoria di Nichi Vendola alle primarie e alle elezioni regionali pugliesi, e del suo esplicito impegno a trasformare l’esperimento locale in progetto nazionale. Immediatamente la partecipazione è enorme ed è tanta la curiosità nei confronti della figura di Vendola e di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3665" href="http://www.molecoleonline.it/2011/11/15/un-anno-in-fabbrica-quella-di-nichi-a-torino-cronache-di-un-esperimento-popolare/torino/"><img class="alignleft size-full wp-image-3665" title="torino" src="http://www.molecoleonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/11/torino-e1321356413218.jpg" alt="" width="331" height="204" /></a>La Fabbrica di Nichi di Torino nasce nella primavera del 2009, sull’onda della seconda vittoria di Nichi Vendola alle primarie e alle elezioni regionali pugliesi, e del suo esplicito impegno a trasformare l’esperimento locale in progetto nazionale. Immediatamente la partecipazione è enorme ed è tanta la curiosità nei confronti della figura di Vendola e di una realtà inedita come quella delle Fabbriche, certamente lontane, per fluidità, apertura, composizione, meccanismi, linguaggio, dai partiti classici, ma al contempo diverse dalle tante esperienze di associazionismo, movimento, controinformazione, attività culturale di cui la nostra società civile è ricca, perché esplicitamente legate a un referente e a un progetto di alternativa politica. Chi guardava con diffidenza un soggetto qualificato dal nome del suo leader, a forte rischio di fungere da ‘base per una forma post-moderna di populismo’, dagli incerti connotati generazionali, sospetto di essere poco più che un ‘brand’ o al limite un comitato elettorale, fortemente legato a una battaglia sovente fraintesa in senso personalistico come quella per le primarie, coglieva rischi reali. La Fabbrica di Torino ha cercato fin dall’inizio di fugare queste perplessità con la propria pratica politica. Senza timore del ‘di Nichi’, perché la presenza di un leader è un’opportunità, purché si sia in grado, mantenendo il proprio tipico tratto di apertura, di diventare qualcosa di simile a un cosiddetto ‘corpo intermedio’, ossia una realtà dotata di una propria autonomia, che sappia promuovere partecipazione al di là di ogni confine generazionale e comunicare in modo originale, veicolando contenuti che diventino oggetto di un vero impegno politico e fondamento per la costruzione di una rinata e radicata egemonia culturale, di cui le primarie siano il primo banco di prova.</p>
<p><em><strong>La Fabbrica discute, la Fabbrica incontra</strong></em></p>
<p>Dobbiamo ricominciare a studiare. Alla sinistra per tanto tempo sono mancate non solo le parole, ma la presa analitica sui fenomeni, la capacità di comprenderne i mutamenti e le evoluzioni senza lasciarsi sedurre dal vocabolario, dalle letture e dalle soluzioni avanzate dalla controparte politica. Costruire il programma dell’alternativa significa innanzitutto disporsi a imparare, leggere, dibattere, coinvolgere le competenze. La Fabbrica di Torino si è suddivisa da subito in gruppi di lavoro e ha organizzato numerose assemblee plenarie tematiche, mettendo al centro della propria discussione la politica finanziaria ed economica, la flessibilità, il lavoro, la violenza di genere, l’ambiente, le rivoluzioni del Mediterraneo, la TAV, l’eredità del movimento di Genova. Questi incontri sono stati l’occasione per un ‘reclutamento di cervelli’ che ha coinvolto tante figure, che si sono avvicinate alla Fabbrica offrendo al nostro impegno il loro bagaglio di saperi: docenti e ricercatori universitari (precari e non), giornalisti, economisti, filosofi, rappresentanti del mondo sindacale, giuristi, amministratori pubblici, esponenti dell’universo variegato dell’associazionismo torinese. Insieme a loro abbiamo tentato di dar vita a una piccola esperienza di ‘think tank popolare’, che unisse la vocazione all’approfondimento e alla comprensione dei fenomeni alla partecipazione attiva e aperta al momento dell’elaborazione. E tuttavia, perché ciò sia davvero possibile occorre che la formazione interna sia sempre preliminare a una traduzione della discussione all’esterno, al coinvolgimento della cittadinanza.</p>
<p><a href="http://www.nuvole.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=485:fiat-la-democrazia-finisce-davanti-ai-cancelli&amp;catid=87:numero-44&amp;Itemid=61%29." target="_blank">(<em>Qui uno dei risultati del nostro lavoro di approfondimento)</em></a></p>
<p><em><strong>La Fabbrica racconta</strong></em></p>
<p>Ci sono luoghi da cui la politica si è ritirata. Gli spazi urbani sono libri aperti che raccontano non solo le trasformazioni sociali e culturali, le rivoluzioni che investono l’economia e il mondo del lavoro, i nuovi volti del degrado e dell’emarginazione sociale. Dicono anche molto sul riorganizzarsi delle forme di partecipazione, sulla capacità della politica di interpretare il mutamento della società, di dare voce alle nuove domande che emergono ed elaborare delle risposte complesse e non sbrigative. Per molto tempo la sinistra ha rinunciato a farsi ‘pensiero situato’, a ragionare a partire dallo spazio e dall’ascolto delle persone che lo abitano. Come scrive Aldo Bonomi, la città oggi è «fragile», soggetta al potere destabilizzante di flussi che sconvolgono i luoghi, terreno fertile del rancore, spazio di entropia relazionale<a href="#_ftn1">[1]</a>. E, purtroppo, territorio colmo di non-luoghi in cui anche la politica tace. Ristabilire una comunicazione interrotta con alcune parti della città, riattivare un canale di ascolto e racconto è uno degli obiettivi che la Fabbrica di Torino si è data, e mettersi alla prova in questo senso ha rappresentato – credo – per alcuni di noi una vera e propria scuola di politica. Pur consapevoli che si trattasse di un vuoto immenso che il nostro soggetto appena nato non avrebbe certo potuto colmare, abbiamo ricominciato a frequentare alcune zone periferiche e popolari di Torino, diffondendo il nostro materiale, fermandoci a conversare con i passanti, spesso raccogliendo testimonianze, opinioni, invettive, lamentazioni, critiche. E così abbiamo cominciato a ‘scendere le sedie’. L’idea è straordinariamente semplice: assemblee pubbliche all’aperto nei mercati torinesi, in occasione delle quali si invitano gli abitanti del quartiere a uscire di casa portando una sedia, per fermarsi a discutere di volta in volta di crisi economica, scuola e università pubbliche, integrazione delle minoranze religiose, energie rinnovabili, con noi e con chi di quei temi si occupa perché li affronta quotidianamente in prima persona. Abbiamo scoperto che stabilire un contatto, anche se talvolta in forma di conflitto, è molto più facile di quanto si pensi: le persone hanno molta voglia di parlare, di raccontare, di domandare. E più di una volta ci è stato chiesto dov’eravamo stati per tutto quel tempo. Il lavoro da fare è lungo e difficile e – va detto – senza un impegno diretto dei partiti non potrà essere portato avanti seriamente. L’attrito tra cittadini italiani e migranti è tangibile, l’integrazione difficile, la Lega Nord visibile e pronta a cavalcare malesseri e dissidi. Ma si tratta di una sfida a cui una sinistra che voglia tornare a radicarsi e a intercettare i bisogni delle persone non può rinunciare.</p>
<p><a href="http://www.fabbricadinichi.it/torino/?p=309%29." target="_blank">(<em>Qui i video di alcune nostre iniziative pubbliche</em>)</a></p>
<p><em><strong>La fabbrica lavora</strong></em></p>
<p>E ora, che cosa ci attende? Inutile precisare che la fase attuale è molto delicata e profondamente diversa da quella in cui, ormai più di un anno fa, le Fabbriche di Nichi sono spuntate come funghi su tutto il territorio italiano. Allora si trattava soprattutto di inaugurare una nuova stagione politica, ridare respiro a processi democratici decisamente deteriorati, ripensare il vocabolario, lo strumentario concettuale, l’identità culturale e politica di un’area di sinistra rosso-verde che nel nostro Paese ancora non aveva assunto un profilo definito ma che ci sembrava potenzialmente vasta e – con un po’ di coraggio – in grado di diventare egemone all’interno del centro-sinistra. Si pensava per lo più a una primavera italiana, senza domandarsi ancora se ciò fosse compatibile con un autunno europeo. Oggi ogni opzione politica è fortemente ipotecata dallo spettro incombente del default economico e dalla linea assunta dai Paesi guida dell’Unione. Anche l’uscita dal berlusconismo si sta consumando entro un quadro mutato rispetto a quello che immaginavamo ancora fino a pochissimo tempo fa: non sull’onda delle battaglie vinte (le elezioni amministrative, i referendum) in nome del cambiamento, ma con una transizione morbida all’insegna della ‘ricostruzione’, che di fatto non s’interroga e non incide sulle radici profonde di quella che è stata la vera e propria “autobiografia di una nazione”. E tuttavia ciò non rende il nostro progetto inattuale o inadeguato. Noi vorremmo anzi rivendicare che l’unica maniera per rispondere in modo insieme lungimirante ed efficace alla gravità della situazione è quella di proporre un’alternativa sì autorevole, ma in forte controtendenza rispetto alle misure restrittive e inique richieste dalla Banca Centrale Europea, che, una volta applicate, renderebbero assai ardua una ripresa della crescita nel nostro Paese. Ed è difficile, ci sembra, che un esecutivo ‘d’emergenza’ presieduto da un ‘tecnico’ appoggiato da una maggioranza politicamente trasversale possa operare in questa direzione. Proprio alla luce di tutto ciò, il consolidamento della coalizione di centrosinistra e le elezioni primarie acquisiscono un’importanza particolare, poiché le misure di risanamento del ‘governo del Presidente’ vanno contenute entro una temporalità limitata: superata la patologia, la dialettica parlamentare deve tornare alla sua fisiologia politica. In ultimo (ma non per minore importanza), crediamo che nessuna esigenza di rassicurazione dei mercati possa espropriare i cittadini del diritto a esprimersi su quanto sta accadendo, che si possa e si debba il prima possibile andare al voto senza temere che il momento elettorale abbia effetti catastrofici sui nostri già precari equilibri.</p>
<p>È il momento perciò di tradurre il percorso fatto in un programma con cui una proposta politica di alternativa, di cui – crediamo – Nichi Vendola sarebbe il miglior portavoce, sia sottoposta al giudizio degli elettori alle primarie del centro-sinistra. Come noi, sono tante le Fabbriche che, da Milano a Bari, nel corso dell’anno passato hanno dato vita alle iniziative più diverse, contribuendo alla composizione rizomatica di un bagaglio di esperienze, conoscenze e contatti che non devono essere dispersi. È tempo di inaugurare un laboratorio nazionale per il programma che accolga chiunque voglia contribuire all’elaborazione di questa proposta politica e che chiami a raccolta il maggior numero possibile di realtà e competenze. Le Fabbriche sono un piccolo soggetto, ma hanno dimostrato di saper ‘fare rete’, individuare e valorizzare le risorse più interessanti, in una fase storica in cui i partiti tradizionali non godono di buona salute e sono insufficienti per quanto riguarda l’organizzazione del consenso, la partecipazione e l’articolazione della proposta politica. Ci piacerebbe fare in modo che in ogni città prendessero vita laboratori programmatici locali che coinvolgano la cittadinanza, la rete delle competenze locali, associazioni e personalità attive nella società civile, forze politiche e sociali in appuntamenti che conducano a una campagna programmatica di respiro nazionale.</p>
<p>‘Noi abbiamo un sogno’: vorremmo che tutti i movimenti che hanno squarciato il velo di ipocrisia su cui si regge la pericolosa ideologia del ‘buon senso’, che tutti i movimenti che lottano contro la precarietà, che lottano per la difesa dei beni comuni, dall’acqua al paesaggio, che i lavoratori e le lavoratrici, le donne che chiedono dignità e protagonismo, gli studenti e le studentesse, si sentissero chiamati in causa, non perché Nichi Vendola abbia la ricetta, o noi l’abbiamo, ma perché è importante credere che ci possa essere, e lavorare affinché ci sia, una via d’uscita <em>politica</em> dall’inverno del nostro scontento. E allora dobbiamo tenere aperto con le unghie e coi denti lo spiraglio di democrazia e partecipazione che le amministrative e i referendum scorsi hanno reso una voragine e che ora si sta richiudendo.</p>
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<p>Per contatti e informazioni:</p>
<p><strong><a href="mailto:fabbrica.torino@gmail.com">fabbrica.torino@gmail.com</a> </strong></p>
<p><strong><a href="http://www.fabbricadinichi.it/torino/" target="_blank">http://www.fabbricadinichi.it/torino/</a> </strong></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<hr size="1" />
<p><a href="#_ftnref1">[1]</a> A. Bonomi, <em>Sotto la pelle dello Stato</em>, Feltrinelli, Milano 2010, p. 148.</p>
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		<title>Nuove campagne, nuovi delegati: l&#8217;organizing serve a rivitalizzare il sistema nervoso del sindacato</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 16:47:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Vecchi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[numero]]></category>
		<category><![CDATA[organizing]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3632" href="http://www.molecoleonline.it/2011/11/03/nuove-campagne-nuovi-delegati-lorganizing-serve-a-rivitalizzare-il-sistema-nervoso-del-sindacato/cgil_precari_locandina4/"><img class="alignleft size-full wp-image-3632" title="cgil_precari_locandina4" src="http://www.molecoleonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/11/cgil_precari_locandina4-e1320243024312.jpg" alt="" width="331" height="204" /></a>Il declino della rappresentanza sociale è un fatto dibattuto da anni, editorialisti di ogni colore sembrano dilettarsi in riflessioni sullo stato di salute del sindacato: eppure, proprio all’interno del sindacato, questo tema sembra essere un grande “rimosso”.  È un declino presente in tutti i nuovi settori dell&#8217;economia, e più in generale nei servizi e nel terziario, ma non lascia immune i settori tradizionalmente più forti (industria e pubblica amministrazione).</p>
<p>Lo si misura nella quantità di contrattazione aziendale, nella crescente individualizzazione della tutela sindacale (il grosso del tesseramento arriva da servizi e vertenzialità individuale), nella riduzione della rappresentatività (pur in una “consolante” crescita del numero assoluto degli iscritti), nell’efficacia del conflitto e nella riduzione della copertura contrattuale, ma guardando la Cgil con gli occhi della generazione precaria, si ha la percezione di una rimozione freudiana del problema.</p>
<p>Siamo consapevoli che la forza dei lavoratori e del sindacato si è sempre appoggiata principalmente su due poteri: uno <em>organizzativo</em>, cioè la capacità collettiva di mettere in campo rapporti di forza azienda per azienda, e l&#8217;altro <em>istituzionale</em>, cioè l&#8217;insieme dei contratti, delle norme, del riconoscimento e della legittimità che ci proviene dalle nostre controparti e dalle istituzioni.</p>
<p>Quando sul finir dell’ottocento è iniziata la storia del sindacato, sono diventate protagoniste le vicende di lavoratori precari e ricattati, divisi e spesso analfabeti che con l&#8217;accumularsi di lotte e proselitismo, con l&#8217;organizzazione della solidarietà e del conflitto, tra battaglie vinte e pesanti sconfitte hanno perseguito in maniera mirata il radicamento dei valori dell&#8217;organizzazione e della solidarietà nelle culture dei subalterni, estendendo così radicamento delle organizzazioni sindacali dentro i luoghi di lavoro. Non è stata una storia lineare e nemmeno progressiva, ma è quella che con le lotte ha permesso di cristallizzare i rapporti di forza sedimentati nei luoghi di lavoro in un potere istituzionale e in un insieme di diritti e tutele che ancora oggi, a quarant’anni dallo Statuto dei lavoratori, siamo qui a difendere.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La terra da sotto i piedi</strong></p>
<p>Poi, nel facile solco di un potere istituzionale divenuto quasi un dato di natura, i processi sociali e culturali degli ultimi decenni hanno tolto da sotto i piedi dei lavoratori la terra del potere organizzativo, i luoghi di lavoro non sindacalizzati sono divenuti la stragrande maggioranza, e oggi per molti giovani lavoratori il sindacato assomiglia più ad un ente del parastato che allo strumento <em>collettivo</em> con cui solidarietà e conflitto possono diventare motore di nuove libertà, come lo era per i nostri nonni, a loro volta precari degli anni &#8217;50.</p>
<p>Tuttavia sembra che la Cgil abbia perso di vista il primo aspetto: ci manca una riflessione critica sul modello organizzativo e sulle priorità strategiche, manca nelle organizzazioni di categoria che vivono di più il declino, e non pare essere argomento centrale né di congressi né di conferenze di organizzazione. Forse è antipatico dirlo, ma per un sindacalista di trent’anni è più facile trovarsi a discutere di ciò con i propri compagni o amici precari al bar che dentro gli ambiti che dovrebbero esservi deputati.</p>
<p><strong>La domanda più importatnte: come cambiare i rapporti di forza?</strong></p>
<p>Nei dibattiti interni, nei direttivi come nei momenti seminariali, difficilmente vi è traccia di una riflessione collettiva su come possano cambiare i rapporti di forza. Sempre più spesso questi sono un dato acquisito, per lo più agìto per giustificare a posteriori accordi concessivi, ma non vi è confronto né dal punto di vista analitico né dal punto di vista politico sul modo in cui un’organizzazione perde o acquisisce radicamento nei luoghi di lavoro, sul rapporto tra strategie e loro efficacia, tra modello organizzativo e rapporto con i lavoratori.</p>
<p>Negli ultimi due decenni si è più o meno governato l&#8217;arretramento delle tutele (che per una parte dei lavoratori hanno retto, se paragonate ai paesi anglosassoni), ma senza accompagnarlo con iniziative concrete di rilancio del radicamento e del conflitto, semmai aggrappandosi a nuove architetture contrattuali, che comunque a fatica potranno esser argine materiale se i rapporti di forza, azienda per azienda, resteranno quelli che sono.</p>
<p>Quando si parla di rapporti di forza e della loro crisi si rischia di finire in una falsa dicotomia, omettendo l’esistenza di una debolezza, e quindi riducendo la crisi del sindacato ad una mancanza di volontà degli organismi dirigenti, o considerando questi processi ineluttabili.</p>
<p><strong>Lezioni tedesche ed americane: perché il declino non è ineluttabile</strong></p>
<p>Noi pensiamo si possa fare altro, ad esempio guardando con curiosità a quel che succede oltralpe e al di là dell&#8217;oceano, dove movimenti sindacali con crisi ben più radicali e antiche di quella italiana da tempo stanno rivedendo profondamente il proprio agire.</p>
<p>La SEIU (sindacato americano dei servizi) a fine anni novanta inizia a mettere in campo strategie di <em>organizing</em> (v. articolo Dorigatti et altri). Si prende atto che un sindacato di servizi e di tutela individuale è destinato all&#8217;eutanasia, e che occorre rivoltare come un calzino le strategie storiche e il proprio rapporto con i lavoratori. Campagne specifiche su obiettivi mirati, stretto rapporto con i movimenti sociali e le comunità migranti, mediatizzazione e intensificazione del conflitto fanno di <em>Justice for Janitors</em> la prima campagna di questo tipo. E vincono: in pochi anni decine di migliaia di lavoratori verranno tutelati da contratti collettivi, laddove prima vi era un rapporto esclusivamente individuale con le imprese, e il sindacato raddoppia gli associati.</p>
<p>In Germania, storia di forte radicamento e istituzionalizzazione del sindacato (modello agli antipodi di quello USA), la crisi di radicamento del sindacato è evidente, e oggi poco più del 60% dei lavoratori ha un contratto collettivo. Ver.di (sindacato servizi) e Ig Metall “vanno a scuola” dagli americani, e iniziano, con cautela, a mettere in discussione cinquant&#8217;anni di cultura sindacale, mettendo in pratica negli ultimi anni diverse campagne di <em>organizing</em> nella distribuzione, tra le guardie, e tra gli interinali metalmeccanici; a volte vincono (come la campagna sugli interinali) altre volte no, ma entrambe le maggiori categorie confermano la volontà di ripensare la propria azione.</p>
<p><strong>Per cambiare occorre rischiare</strong></p>
<p>Cambiare è necessario, facile a dirsi, ma non è semplice. Il sindacato è stratificazione e ossificazione di culture e prassi, le stesse che lo hanno tenuto in piedi fino ad ora, ma è anche vittima di un lungo processo di burocratizzazione che in molti casi può riguardare anche i delegati sindacali, non perché esistano delegati burocrati, ma perché è ben diffusa una modalità apolitica e individualizzante nell’approccio ai problemi dei lavoratori, a partire da quelli che vivono nei settori meno sindacalizzati, con meno tutele.</p>
<p>Cambiare, per qualsiasi organizzazione di categoria della Cgil, significa spostare l&#8217;attenzione dalla tutela dei rappresentati storici al tentativo, il cui risultato è mai certo in partenza, di sindacalizzazione di nuovi luoghi di lavoro. È un rischio (anche economico). Le grandi organizzazioni non hanno una forte propensione al rischio ma hanno anche le energie per cogliere quando è il momento dell’autocritica per il cambiamento; serve una volontà politica sia per prendere atto della crisi di un modello organizzativo, sia per metterci le mani sopra e inventarsi qualcosa di nuovo. E anche nella pratica quotidiana non è semplice richiedere a un funzionario (o a un delegato) che negli anni ha svolto principalmente attività di tutela individuale o di appoggio al sistema dei servizi, di diventare protagonista di una vertenza collettiva, semmai <span style="text-decoration: underline;">in</span> un&#8217;azienda sconosciuta prima, perché ancora completamente priva di rappresentanza.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Campagne di tipo nuovo (e delegati sindacali più dinamici)</strong></p>
<p>La modalità “campagna” per la sindacalizzazione di un’azienda o di un settore non è nuova, quel che è nuovo, per gli esempi citati sopra, è il livello di investimento e la pratica dell’obiettivo. Un nuovo impegno collettivo che sembra aver fatto emergere le energie migliori di quelle organizzazioni, con un nuovo protagonismo di giovani lavoratori e di iscritti che hanno ridato senso al termine <em>militanza</em>, proprio in settori in cui il sindacato era stato espulso da anni e i lavoratori vivevano la propria condizione in totale solitudine davanti all’impresa.</p>
<p>Nelle campagne di <em>organizing</em> emerge un nuovo profilo del delegato sindacale: espressione concreta di una collettività, organizzatore di solidarietà e animatori di lotte e di queste protagonista perché questo si dà quasi naturalmente nei processi ma anche perché il sindacato stesso lo pretende. In una campagna, cioè in una vertenza pianificata ad hoc, chi ha più spinta (più idee, più carisma, più entusiasmo) emerge e viene riconosciuto, proprio il contrario dei delegati “spintanei”, cioè spinti dal funzionario a farsi eleggere, e che però non hanno un vero e pieno riconoscimento dei colleghi: terminali dell&#8217;organizzazione nei luoghi di lavoro, e come a volte spesso le altre organizzazioni sindacali pensano debbano essere i delegati, raramente eletti e spesso nominati come RSA. Nelle campagne nascono nuove reti di delegati, e così si rivitalizza il cuore e il sistema nervoso di un’organizzazione sindacale.</p>
<p>Obiettivo di queste iniziative sono la ricostruzione potere organizzativo capillare nei luoghi di lavoro. Azienda per azienda, settore per settore, campagna per campagna, in un processo non spontaneo ma frutto di una strategia, con la consapevolezza che dalle crisi di lungo periodo non si esce né con il tatticismo politicista, né con il <em>wishful thinking</em>.</p>
<p>Queste esperienze ed anche le loro vittorie vanno presi con le molle e ricontestualizzati nel nostro paese, ma di certo sono uno stimolo da cui partire per affrontare non solo i nodi irrisolti della nostra difficoltà, ma anche sperimentare qualcosa di nuovo (o vecchio, a seconda dei punti di vista) per uscirne.</p>
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		<title>Da Acmos a Benvenuti in Italia. Ovvero la nascita di un advocacy group.</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 15:24:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Chiara Giorda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Una generazione di invidu(alist)i?]]></category>
		<category><![CDATA[articoli]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 14 ottobre 1999, da un gruppo di amici, nacque Acmos (www.acmos.net), associazione che si occupa di educazione alla cittadinanza e di inclusione democratica. Il primo compagno di strada è stato il Gruppo Abele che ci ha sostenuto da sempre con generosità: Acmos e Gruppo Abele hanno una lettera in comune: la “A”, di accoglienza. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><a rel="attachment wp-att-3615" href="http://www.molecoleonline.it/2011/10/24/da-acmos-a-benvenuti-in-italia-ovvero-la-nascita-di-un-advocacy-group/logo/"><img class="alignleft size-full wp-image-3615" title="logo" src="http://www.molecoleonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/10/logo-e1319456236678.png" alt="" width="331" height="204" /></a>Il 14 ottobre 1999, da un gruppo di amici, nacque Acmos (www.acmos.net), associazione che si occupa di educazione alla cittadinanza e di inclusione democratica. Il primo compagno di strada è stato il Gruppo Abele che ci ha sostenuto da sempre con generosità: Acmos e Gruppo Abele hanno una lettera in comune: la “A”, di accoglienza.</p>
<p>Grazie a questa esperienza, dal 2001 abbiamo cominciato a coordinare Libera in Piemonte e, strada facendo, abbiamo condiviso le nostre vite con le vite degli studenti che popolano le scuole di tutta Italia, dei giovani precari, degli stranieri spaesati, dei familiari delle vittime innocenti di mafia, dei testimoni di giustizia, degli uomini e delle donne impegnate in prima linea, onestamente, su fronti pericolosi. In questi anni Acmos ha sviluppato progetti volti a innescare una cultura e delle pratiche di partecipazione e inclusione democratica, rivolti ai bambini, ai giovani e alle loro famiglie. I nostri progetti hanno portato alla nascita di un movimento che oggi conta centinaia di persone che hanno a cuore la tutela e la diffusione dei valori democratici: abbiamo lavorato e lavoriamo nelle scuole e sul territorio piemontese, in particolare, con progetti di educazione alla cittadinanza, animando il territorio in modo costante e capillare, abbiamo dato vita a alcune comunità, di cui una, casa Acmos, in una ex- fabbrica di gomme, è la nostra sede dal 2001; nelle nostre comunità si sperimentano stili di vita sostenibili e le buone pratiche della solidarietà e della mutualità, abbiamo aperto e gestiamo un ristorante e delle botteghe, dove si trovano i prodotti di Libera e i prodotti eco-sostenibili e solidali, abbiamo ricevuto in consegna e gestiamo alcuni beni confiscati alle mafie che sono diventati luoghi di speranza e presidi di legalità, abbiamo contribuito a costruire le politiche pubbliche del nostro territorio.</p>
<p><strong>Da Acmos un passo avanti</strong></p>
<p>Da Torino, al Piemonte, all’Italia perché l’Italia è sempre stata ed è oggi la nostra occasione: pensiamo che si debbano superare le patologie di una transizione politica che dura da vent’anni, avviata da oscure stragi politiche e mafiose e culminata in una pericolosa deriva populista, autoritaria e liberticida. Il compito educativo e quello politico non sono in alternativa, sono un <em>continuum</em>. Siamo consci che occorra attendere l’occasione per stare nella politica e che occorra anche prepararsi per farsi trovare pronti: per questo «Benvenuti in Italia», più di dieci anni dopo l’inizio del nostro percorso, è la naturale prosecuzione politica di quelle scelta educativa da cui siamo partiti.</p>
<p>Benvenuti in Italia (www.benvenutiinitalia.it) è il modo di oggi per creare le premesse per un contrattacco che sia coerente e collettivo, è lo strumento per preparare il nostro gruppo ad occuparsi direttamente di governo della cosa pubblica. Abbiamo una grande ambizione, perché vogliamo rinnovare il sistema politico italiano, creando una dialettica nuova tra partiti e cittadini; nuova, perché arricchita dell’azione di un soggetto indipendente dai partiti, ma profondamente convinto del ruolo costituzionale degli stessi. Un soggetto forte di credibilità sociale e culturale, autonomo finanziariamente, capace di entrare apertamente e autorevolmente nelle campagne elettorali e nella vita normale delle istituzioni. Non stiamo costruendo un nuovo partito, non ci candidiamo a fare la corrente in un partito esistente, né saremo il comitato elettorale di qualche campione, non baratteremo pacchetti di voti in cambio di garanzie: desideriamo percorrere nuove strade e ci siamo attrezzati per poterlo fare.</p>
<p><strong>La nascita di Benvenuti in Italia: i progetti e le pratiche di un advocacy group</strong></p>
<p>Benvenuti in Italia è un <em>advocacy group</em>, un luogo di incontro, uno strumento di riflessione pubblica, un’istituzione di ricerca, di consulenza e di formazione, un catalizzatore di professionalità e competenze, attorno all’obiettivo della promozione di una visione cooperativa della società, che passi attraverso la scuola, l’economia sociale e la politica in genere. In coerenza con il lavoro di Acmos, il punto di partenza di Benvenuti in Italia è stata la scuola, perché vogliamo una scuola capace di far dialogare identità differenti, di far incontrare il nuovo sapere con la memoria, di rigenerare la volontà repubblicana iscritta nella nostra Costituzione, di moltiplicare il capitale sociale, una scuola capace di cercare soluzioni. Accanto ad essa, il lavoro, la giustizia e le nuove cittadinanze sono gli snodi tematici intorno cui ci siamo mossi in questo primo anno, grazie agli strumenti culturali e politici di cui ci siamo dotati:</p>
<p>- La Scuola di politica (dedicata a Renata Fonte, amministratrice pugliese, vittima del potere criminale mafioso): il nostro appuntamento settimanale con approfondimenti tematici. Il Comitato scientifico, attraverso convegni e pubblicazioni, arricchisce questo percorso, garantendoci uno sguardo internazionale e lungimirante.</p>
<p>- Le Campagne pubbliche: il nostro modo di proporre soluzioni concrete, che migliorino la vita; le campagne hanno come interlocutori i decisori politici all’interno e all’esterno del- le istituzioni.</p>
<p>- Le Campagne elettorali: intendiamo individuare di volta in volta le persone o le forze politiche da sostenere; intendiamo farlo confrontandoci con chi si candida sulla base di ciò che ci sta a cuore e decidendo tra noi democraticamente.</p>
<p>- La Raccolta fondi: Benvenuti in Italia, che oggi è un comitato, sarà una “fondazione di partecipazione” perché le buone idee costano e noi scommettiamo sulla raccolta diffusa, trasparente e costante di piccole somme di denaro. La Fondazione sarà la nostra cassa, la nostra autonomia, la fonte della nostra economia.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
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		<title>Fare rete, con pragmatismo. Alla giornata dell&#8217;organzing l&#8217;esperienza di una Camera del Lavoro sui generis, quella di Librino</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 07:22:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Fagone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Una generazione di invidu(alist)i?]]></category>
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		<description><![CDATA[Per un luogo comune generalizzato, Librino è un quartiere ghetto, un non-luogo degradato fisicamente e socialmente, un quartiere di periferia senza alcuna speranza. Librino è un quartiere di Catania relativamente nuovo, costruito a partire dagli anni ’70 per far fronte all’esigenza abitativa di quegli anni, per consentire ai lavoratori della vicina zona industriale di costituirsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3586" href="http://www.molecoleonline.it/2011/10/19/fare-rete-con-pragmatismo-alla-giornata-dellorganzing-lesperienza-di-una-camera-del-lavoro-sui-generis-quella-di-librino/librino/"><img class="size-full wp-image-3586 alignleft" title="librino" src="http://www.molecoleonline.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/10/librino-e1318242847111.jpg" alt="" width="331" height="204" /></a>Per un luogo comune generalizzato, Librino è un quartiere ghetto, un non-luogo degradato fisicamente e socialmente, un quartiere di periferia senza alcuna speranza.</p>
<p>Librino è un quartiere di Catania relativamente nuovo, costruito a partire dagli anni ’70 per far fronte all’esigenza abitativa di quegli anni, per consentire ai lavoratori della vicina zona industriale di costituirsi in cooperativa per costruire le proprie abitazioni. Ma anche per deportare dal centro storico gli abitanti che hanno visto sventrato il loro quartiere originario per le speculazioni edilizie dei “cavalieri del lavoro” nelle aree sviluppate nel contempo, e dall’Istituto Autonomo Case Popolari.</p>
<p>Ma non molti sanno, o forse ne danno poca importanza, che originariamente Librino era l’ampia zona che consisteva in un insieme di ampi terreni coltivati principalmente a vigneti e uliveti, di proprietà di alcune famiglie nobiliari la cui presenza si evince ancora oggi dalla toponomastica della zona; i proprietari erano infatti i Moncada, i Grimaldi, i Paternò ecc. dove in estate soggiornavano immersi nel verde e nella quiete assoluta, per far respirare aria buona ai bambini. A prova di quanto detto sono visibili nel territorio le  antiche ville e masserie con palmenti, fra le quali alcune sono state riqualificate di recente.</p>
<p>La comunità originaria di questo quartiere era costituita da coloro che lavoravano come contadini o  mezzadri nelle terre dei nobili proprietari catanesi. Il nucleo in parte originale in parte abusivo è circoscritto nella zona detta “Borgo Librino Antico” ed è stato violentato dalla nuova urbanizzazione degli anni ‘70, diviso per consentire la costruzione di strade  a scorrimento veloce.</p>
<p>Questo territorio nel 1964 in conseguenza del nuovo piano regolatore, si identificò come zona per realizzare una città nella città e ad essa complementare. Iniziarono gli espropri dei terreni, e cominciò la grande trasformazione del territorio.</p>
<p>In realtà il progetto di Kenzo Tange non è stato mai realizzato, per le diverse varianti al progetto e per la mancata volontà politica succeduta in questi 40 anni, intenta solo  a gestire le emergenze e mai a realizzare un programma con tempi e modalità certi.</p>
<p>Inizialmente si sono costruite solo le case e i primi pionieri si sono ritrovati a dover loro stessi far fronte alle proprie esigenze, facendo asfaltare tratti di strada per non infangarsi, organizzare cisterne per avere acqua in casa, e altre cose del genere.</p>
<p><strong>Oltre la retorica: la nascita della Camera del Lavoro di Librino</strong>.</p>
<p>Oggi Librino conta quasi 70 mila abitanti, e si presenta ancora incompleto, con un problema in più: la sfiducia delle persone nella politica. La maggioranza degli abitanti non intende più lottare per chiedere ciò che spetta loro di diritto: per la qualità dei servizi, la qualità del vissuto quotidiano, per la propria dignità di abitante.</p>
<p>Nel 2005, dopo anni di “dibattito politico” sull’importanza dei decentramenti e la necessità di fornire servizi in periferia,  si è inaugurata l’apertura di un decentramento della Cgil catanese: la Camera del Lavoro di Librino.</p>
<p>Da allora, Fillea (il sindacato dei lavoratori dell’edilizia), Spi (il Sindacato Pensionati), Inca (il patronato), Caf (i servizi di assistenza fiscale), Sunia (il sindacato degli inquilini), e ufficio legale con la loro presenza danno risposte ai lavoratori e disoccupati residenti nel quartiere.</p>
<p>Ci sono molti patronati a Librino, che fanno riferimento soprattutto ai politici che fanno clientela, ma in quel caso il servizio fornito è solo di natura fiscale e assistenziale a fini chiaramente elettorali. Viceversa, l’apertura della nostra sede ha rappresentato un’esperienza innovativa, fondata sulla capacità di interagire con i residenti al di là del servizio proposto.</p>
<p>Il nostro muoverci nel territorio è servito a far superare la diffidenza di molti abitanti, i nostri primi passi sono avvenuti in direzione del miglioramento delle piccole cose: sterpaglie da togliere, discariche da bonificare, fermate dell’autobus da spostare in luoghi più accessibili. Abbiamo cominciato a farci conoscere e riconoscere, tanto che siamo riusciti a diventare un punto di riferimento per i residenti e abbiamo cominciato a coinvolgere le persone su tematiche più generali.</p>
<p>Abbiamo organizzato incontri sull’urbanistica partecipata, insieme al dipartimento di urbanistica della facoltà d’ingegneria dell’Università di Catania, cercando di coinvolgere le persone in una idea di trasformazione possibile del quartiere.</p>
<p>La camera del lavoro di librino è così diventata un luogo di ascolto per le lamentele e per le proposte di cambiamento del territorio. Per questa ragione abbiamo poi pensato di costituire un comitato civico, il COMITATO LIBRINOATTIVO, che mettesse insieme quella gente che aveva ritrovato l’entusiasmo e la consapevolezza che le cose possono cambiare se ci si muove insieme. Prima iniziativa del Comitato: l’organizzazione di visite guidate del quartiere che ne valorizzassero la storia rurale, sia per sfatare il luogo comune di ghetto degradato, sia per identificare quali interventi potessero servire al miglioramento fisico e sociale del quartiere.</p>
<p><strong>Fare rete, nel territorio</strong></p>
<p>La presenza nel quartiere anche di altre associazioni di volontariato risale a prima del nostro insediamento, ma il lavoro enorme da loro svolto non risultava molto conosciuto se non nell’isolato dove prestano la loro attività. Anche le scuole hanno un ruolo fondamentale, non solo perché costituisconol’unica presenza istituzionale nel quartiere ma soprattutto per il lavoro che esse svolgono.  Gli istituti di librino (solo elementari e medie) sono le più attrezzate e nuove della città, e svolgono un’importante azione sociale: al di là delle attività proposte ai ragazzi anche nelle ore pomeridiane, i dirigenti scolastici mettono a disposizione dei residenti la loro struttura, organizzando corsi di ogni genere, in modo che la scuola diventi luogo di aggregazione e di formazione.</p>
<p>In questi anni la Cgil ha lavorato per mettere in rete tutte queste realtà, e ha cercato di farne un progetto, incontrarsi con i vari soggetti che hanno lo stesso filo conduttore, e cioè il miglioramento sociale, trasformando così la disgregazione in partecipazione. Così si è costruita la “Piattaforma per Librino” attraverso le assemblee cittadine e il confronto con le associazioni, le scuole, l’università.</p>
<p>Un documento che propone per aree tematiche, interventi e possibili soluzioni. Di recente anche alcune parti datoriali hanno sottoscritto la piattaforma per Librino, allettati sicuramente dalla prospettiva dell’istituzione a Librino di una Zona Franca Urbana, prospettiva purtroppo vanificata dalla soppressione di questo progetto.</p>
<p>Anche la conduzione di una ricerca sulla percezione che del quartiere hanno i residenti – realizzata dal comitato in collaborazione con la Facoltà di Scienze Politiche, le scuole, la Cgil &#8211; ci è servita ad avvicinare sempre di più le persone. La ricerca, realizzata per mezzo della diffusione di questionari, ha dato non solo il quadro più vicino alla realtà del sentire e dei desideri degli abitanti, ma soprattutto ci ha dato la possibilità di parlare con le persone, di farci conoscere e far conoscere il nostro impegno.</p>
<p>In questi anni abbiamo lottato insieme per difendere il nostro territorio, abbiamo fatto denunce, per le discariche, per la luce, per l’acqua; abbiamo organizzato assemblee sui temi legati al quartiere e non; abbiamo organizzato feste, un cinema, ultimamente anche un’escursione culturale; la nostra sede infine è sede di tutti, anche di quelle associazioni che non hanno un luogo dove riunirsi.</p>
<p>E’ stata ripristinata l’illuminazione pubblica dopo un anno di buio, l’acqua dai rubinetti esce di nuovo pulita dopo molti mesi di disservizio, abbiamo portato la gente a votare per i referendum dello scorso Giugno.</p>
<p>Certo, sicuramente è molto poco rispetto ai nostri intenti e al tempo trascorso, ma se si considera che tutto ciò è stato fatto nel nostro tempo libero, negli scampoli che ci restano tra il lavoro e la famiglia, forse quello che si è fatto non è così poco. E credo che continuare su questa strada, dia sempre più riscontri.</p>
<p><strong>Investire (con pragmatismo) nelle nuove Camere del Lavoro</strong></p>
<p>Forse è proprio questo un nostro punto di debolezza: penso che un lavoro del genere debba essere un po’ più strutturato, e un decentramento come il nostro, in un quartiere di queste dimensioni, debba avere persone che possano lavorarci a tempo pieno, con più tempo a disposizione, per poter avere un approccio maggiore con le persone, (penso al porta a porta, al volantinaggio nei mercati) e poter lavorare un po’ più celermente sui progetti e sugli obiettivi che via via ci diamo.</p>
<p>Ritengo che il sistema di mettere in rete le varie realtà e muoversi insieme su obiettivi specifici comuni, sia l’unico metodo che possa permetterci di modificare quel qualunquismo dilagante che oramai da anni si è radicato nella società e soprattutto nelle giovani generazioni, e sia il sistema migliore per ottenere risultati.</p>
<p>Una rete appunto, non una gerarchia, non ci deve essere una prevaricazione ma una condivisione, non ci deve essere un approccio ideologico altrimenti tutto ciò che si è tessuto si sgretola: penso che sia questa la strada giusta, ma bisogna stare molto attenti che nessuno strumentalizzi il lavoro faticoso che si è costruito.</p>
<p>In passato abbiamo avuto delle esperienze in questo senso, la bellissima esperienza dei social forum era iniziata in questo modo. Insieme associazioni e comitati con storie diverse ma che avevano un unico obiettivo, una società più equa attraverso la pace. La morte dei social forum con l’uscita dei movimenti cattolici è avvenuta proprio per questo. Per un uso ideologico e prevaricatore di alcune componenti della sinistra.Perché la Caritas, le scuole, le associazioni di volontariato, gli imprenditori sottoscrivono la nostra piattaforma? Proprio perché non parla di ideologie ma di esigenze reali, di obiettivi comuni.Il sindacato non deve cadere in questo errore, anzi deve essere quel soggetto che mette in relazione le varie realtà e ne trova un punto di sintesi, farlo proprio, deve fare questo. Se viceversa si comportasse come i partiti politici, che hanno distrutto il social forum, altrimenti rischierebbe oltre al pregiudizio anche l’isolamento. Proprio come i partiti.</p>
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