L’insopportabile retorica dei Bamboccioni
Dare un nome alle cose non è un’operazione banale, tutt’altro: è ciò con cui comincia l’affermazione di un potere, lo stabilirsi di un’egemonia. È un atto linguistico che non rimane nella sfera virtuale delle parole, ma interviene significativamente nella realtà. Non serve essere filosofi per capirlo. Un’azione armata può essere definita “guerra” o “intervento umanitario” : dalla scelta di un’espressione o dell’altra, lo sappiamo, derivano conseguenze ben diverse circa la sua legittimità. In qualunque campo della vita sociale possiamo ritrovare in funzione tale meccanismo politico-linguistico: chi riesce a imporre che qualcuno si chiami con un certo nome ha cominciato a porre in essere – non in maniera meccanica, ovviamente – le scelte collettive, le leggi e le politiche che lo riguarderanno. Si pensi a un altro esempio emblematico, come il nome che si dà allo straniero: a seconda che lo si chiami “migrante” o “clandestino”, la sua vita cambierà non poco.
Se questo è vero, dare un nome alla persona tra i 25 e i 30 anni (e oltre) che vive nella casa dei genitori e non per conto proprio è un atto politico, gravido di conseguenze nel campo delle politiche sociali, formative e del lavoro. Darle un nome, infatti, significa indicare l’orizzonte entro il quale si inseriranno le misure a lui (o a lei) rivolte; significa, anche se solo implicitamente, stabilire le cause del fenomeno, attribuire le responsabilità di una condizione infelice, individuare i fattori che variamente la determinano, chiamare in causa i valori in gioco. A quella persona, nell’Italia dell’ottobre del 2007, è stato dato il nome di “bamboccione”, velocemente entrato nell’uso comune, giornalistico e politico. A chi la paternità della scelta? E perché questo nome? E, soprattutto: quale campo di significati e valori politici stabilisce questa parola?
L’autore è Tommaso Padoa-Schioppa, che pensò bene, quando era ministro dell’Economia e delle Finanze del secondo Governo Prodi (2006-2008), di affermare, in un’udienza parlamentare, che una misura per agevolare gli affitti per i giovani, contenuta nella Legge finanziaria del 2007, sarebbe servita a «mandare i bamboccioni fuori casa». Non suonava esattamente come un’espressione di riguardo verso la categoria interessata; soprattutto, non suonava come un’espressione di qualcuno che si considerasse un referente politico di tale categoria. Qualcuno che fosse stato eletto anche da loro, per contribuire a migliorare la loro condizione di vita, ritenuta ingiusta per le persone e dannosa per il paese. Ma Padoa-Schioppa, purtroppo per i molti elettori della fu coalizione dell’Unione, non era stato eletto da nessuno, bensì nominato dal Presidente del Consiglio Prodi; e non si considerava il referente di nessuno, bensì era il “tecnico” che, in virtù del suo sapere spacciato per “neutrale”, decideva esclusivamente in base al proprio punto di vista.
Perché proprio questo nome? I politici, si sa, non parlano come i cittadini comuni. Di solito usano gerghi e retoriche per dissimulare le loro vere intenzioni. A volte, tuttavia, laddove la politica conserva una sua grandezza, il fatto che il linguaggio della politica sia diverso da quello comune ha un significato positivo: significa che i leader o le leader sono capaci di grandi discorsi, di convincere e di emozionare, di iniziare un cambiamento a partire dalla facoltà di nominare problemi nuovi, o categorie di persone fino ad allora neglette. O di rinominare qualcosa, facendolo percepire diversamente da prima. La retorica del presidente degli Stati Uniti Obama sulla recentissima riforma sanitaria ne è uno straordinario esempio.
Il caso di Padoa-Schioppa, tuttavia, è particolare. L’ex ministro non parlò, in quella come in molte altre occasioni, da uomo politico, semplicemente perché tale non era. Pertanto, non dissimulò retoricamente il suo pensiero e disse, chiaramente, che le persone fra i 25 e i 30 che vivono nella casa della famiglia d’origine sono, sostanzialmente, dei buoni a nulla. Non c’era traccia, in quella definizione fulminante, di uno straccio di sensibilità sociale (o, ancor prima, sociologica) che potesse condurre a capire il perché di una condizione oggettivamente penosa. No: c’era solo uno scoperto paternalismo, l’atteggiamento dell’anziano abituato ad avere ragione che, in virtù dei poteri che gli erano stati conferiti (perché è “un sapiente”), agiva finalmente per rimediare a qualcosa che era “brutto a vedersi”, sconveniente.
Ma può un Ministro essere davvero un semplice “tecnico”? No. E qui veniamo al cuore della questione linguistico-politica: prendiamo, cioè, l’espressione bamboccioni come propria di una retorica pienamente politica, e non solo come la parola di un economista “prestato” alla cura della cosa pubblica. Ebbene, cosa segnala tale retorica? Un atteggiamento che tutto è fuorchè un progetto di emancipazione. Tutto fuorchè un impegno per la conquista della libertà negata a migliaia di persone non certo dalla loro cattiva volontà, ma dall’assenza di lavoro e di soluzioni abitative economiche ma dignitose, da una cultura familistica tradizionalistica e conservatrice e da molto altro. Problemi che si possono pronunciare (e provare a risolvere), tuttavia, solo se si parla il linguaggio dell’emancipazione, non certo quello del paternalismo. Ma le parole, per dir così, non si pronunciano mai “da sole”: c’è sempre qualcuno, siangolo o collettivo, a pronunciarle.
E la resistibile fortuna della retorica sui “bamboccioni” è certamente servita a mettere ulteriormente in chiaro un’antica verità: quando non è organizzazione ed espressione coerente di interessi e istanze sociali, di valori e visioni, la politica che si concepisce come mera “buona amministrazione” assomiglierà sempre di più al governo del padre-padrone dell’antico oikos greco (la casa privata, da cui, non a caso, deriva il termine “economia”) che non all’autogoverno dei cittadini adulti e consapevoli della democratica polis (la città, da cui, come sappiamo, deriva il termine “politica”). E non è stato un caso, allora, che di fronte agli occhi del paternalistico ministro-economista non si presentasse l’immagine di cittadini adulti in difficoltà, ma di eterni minorenni prigionieri della loro irresolutezza. Minorenni bisognosi dell’intervento “dall’alto” di un padre di famiglia bonario e un po’ burbero, come era sicuramento convinto di essere il non rimpianto Tommaso Padoa-Schioppa.
Jacopo Rosatelli
Nato nel 1981, torinese, è dottorando di ricerca in”Studi politici. Storia e teoria” presso l’Università di Torino.Attualmente è in trasferta per motivi di studio a Berlino.
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